Kate Bush

Hounds Of Love

1985 (Emi) | art-pop

Novembre 1982, è tempo di un nuovo primato, purtroppo negativo, per Kate Bush: "There Goes A Tenner", il terzo estratto dal recente "The Dreaming", è il suo primo singolo a non far breccia nella classifica britannica. Un risultato non del tutto inaspettato - pochi mesi prima, sia l'album che l'omonimo singolo si erano comportati sotto le aspettative. Quella miscela di art-pop, folk, prog ed etnica dava linfa a un lavoro sensazionale (e giustamente rivalutato col tempo) ma che era forse troppo complicato da assimilare anche per il fedele pubblico inglese che si era pur appassionato alla sua maturazione da enfant prodige di "Wuthering Heights" a forbita sperimentatrice.
Passeranno tre anni prima che Kate Bush provi a dare un seguito a un lavoro così ardito, anni di reclusione lontana dal pubblico in cui affinare ancora di più le sue capacità produttive e la padronanza del sintetizzatore Fairlight. Proprio in questo frangente prenderà una decisione che anticiperà di un anno quella che anche la sua anima affine Peter Gabriel farà sua con "So": la scelta di portare avanti le sperimentazioni senza però rinunciare alla contemporaneità e a una più spiccata accessibilità. La metà degli anni 80 vede grandi popstar smuovere milioni di persone sulla pista da ballo e flirtare col pubblico su Mtv tramite ritmiche sempre più aggressive, ma con "Hounds Of Love" la nuova Kate Bush, addirittura provocante nella patinatissima copertina, non temerà confronti.

È infatti un inedito dinamismo a investire l'ascoltatore non appena l'album viene inaugurato dal primo e memorabile singolo estratto. Il battito marziale e galoppante di "Running Up That Hill (A Deal With God)" è a sostegno di un paesaggio onirico su cui la voce della Bush si posa inquieta, a tratti drammatica, ma senza perdere mai quel fraseggio funky che lo rende in pratica un pezzo dall'innegabile appeal radiofonico. Canzone simbolo di una sofisticazione pop eternamente vivida nel tempo. Una luce sensuale e irraggiungibile. Il brano sarà infatti preda di band diversissime tra loro, come ben testimoniano le cover più celebri spalmate dal 2000 in poi (Within Temptation, Placebo, Chromatics, First Aid Kit). Fantastico e al solito estremamente suadente il videoclip con la Bush che balla come una Dea svampita in coppia con il ballerino Michael Hervieu.
La stessa dinamicità si ritrova nella title track, scoppiettante cavalcata giusto un po' più popolana nel suo impianto sonoro dominato da archi vorticosi e stravaganze vocali (i guaiti dei segugi ai cori), e nel trascinante crescendo di "The Big Sky" in cui il cantato della Bush esordisce soave per poi abbandonarsi a un estatico sabba, tra tribalismi, isterismi e chitarre taglienti.

A lenire un incipit così propulsivo è la volta dello spettrale quadro di "Mother Stands For Comfort": una cupissima linea di basso, sparute note di pianoforte e il Fairlight della Bush a far da padrone tra elastiche vibrazioni e vetri in frantumi. Uno scenario tutt'altro che rassicurante per disquisire sull'iperprotettività materna. La figura paterna è invece il fulcro della superba "Cloudbusting" (secondo singolo accompagnato da un altrettanto memorabile videoclip) in cui l'affascinante figura dell'acchiappanuvole, ispirato al libro "A Book Of Dreams" di Peter Reich, è messa in scena con un incalzante bolero conteso tra fascinazioni orientali e celtiche.
Le dinamiche familiari, la ricerca dell'amore incondizionato che superi i ruoli di coppia, l'armonia della natura come tensione al divino. Con cinque pezzi di squisita fattura pop Kate Bush sembra voler fare bagaglio di punti fermi in vista di narrazioni ancor più impegnative e sinistre. Perché "Hounds Of Love", l'album destinato a farle conquistare definitivamente le classifiche, anche oltreoceano, termina qui e ciò che segue è un'altra storia ancora, praticamente un altro disco nel disco in cui l'anima progressive dell'artista del Kent, sinora tenuta a freno, ritorna dalle parti di "The Dreaming" e ci travolge prepotentemente con uno dei suoi lavori più ambiziosi, la suite in sette parti intitolata "The Ninth Wave".

