Tamikrest

Tamota´t

2020 (Glitterbeat) | desert-blues

E’ merito di band come Tinariwen e Tamikrest se critica e pubblico hanno smesso di utilizzare la categoria world music nel rappresentare quel che sta oltre le frontiere europee e americane. Valore conquistato sul campo da formazioni che hanno creato un linguaggio ormai ben definito, punto di riferimento espressivo della cultura rock contemporanea.
“Tamotaït” giunge a tre anni di distanza da “Kidal”, ed è il quinto album della band, una conferma del profilo più stradaiolo e meno spirituale dei Tamikrest rispetto ai più noti Tinariwen, una positività e un’energia che si traducono in una musicalità più aperta e meno militante, e che la produzione di Gary Odlum rende oltremodo vivace.

Grande pregio della band è comunque quello di lavorare molto sulle rifiniture oltre che sulla forza del proprio sound, tenendo ben salda una struttura lirica che si esterna ora in ballate che somigliano a una preghiera (“Azawad”), ora in più avventurose sonorità desert-blues che sanno di sangue sudore e polvere (“Amzagh”).
Un album come “Tamotaït” non solo riafferma quanto il percorso politico e sociale che anima i Tamikrest sia ancora lungo e irto di difficoltà, ma ribadisce anche le profonde interconnessioni musicali tra fronti culturali lontani.

E’ facile immaginare le profonde relazioni tra il desert-blues dei Tuareg e la musica di band come i Led Zeppelin (“Awnafin”), ma non è facile discernere chi abbia influenzato chi, quando l’eccellente flusso chitarristico di “Amidinin Tad Adouniya” riporta l’orologio ai tempi di “Exile On Main Street”, e viene perfino da chiedersi se Mark Knopfler non abbia sbirciato nel deserto del Sahara prima di avventurarsi nel dopo-Dire Straits (“Tihoussay”).
Unica certezza è la potente e inesauribile vena creativa della band del Mali, ormai padrona della personale versatilità con un piglio da rodata rock band in “Anha Achal Wad Namda”, nonché temeraria e poetica come non mai nel magico canto di protesta e libertà di “As Sastnan Hidjan”.

Che Tamikrest sia traducibile sia con la parola futuro che con quella di alleanza, chiarisce ancor di più la scelta del gruppo di confrontarsi con fronti culturali diversi. E non è un caso che i due episodi più intensi dell’album siano frutto d’incontro. Spetta infatti alla cantante marocchina Hindi Zahra rendere incandescente l’ipnotica “Timtarin”, e quindi ai due musicisti giapponesi Oki Kano e Atsushi Sakta creare quella magia alchemica che nasce dalla condivisione dell’arte come linguaggio universale di libertà, e che nella conclusiva “Tabsit” raggiunge vertici espressivi molto affini al celebre trio multietnico Yorkston, Thorne, Khan.

“Tamotaït” non è solo un’eccellente conferma per i Tamikrest, ma anche una preziosa opportunità per chi ancora non conosce uno degli ensemble più vitali della scena rock contemporanea. Quella della band maliana è un’inebriante fusione culturale che procede senza sosta e che, pur non avendo l’irruenza degli esordi, conquista senza incertezze l’attenzione e il plauso di una sempre più vasta platea internazionale, accomunando la sofferenza degli esiliati dalle loro terre natie a quella di chi si sente in perenne esilio emotivo in un mondo sempre più in preda al caos.

(07/01/2021)

  • Tracklist
  1. Awnafin
  2. Azawad
  3. Amzagh
  4. Amidinin Tad Adouniya
  5. As Sastnan Hidjan
  6. Timtarin
  7. Tihoussay
  8. Anha Achal Wad Namda
  9. Tabsit




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