U.S. Girls

Heavy Light

2020 (4AD) | art pop

Il pop può essere un tranello, uno sgambetto, un agguato, una messa in scena, un invito a cena, con tutti i profumi al punto giusto, con la tavola elegantemente addobbata di pietanze velenose. Una bella canzone ti attira come un subdolo canto delle sirene, ti fa godere per poi svelarti la verità, che il più delle volte sa essere amara, spesso malvagia. Un ritornello che ti fa aprire gli occhi sul mondo circostante, ma dai?! A dirla tutta, non è che ne avessi tutto questo bisogno, o voglia, o interesse, perché da U.S. Girls mi attendevo il secondo capitolo di quella meraviglia rilasciata due anni orsono di questi giorni, In A Poem Unlimited, ossia un nuovo scrigno ricolmo fino a limite di suoni contagiosi, prodotti in maniera spumeggiante, cornici perfette, lussuose, sfrenate, esotiche, a corredo di rime baciate con il rossetto più rosso, belle sin dal principio, e poi ancora di più, con i bassi pulsanti e rotondi, con orchestrazioni barocche ma mai esagerate, con un senso della misura traboccante, con una vocalità accogliente eppure paradossale, stravagante, infantile, ma di un’innocenza che pare un monito.
Il mistero del songwriting, classico, reminiscente, eppure fresco, irresistibile, che si rinnova, ancora una volta, quando pensavi che non sarebbe più accaduto. Ed è ricapitato, strappando le vesti allo stupore: Meghan Remy ha concesso la replica, ma questa heavy light è sinistra, premonitrice, degna colonna sonora di una rivoluzione globale cui, nostro malgrado, stiamo assistendo in diretta, senza difese, circondati, assediati.

Gli occhi azzurri, dipinti sulla copertina del poema, ora sono reali, e smarriti di fronte allo sconcio umano perpetrato nei confronti del mondo, e quindi di se stessi. Donne malmenate, crimini in ogni dove, la disintegrazione progressiva della natura, e la sua vendetta, prossima ventura, imminente, la lungimiranza abiurata in ogni sua forma, rivoluzioni politiche agognate e allo stesso tempo spaventose. Una medicina necessaria, ma dal gusto dolcissimo, come uno sciroppo sempre desiderato e quasi mai avuto. Ma esiste: sentite come racconta dello sfascio capitalista di “4 American Dollars”, con ritmo proto-disco, come una Tina Charles ospite d’onore di una crociera Love Boat e controcanti soul, e quel quattro corde che pulsa groove e crescendo finale alla Jackson 5, siamo sulla stessa barca, e sta affondando.

Meghan stavolta ha accentuato la componente black, ha riesumato gli antichi abiti da sera delle Supremes e delle Ronettes, li ha spolverati e poi ha provato abbinamenti che, in altri momenti, ambiti, storie, avrebbero potuto creare stupore, quello vicino alla repulsione, ma la nostra eroina è baciata dal gusto sopraffino e quindi il classico gioco cassa-charleston sixties soul trova una spinta cruciale e determinante da parte di una sequenza synth eighties, che poi si trasforma in rumore assordante: succede in “State House”, minuscola nenia che scopre un altro glorioso omaggio, accarezzato e rimesso in moto come se fosse una recente invenzione,  il “Gonna Take A Miracle” di Laura Nyro con l’appoggio incondizionato delle Labelle, un vero miracolo che si ripete in ogni dove, nell’incalzante “Born To Lose”, per esempio, tra rincorse e rallentamenti, momenti d’ira vibrati alla Kate Bush, un vibrafono che fa capolino, all’improvviso, a cambiare le luci in scena; nell’aria latina di “And Yet It Moves/Y Se Mueve” che rifugge ogni sospetto di kitsch, sinuosa e stordente, come il riff di tastiera che la taglia in mezzo, inquieto, brusco e perfetto, ovviamente; o ancora, in “Overtime”, reiterato tra i vocalizzi stratificati e corroborati da una spettacolare solo di sassofono di Jack Clemons, il nipote di Clarence, ennesimo tassello dell’enciclopedia pop rock americana e universale, che entra con una naturalezza degna di ben altra esperienza.

E la dichiarazione di “IOU”? Un concedersi totalmente, in un accorato spartito pianistico, e il talento melodico di Meghan che costruisce ponticelli armonici che rendono semplici anche i tragitti più sdrucciolevoli. Canzoni che sembrano canti di guerra, propiziatori come in “Denise, Don’t Wait”, tra la durezza della diretta e il romanticismo del ricordo, e ossessivi tribali come “Red Ford Radio”. Un quadro che diventa stordente, abbagliante, come la carrozzeria di una Corvette, in "The Quiver To The Bomb", il sogno del Duca, in formato berlinese, di scrivere per il Boss, con una produzione alla Rick Ocasek.
Sarà interessante osservare i nostri ordini sociali guastarsi, quando non potremo più prestare attenzione a loro perché troppo impegnati a cercare di sopravvivere. Come bianca occidentale, non sono mai stata in una zona di guerra. Quindi vedremo com'è.
(Meghan Remy, febbraio 2020)

(30/03/2020)

  • Tracklist
  1. 4 American Dollars
  2. Overtime
  3. IOU
  4. Advice To Teenage Self
  5. State House (It’s A Man’s World)
  6. Born To Lose
  7. And Yet It Moves / Y Se Mueve
  8. The Most Hurtful Thing
  9. Denise, Don’t Wait
  10. Woodstock ‘99
  11. The Color Of Your Childhood Bedroom
  12. The Quiver To The Bomb
  13. Red Ford Radio








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