Khruangbin & Leon Bridges - Texas Sun

2020 (Dead Oceans)
etno, psych, soul
La mitologia corrente sostiene con fermezza che le quattro tracce del gruppo texano Khruangbin, condivise con Leon Bridges nell’Ep “Texas Sun”, siano croce e delizia dei due fronti critici (sostenitori e detrattori) sviluppatisi intorno a “Mordechai”.
Le accuse di eccessiva linearità rivolte all’ultimo disco della band, pur se giustificate da una predilezione per atmosfere più soft e quasi da sottofondo (non necessariamente sintomo di mancanza di qualità), non sempre reggono, soprattutto se confrontate con le lodi per “Texas Sun”, mini-album peraltro “colpevole” di aver anticipato la solarità di “Mordechai”.

La psichedelia flessuosa e avvolgente della title track, con quel malizioso refrain che ha il sapore del classico, è senz’altro una delle piccole perle pop dei Khruangbin, una di quelle intuizioni che da sola giustificano l’esistenza di un Ep. Nelle restanti tre tracce si annidano, invece, i semi di quella normalizzazione che tanto ha diviso critica e pubblico.
Il raffinato soul-groove di “Midnight” è prodromo del più avventuroso epigono “First Class”, mentre le linee funky di “C-Side” sono più timide e meno movimentate di quelle sciorinate nel passato o nel presente dei Khruangbin, sostenute peraltro da un groove che ricorda “Georgy Porgy” dei Toto.
Che dire poi della morbida e quasi languida “Conversion”, sei minuti e quarantasei secondi di delicata e innocente dolcezza, che hanno consolidato senza alcun turbamento la svolta sviluppata in “Mordechai”.

Preso atto che i Khruangbin dopo il vibrante “Con Todo El Mundo” hanno volutamente modificato la rotta, e consolidata l’esistenza di due fronti critici avversi sulle sorti della band texana, si può con coerenza affermare che non c’è alcun motivo di contrapporre “Texas Sun” a “Modechai”, due tappe discografiche che suggellano l’attuale status creativo e stilistico della band: prendere o lasciare.


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