250

Ppong

2022 (Bana) | pon-chak disco

Lee Hoyung (이호형), noto ai più col moniker 250, nasce artisticamente come deejay e opera per anni nei locali di Itaewon, il più noto quartiere della vita notturna di Seul. 
Con l’ascesa del suo nome arrivano le prime richieste per remix e produzioni, che lo portano, a partire dal 2014, a collaborare con alcuni fra gli artisti più popolari della scena locale: ha curato remix per la cantante r&b BoA e per la girl band f(x), ha scritto una canzone per gli ormai celeberrimi Bts, e attualmente lavora come eminenza grigia per le NewJeans, band femminile il cui omonimo Ep di debutto, uscito nell’agosto di quest’anno, ha superato l’equivalente di mezzo milione di copie vendute.
 
A dispetto di una ricca attività dietro le quinte, soltanto quest’anno Lee è giunto alla pubblicazione di un album in proprio, intitolato “Ppong” (“뽕” in alfabeto coreano, trad. “Gelso”).
Il 22 febbraio 2022 è uscito il singolo “Chumeul chueoyo” (“춤을 추어요”, titolo alternativo inglese: “Let’s Dance”). Si tratta della cover di un brano pubblicato nel 1978 da Chang Eun-sook (장은숙), veterana della musica trot.
A sorpresa, visto che finora Lee aveva sempre agito in ambito K-pop, la sua carriera in proprio sembra volersi orientare proprio al trot, uno stile che può essere considerato l’equivalente coreano di quello che in Giappone viene chiamato enka (fu proprio la diffusione dell’enka durante il periodo di dominazione giapponese della Corea, durato dal 1910 al 1945, che portò con ogni probabilità alla nascità del trot).
Non è questo il luogo in cui raccontare la storia dei due generi, discograficamente e cronologicamente sterminati, ma per rendere l’idea in maniera molto grossolana, oggi vi si potrebbero trovare elementi di contatto tanto col country americano, quanto con la musica italiana di stampo regionale, come il liscio e il movimento neomelodico.

La rilettura di Lee non è tuttavia calligrafica: della versione originale si riconoscono solo il testo e, a stento, la melodia. L’andamento ritmico, la struttura, la durata e l’arrangiamento sono stati totalmente stravolti, trasformando una canzone leggiadra e ballabile in uno struggente lento per drum machine e levigate tastiere dal sapore jazzato. Vi partecipano due ospiti di lusso, quali il cantante e tastierista Na Woon Do (나운도) – nome storico del trot, in attività sin dagli anni Settanta – e il chitarrista Lee Jung-san (L이중산) [nota], che nonostante non abbia mai pubblicato un album risulta fra le figure di culto della musica coreana, grazie a un’attività concertistica fra piccoli club e matrimoni che va avanti da circa mezzo secolo. Quest’ultimo si prodiga in un lungo assolo dal suono saturo e sporco, ma denso di virtuosismi, a tratti sfociante nello shredding, del tutto inaspettato in un simile contesto. 

L’album è giunto appena un mese più tardi, escludendo a sorpresa il sopraccitato singolo. Contiene tuttavia undici tracce di grande valore, che impongono Lee come il produttore più visionario della musica elettronica coreana. Ogni brano ha tre titoli: in inglese, in coreano e in giapponese (il trot ha un piccolo mercato anche nel paese del Sol Levante). Per questa recensione si ricorrerà a quelli in inglese, utilizzati nei servizi di streaming.
L’intera scaletta si muove all’interno dell’universo trot, e nello specifico della sua branca con arrangiamenti elettronici, denominata pon-chak disco, a cui sembra voler conferire quella dignità autoriale che le viene solitamente negata. Compaiono numerosi ospiti, quasi tutti nomi importanti per il trot, quando non per l’intera musica coreana.
 
