Makaya McCraven

In These Times

2022 (International Anthem) | jazz fusion

La musica contemporanea ha bisogno di fuoriclasse, di talenti fuori dall’ordinario, per riconquistare quella centralità nel panorama artistico che negli ultimi tempi sembra dissolversi in un mare di buone intenzioni e di pur validi tentativi di rigenerazione delle glorie passate. Pochi dubbi, il nome di Makaya McCraven è da annotare tra i protagonisti del nostro tempo.
Figlio d’arte, il padre Stephen era un batterista jazz mentre la madre Agnes Zsigmondi è stata una cantante e flautista in una band di folk ungherese, autentico innovatore della musica contemporanea, il musicista di stanza a Chicago ha rimesso al centro del jazz la peculiare e naturale attitudine alla contaminazione.
La sfida dell’ultimo album, “In These Times”, è quella di valicare i confini senza rinunciare alle radici più profonde, un progetto sedimentato in un lungo arco di tempo, sette anni, durante i quali McCraven si è confrontato prima con la figura di Gil Scott-Heron nella ingegnosa rilettura del tormentato “We’re New Again”, quindi con il catalogo della prestigiosa etichetta Blue Note nello stimolante “Deciphering The Message”.

 

Poco incline al virtuosismo fine a se stesso, o a quelle gabbie concettuali che hanno reso esangue il termine jazz, Makaya McCraven riparte dal ritmo e dalla sua interazione con spazio e tempo, per un disco che vive di impulsi, desideri, raptus, un suono organico e mutante che scorre come la vita. E’ un percorso per molti versi affine a quello di Teo Macero, ma anche di Madlib.
Le undici composizioni di “In These Times” sono altrettante sfaccettature di un diamante prezioso, che fa tesoro anche di eventuali imperfezioni. Nato a Parigi, cresciuto nel Massachusetts e residente a Chicago, il musicista rinnova la fecondità della tradizione popolare, con il disco più completo, complesso, dinamico e magico della propria carriera, egregiamente supportato da una quindicina di musicisti e da un parterre sonoro mai così ampio e versatile.

La title track non solo apre le danze, ma pone a monte del progetto le mai soppresse diseguaglianze sociali, affidando a un discorso di Harry Belafonte sulla mitica figura afroamericana di John Henry il proprio punto di vista sulla necessità della definitiva libertà e autodeterminazione dei neri, rimarcando il mai sopito interesse per problematiche sociali e politiche per le quali l’artista è stato spesso in prima linea.
Dal punto di vista strettamente musicale, ancora una volta McCraven si dimostra all’altezza dell’appellativo di “scienziato del ritmo”, poliritmia, ritmi afro e tempi dispari si intrecciano con loop, ritmi hip-hop, funky e dj beat, conciliando la fisiologia naturale del ritmo con un potente patrimonio armonico, dai tratti elegiaci e onirici, abilmente stratificato e rifinito.
A tanta meticolosa ricerca della perfezione non fa difetto quella magia che nasce dall’improvvisazione e dall’istinto. Ma a essere protagonista è comunque l’enorme mole di lirismo e ritmo creata da McCraven, percepibile sia nella gioiosa festa d’ottoni della elegante eppur frenetica “This Place That Place”, sia nella struttura quasi sinfonica e orientaleggiante di “Seventh String”.

 

Avvincente ed elaborato “In These Times” è funzionale sia per un ascolto attento e rilassato in solitudine, sia per una fluida e tracimante esecuzione live. In quest’ottica il groove funky-soft di “Dream Another”, abbellito da note solari e suoni di flauto, e l’incalzante duello tra basso e batteria di “The Fours” rappresentano le possibili vette dell’album. A voler racchiudere in poche parole l’ultimo lavoro di Makaya McCraven ci si può avvalere del termine jazz inteso come un mantello che avvolge funky, folk, rock, hip-hop, musica etnica e tutte quelle suggestioni che possono scaturire dall’interazione tra strumenti acustici ed elettronici. A reggere le fila è comunque il ritmo: quello elegantemente funky di “High Fives”, quello esotico a base di groove caraibici, marimba, arpa e handclap di “So Ubuji” o quello più arioso e vellutato di “The Title”.
Resta altresì innegabile la costante attenzione dell’artista all’incanto che nasce dalla melodia: il mood da colonna sonora anni 70 di “The Calling”, le affinità con la fusion della raffinata “The Knew Untitled” e le riflessive e malinconiche grazie della preziosa rielaborazione di un brano del gruppo folk ungherese dove militava la madre di Makaya, la splendida “Lullaby”, si muovono in tal senso, aggiungendo ulteriori spunti a uno degli album più seducenti dell’anno in corso.

(01/10/2022)

  • Tracklist
  1. In These Times
  2. The Fours
  3. High Fives
  4. Dream Another
  5. Lullaby
  6. This Place That Place
  7. The Calling
  8. Seventh String
  9. So Ubuji
  10. The Knew Untitled
  11. The Title




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