Nell’atto di allontanare le avvolgenti nebbie psych-folk degli esordi, i Modern Studies hanno portato alla luce una fragilità che necessitava di una svolta prospettica.
Il nuovo album “We Are There” è l’opera più ambiziosa del gruppo. Le ondeggianti armonie, i bagliori improvvisi ma mai accecanti e il bisbiglio emotivo che hanno contrassegnato l’originale e atipico gothic-chamber-folk della band scozzese si sono amalgamati in una forma vivida e incantata.
Emily Scott, Rob St John, Pete Harvey e Joe Smillie attraversano quel confine che ha delimitato l’alt-folk contemporaneo, forti di una presenza vocale di rara bellezza e di un talento non comune dei musicisti, spesso alle prese con insoliti strumenti, le cui sonorità assecondano le attitudini alle suggestioni dei field recording da parte di Rob St John (è d’uopo ricordare l’album del 2015 “Surface Tension”).
Ognuno dei brani è un concentrato di argute e colte intuizioni armoniche: i Modern Studies usano le loro composizioni come delle spugne assorbenti, lasciando fluire la musica con una struttura simile a una piccola orchestra.
Non è facile cogliere al primo ascolto tutta la bellezza di “We Are There”, essa si manifesta in primis nell’originale incrocio ritmico tra percussioni e piano che regge l’intero progetto, e che rimanda alle tribolazioni di “Hounds Of Love” di Kate Bush: si ascoltino l’elegante “Two Swimmers” e il vortice lirico/ritmico di “Won’t Be Long”.
Gli scozzesi accarezzano gli epici intrecci vocali tipici dei Clannad, prima graffiandone i contorni con tratteggi psych-folk e rock in “Wild Ocean”, poi confondendo le acque nella sontuosa e spettrale “Sink Into”: un brano che sposa chamber- folk e kraut-rock con un cerimoniale mistico/pagano.
Questi continui ossimori tengono alta l’attenzione, ma anche dopo numerosi ascolti non tutto appare svelato: le connessioni tra folk inglese e folk americano che animano “Light A Fire” (le apparentemente stridenti pulsioni surf-beat e synth-pop di “Mothlight” e le geometrie jazz che scompigliano “Do You Wanna”).
“We Are There” è un disco fortemente climatico, brumoso come un pomeriggio d’inverno, rinfrescante come una brezza marina, parimenti assolato e notturno, ma è quando si affievoliscono le luci che i Modern Studies raggiungono l’estasi. L’abbraccio melodico di “Comfort Me” è delicatamente romantico e intenso, eppure sfigura nei confronti del chamber-folk a tempo di valzer di “Open Face”, che le due voci intonano con la maestria di due perfetti crooner.
Da moderni cantori dell’interconnessione culturale e stilistica, i Modern Studies accendono infine il fuoco dell’immaginazione, affidando al furore funereo degli archi, al grido sommesso del theremin e a geometrie folk-psych-jazz l’ultimo atto di una metafora musicale che ancora profuma della magia di madre terra: “Winter Springs”.
Sensuale, sognante, perfino tribale, l’ultimo album della band scozzese mette a fuoco una musicalità seducente e obliqua, per nulla intimorita dalle diverse anime che ne fanno parte.
20/02/2022