Deafheaven

Infinite Granite

2021 (Sargent House) | shoegaze, blackgaze

Insicuro, imballato: sono questi i primi aggettivi che mi vengono in mente ripensando a “Ordinary Corrupt Human Love” del 2018 – ad oggi unico, vero passo falso dei Deafheaven. Un disco di sette brani, in cui l’istituzione blackgaze di San Francisco quasi gridava la necessità di svoltare, di deragliare dai suoi binari metal, da un linguaggio che essa stessa aveva contribuito a fondare. A frenarli fu la necessità quasi programmatica, da statuto, di stupire, di generare qualcosa che suonasse se non inaudito almeno originale. Ascoltammo così innecessari e arditi accostamenti tra black metal e giri di pianoforte strappati di peso da un’ipotetica canzone di Adele. Roba che non stava bene insieme tre anni fa come, a riascoltarla, oggi.

Quasi scioccanti, specie per chi dai Deafheaven brama brutalità, i tre singoli che hanno anticipato “Infinite Granite” (che della band è il quinto disco) hanno mostrato invece una band senza pastoie, completamente sbrigliata e a suo agio nelle nuove vesti. Insieme all’atavico bisogno di sperimentare in nuovi e arditi accostamenti, Shiv Mehra ha riposto nel baule le chitarre a zanzara cruciali del black metal per fare del suo strumento il baricentro di uno shoegaze così puro che dalla sua band non ce lo saremmo mai aspettati. 
Se “The Gnashing” è comunque una discreta mazzata dietro al collo (nulla comunque che non avrebbero potuto registrare i Nothing, perlomeno in termini di onda d'urto sonora), “In Blur” si apre tra riverberi sognanti in zona “Souvlaki” e nelle strofe sfoggia adamantini arpeggi jangle. Per non parlare della successiva “Great Mass Of Color”, così autunnale e sfacciatamente indie-pop da far venire in mente i Durutti Column.

La più grande trasformazione non è però nemmeno quella di Mehra, perché in “Infinite Granite” a essere totalmente irriconoscibile è George Clark. Salvo rarissime e ficcanti sbroccate (“Villain” e il clamoroso finale di “Mombasa”), il cantante ha lasciato a casa il suo proverbiale e lancinante scream. Per sfoggiare invece una voce limpida, emotiva e controllata. In “Shellstar” le sue parole sono piume che volteggiano tra le onde dei feedback, in “Great Mass Of Color” la voce è più decisa ma mai completamente solida, mentre in “The Gnashing” propone un ritornello da singalong istantaneo - ovvero l’ultima cosa che ci saremmo aspettati da uno screamer purosangue come lui.

Egregiamente suonato, solido ed emozionante, il disco si fa godere senza necessitare di troppe inversioni di marcia o frenate brusche (l’intermezzo ambient “Neptune Raining Diamonds”), imponendosi come il loro miglior lavoro dopo la fondamentale doppietta blackgaze “Roads To Judah”/”Sunbather”.
Il fatto che gli otto minuti della conclusiva “Mombasa” culminino tra growl, batterie e chitarre infernali, per farne un brano davvero a un passo dal black metal di un tempo, ci priva però di ogni certezza sul futuro della band. Dandoci da pensare che forse “Infinite Granite” è soltanto una parentesi celestiale tra un inferno e l’altro e che per il futuro abbiamo da aspettarci nuove, lancinanti dannazioni.

(24/08/2021)

  • Tracklist
  1. Shellstar
  2. In Blur
  3. Great Mass of Color
  4. Neptune Raining Diamonds
  5. Lament for Wasps
  6. Villain
  7. The Gnashing
  8. Other Language
  9. Mombasa


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