Nadine Shah

Kitchen Sink

2020 (BMG/Infectious) | songwriter, post-punk, art rock

"E quando ti sposi? E quando lo fai un bambino? Guarda che hai già passato i trent'anni da un pezzo, non ci pensi al tempo che scorre?". Chissà quante volte queste domande saranno state rivolte a Nadine Shah, o quante volte le saranno passate per la testa, anche soltanto guardandosi attorno. Sfuggire alle convenzioni della società, che sia per scelta o per altre motivazioni, può dare adito a tutta una sfilza di domande invadenti e riflessioni alquanto fastidiose; per una donna, concetti come matrimonio e maternità rimbalzano con frequenza sempre maggiore al passare del tempo, al punto che non prenderli in considerazione viene (quasi) visto come un problema. È questa la premessa generale di "Kitchen Sink", quarto album per la formidabile cantautrice, il leit-motiv che la spinge per la prima volta a parlare con così ampio margine di se stessa e a considerare temi quali femminilità, sessismo, invecchiamento, con tutta l'ironia a sua disposizione, inscenando quadretti di alienante, disgustosa quotidianità. Le risate, quando giungono, sono amarissime.

Meno eversivo in paragone ai suoi progetti precedenti, e in questo senso più affine alla spigolosa attitudine post-punk dello scorso "Holiday Destination", il nuovo progetto se ne diparte allo stesso tempo per una visione più estrosa, che all'assetto wave aggiunge un dinamismo versatile, tale da aggiustarsi al tono lirico/melodico di ogni singolo brano. Parole e suono viaggiano di pari passo, costruendo brani salaci, asfissianti, in cui gli arrangiamenti si muovono scattanti, pronti a sostenere il peso dei passaggi lirici. Stacchi di batteria ed esplosioni di ottoni (lo spettro di James Chance aleggia ripetutamente lungo l'album), introducono il progetto con tutta la forza necessaria, intensificando i tratti laidi del testo di "Club Cougar", gli appellativi indesiderati rivolti da sconosciuti in mezzo alla pista.
E se la filastrocca cantata dal fratello durante l'infanzia diventa il tema centrale di "Ladies For Babies (Goats For Love)" (il tema musicale a farsi ossessivo, carico di groove sotterranei e bassi inquietati), le cronache da quel lavello, tanto detestato quanto paradossalmente bramato, si fanno più cariche di angoscia e tensione, piene di quel terrore indefinito che spinge a vedere nel tempo che scorre la peggiore condanna ("Trad" e la sua progressione inesorabile, col refrain a presentare echi dei ghazal del natio Pakistan).

In questa girandola di quesiti non richiesti, incontri imbarazzanti e relazioni disfunzionali, la penna di Shah si muove decisa, carica di verve narrativa, pronta a prendersi anche i rischi del caso (talvolta riusciti, come nel minimalismo pieno di tensione della title track, dalle parti della creatività collaterale della Raincoats, talvolta fin troppo sedati, si veda l'atmosfera invernale, propria del suo esordio, che abbraccia il monotono simil-western di "Kite"), ma sempre cosciente del suo turbolento sguardo sul mondo, su dinamiche (di genere e non solo) la cui scadenza è stata abbondantemente superata.
C'è decisamente vita, anche ad avere passato i trent'anni e a non avere figli, e una risata amara è pronta a chiarirlo, ancora una volta.

(15/07/2020)

  • Tracklist
  1. Club Cougar
  2. Ladies For Babies (Goats For Love)
  3. Buckfast
  4. Dillidally
  5. Trad
  6. Kitchen Sink
  7. Kite
  8. Ukrainian Wine
  9. Wasps Nest
  10. Walk
  11. Prayer Mat




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