Porridge Radio

Every Bad

2020 (Secretely Canadian) | indie-rock, post-punk, shoegaze

Prima ancora delle impennate chitarristiche (“Long”), delle melodie fluenti e adamantine (“Pop Song”, “Nephew”, “Circling”), dell’imprendibile alternanza loud/quiet (“Don’t Ask Me Twice”, “Sweet”) o dei brontosauri shoegaze che barriscono in “Lilac”, in “Every Bad”, secondo Lp dei Porridge Radio da Brighton, a colpire sono i testi di Dana Margolin. Lungi dal considerarsi o farsi considerare una poetessa o una cantautrice scafata, la giovane, pallida frontwoman manda a bersaglio con inusitata facilità ficcanti schegge di parole. Frammenti di battibecchi amorosi, discorsi fra sé e sé, pensieri sparpagliati che immortalano con nitore contraddizioni, contrasti, dualismi e reazioni a catena alla base dei tumulti sentimentali che ciascuno di noi ha vissuto – poco o molto tanto tempo fa.
Poco importa che l’obiettivo, l’interlocutrice di Dana sia ostentatamente una She (particolare che ha contribuito a fare della formazione, interamente al femminile ad eccezione del batterista San Yardley, un’icona LGBT locale), le sue frecciate sferzano tutti, creando immedesimazione immediata. Un’universalità che dimostra e scuote più di ogni rivendicazione.

La forza dirompente delle canzoni di “Every Bad” non risiede soltanto in quello che la Margolin dice, ma soprattutto in come lo dice. Prendete quello che succede nella opening track, una “Born Confused” che ci ricorderemo a lungo. Sul finale Dana ripete fino allo sfinimento due semplici righe: "Thank you for leaving me/ Thank you for making me happy". Le due frasi diventano un mantra ossessivo, confidente, ricolmo di quell’ironia forzata sovente utilizzata come rabbioso antidoto a un abbandono, che però di ripetizione in ripetizione perde controllo, fino a ridursi a un rantolo scorticato che scopre il trucco, scoperchia il dolore dissimulato.
“Long” è ancora più onesta e ferita, quando tra fiumi di chitarre magmatiche la chanteuse ammette egoismo colposo e narcisistica strafottenza: I don't know what you're going through/ But it's a waste of my time. Un altro dei vertici emotivi del disco è “Lilac”, sul cui finale di chitarre stridenti e archi struggenti, Dana Margolin ci esorta ad avere più cura di noi stessi e di chi ci sta intorno. Tutto e il contrario di tutto, montagne russe sentimentali da inguaribili e tormentosi romantici.

Canzoni come “Give/Take”, tutta giocata su una cadenza slacker, e “Circling”, ennesimo saggio di bravura melodica del quartetto, lasciano che un raggio di sole rilassi e rischiari l’atmosfera; mentre “(Something)” e “Homecoming Song” risaltano con vocoder, beat machine e tastiere il lato più riflessivo e le sfumature più sintetiche del sound della band. Con una vocalist così peculiare e irruenta, che non avrà problemi a conquistare tutti quelli che si sono fatte ammaliare da interpreti moderne del calibro di Victoria Legrand e Adrianne Lenker, ma anche i nostalgici del tono metallico di Karen O e della PJ Harvey più morbosa, i Porridge Radio si impongono tra le pochissime band in cui confidare per la salvezza della scena indie-rock britannica, mai asfittica (Idles e seguaci a parte) come da qualche anno ad oggi.

Rispetto all’esordio lo-fi registrato in un capannone in giardino, il passo in avanti compiuto con “Every Bad” è duplice. Non solo le canzoni della band sono decisamente migliorate, ma mettendo da parte un po’ di quella spocchia integralista tipica di alcune formazioni DIY, arriveranno a platee e festival più vasti di quanto la band potesse auspicare anche soltanto un anno fa.  

I'm bored to death,
let's argue
(“Born Confused”)

(20/03/2020)

  • Tracklist
  1. Born Confused
  2. Sweet
  3. Don't Ask Me Twice
  4. Long
  5. Nephews
  6. Pop Song
  7. Give/Take
  8. Lilac
  9. Circling
  10. (Something)
  11. Homecoming Song


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