Una cristallina voce che rimbomba nel vuoto, è quella di una naufraga dispersa in mare combattuta tra il rimanere vigile in attesa dei soccorsi e il lasciarsi andare a un sonno consolatorio ma fatale. In poco meno di tre minuti, l'agrodolce ballata pianistica "And Dream Of Sheep" rivaleggia con le cime tempestose del passato e ci conduce negli abissi psicologici di chi rischia di perdere tutto ciò che ha di più caro. È l'inzio della sopracitata seconda parte dell'album, composta da movimenti fluttuanti, a metà strada tra le prelibatezze da classifica e l'agognata ricerca di un'elevazione artistica concettualmente superiore. Una fuga dai propri fantasmi, con l'acqua a fungere da elemento cardine in cui abbandonarsi o "annegare". Nell'introduttiva "Under Ice" sale in cattedra la seconda delle due possibilità. L'umore è cupo. Il cigno è diventato "nero".
"Waking The Witch" segnala ulteriore perdizione, angoscia, sgomento. La Bush è in preda a onde negative. Cerca riparo tra una nota al piano e l'altra, una preghiera e un'invocazione, prima che subentri un ritmo androide in appoggio a una danza alienata, quasi a voler marcare, sempre in punta di piedi, territori "altri". Si potrebbero scomodare alcune intuizioni strumentali di Eno e Fripp nel disorientante "My Life In The Bush Of Ghosts", centellinate qui e là con "isteria" femminea.

Al contrario, "Watching You Without Me" smorza la nevrosi con il suo passo orientaleggiante, approdando verso mete concilianti. Come spiegato dalla stessa Bush, la canzone immagina il "ritorno a casa di una donna naufragata". Una dimora agognata, nella fattispecie una vera e propria pagoda. "Watching You Without Me" è infatti la traccia più esotica del lotto. Una calda fermata prima di riattivare allucinazioni varie, come ben dimostra "Jig Of Life", tra violini in "festa" e visioni future che scazzottano con i ricordi del passato. Pensieri di cui disfarsi per tornare a vivere, s'intende. Sensazionale poi il "salto continentale" attutato dalla musicista, volata in un sol colpo dall'Oriente all'amato Nord Europa, con tanto di danza folk da contraltare al battito ossessivo. I dialoghi campionati dell'astronauta statunitense Daniel Brandenstein con il centro di controllo della Nasa aprono a loro volta le porte dell'altra ballata del disco: "Hello Earth". Il conceptdell'opera, basato sulla figura di una donna che affoga metaforicamente nei suoi malesseri, definisce la propria cifra con le esortazioni di un coro giunto a soccorrere un'anima ferita.
All your sailors
Get out of the waves, get out of the water!
All life-savers
Get out of the waves, get out of the water!
All you cruisers
Get out of the waves, get out of the water!
All you fishermen head for home
Go to sleep, little Earth

Il pianeta con le sue meraviglie è quindi miraggio, ancora di salvezza. L'escamotage è fuggire dal dolore, bruciando "banalmente" la vita ogni secondo che passa. Una positività che torna in auge nella coda del disco. "The Morning Fog" è per l'appunto la nebbia del mattino che nasconde paesaggi, svelando al contempo nuovi scenari. L'atmosfera è luminosa, tra un fraseggio acustico dolcissimo e promesse da cantare senza più psicodrammi all'orizzonte. È il desiderio di un futuro autenticamente appagante a prendere il sopravvento nelle parole della musicista britannica. Quello stesso avvenire che sarà romantico nel successivo "The Sensual World" ed eccitato in "The Red Shoes", prima di una pausa durata ben dodici anni. Nel frattempo, "Hounds Of Love" consoliderà il proprio status di intimo spartiacque, confermandosi per tanti versi come la prova più geniale e influente di Kate Bush.

(03/05/2020)

  • Tracklist
Hounds Of Love

  1. Running Up That Hill (A Deal With God)
  2. Hounds Of Love
  3. The Big Sky
  4. Mother Stands For Comfort
  5. Cloudbusting

The Ninth Wave

  1. And Dream Of Sheep
  2. Under Ice
  3. Waking The Witch
  4. Watching You Without Me
  5. Jig Of Life
  6. Hello Earth
  7. The Morning Fog






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