In apertura una tenue ballata col suono del Mellotron settato sul flauto, cantata da un Kim Su-il (김수일) decisamente fuori dal proprio ruolo (si tratta di uno dei più richiesti tastieristi trot, a cui Lee ha però deciso di affidare il microfono).
La canzone rappresenta l’anima più nostalgica e tenera del disco. Le fa da contraltare la successiva “Bang Bus”, con la sua potente pulsazione electro-disco, gli accordi di tastiere d’atmosfera vicine alla deep house, il campionamento di un basso slappato e gli acuti riff di sintetizzatore.
Il gusto melodico è fortemente influenzato dal folk coreano, come accade spesso nel trot. Fra i commentatori sparsi per la Rete c’è chi ha formulato paragoni fra l’approccio di Lee e quello che fu della Yellow Magic Orchestra nei confronti del folk giapponese: pur con tutte le differenze, dovute soprattutto ai quarant’anni di sviluppo tecnologico trascorsi nel frattempo, non è un accostamento peregrino. 
Va precisato che solo tre brani su undici sono propriamente cantati (gli altri fanno al massimo uso di campionamenti vocali) e il contesto attuale non consente più a musica prevalentemente strumentale di ottenere successo (che Lee raggiunge semmai in veste di produttore).

In “Love Story” a cantare è E-Pak-Sa (이박사), il re della pon-chak disco (storico il suo album “Encyclopedia Of Pon-Chak”, del 1996), la cui voce sgangherata è perfetta per una base densa di contrasti, che abbina funky house, atmosfere lounge, ma anche urticanti sintetizzatori che sembrano imitare il suono di una motosega. 
In “Barabogo”, perfetto sposalizio di elettronica robotica e musica tradizionale, collabora nuovamente Na Woon Do, questa volta come strumentista (suona il gayageum, cetra tradizionale coreana, parente del giapponese koto).
“I Love You” è una cover di “Naneun neoleul salanghae” (“나는 너를 사랑해”) di Shin Jung-hyeon (신중현). Il riferimento culturale è questa volta esterno al trot: Shin è infatti colui che portò la musica rock in Corea (oggi ha 84 anni ed è ritenuto uno dei monumenti della cultura nazionale). La versione originale del brano era comunque fortemente legata al folclore e somigliava alle marce funebri dei funerali tradizionali coreani: Lee ne ha smorzato l’elemento marziale, dotandola di un celestiale arrangiamento dalle tonalità ambient.
“Royal Blue”, pur lenta nell’andamento, vanta un notevole dinamismo, grazie al campionamento vocale che si ripete in lontananza, agli assoli sinuosi del sintetizzatore, all’utilizzo smodato di orchestra hit, e soprattutto all’assolo di sassofono suonato dal jazzista Lee Jung Sik (이정식).
Si segnalano ospiti importanti anche per “Finale”, vicina al techno kayo più atmosferico e, per estensione, a certa vaporwave: il testo è scritto da Yang In-ja (양인자), autrice che a partire dagli anni Ottanta ha firmato centinaia di canzoni, mentre alla voce compare Oh Seung-Won (오승원), nota cantante di sigle dei cartoni animati. 
 
Nel complesso l’album mostra un autore che non teme di mescolare sacro e profano, con la manifesta volontà di abbattere superflui steccati. Pochi dischi elettronici contemporanei si sposano in maniera tanto variegata e originale alla propria tradizione popolare e folcloristica.
 
[Nota] Nonostante il chitarrista abbia lo stesso cognome dell’intestatario dell’album, i due non sono parenti: Lee è infatti il secondo cognome più diffuso della Corea del Sud e copre quasi il 15% della popolazione.

(22/11/2022)

  • Tracklist
  1. It Was All A Dream (모든 것이 꿈이었네 / 全てが夢だったね)
  2. Bang Bus (뱅버스 / ベンバス)
  3. Love Story (사랑이야기 / 愛のはなし)
  4. Rear Window (이창 / 裏窓)
  5. ...And Then There Were None (...그리고 아무도 없었다 / そして誰もいなくなった)
  6. Barabogo (바라보고 / バラボゴ)
  7. I Love You (나는 너를 사랑해 / 私は君を愛す)
  8. Give Me (주세요 / ください)
  9. Royal Blue (로얄 블루 / ロイヤル・ブルー)
  10. Red Glass (레드 글라스 / レッド・グラス)
  11. Finale (휘날레 / フィナーレ)




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