L’anniversario
Quarant'anni fa, il 16 settembre 1985, rompendo tre anni di silenzio, Kate Bush concepiva il suo disco definitivo, in grado di sposare la sua audacia sperimentale a una ispirata vocazione pop. Reduce dall’exploit del formidabile (e incompreso) “The Dreaming”, eccentrico concept-album impastato di art-pop, folk, prog e musica etnica, la cantautrice inglese voleva dare un seguito diverso a un lavoro così ardito. Serviva qualcosa di meno complesso ma altrettanto sofisticato per tornare a sedurre il fedele pubblico inglese, che si era pur appassionato alla sua maturazione da enfant prodige di "Wuthering Heights" (lanciata da un certo David Gilmour) a forbita sperimentatrice, in lavori eccelsi come, su tutti, “Never For Ever”, primo disco di Bush a conquistare la vetta della classifica britannica. Ecco il motivo di quegli anni di reclusione, lontana dal pubblico, in cui aveva cercato di affinare ancora di più le sue capacità produttive e la padronanza del sintetizzatore Fairlight. L’intuizione finale dell'intrepida Catherine anticiperà di un anno quel nuovo corso che la sua anima affine Peter Gabriel avrebbe perseguito a partire da "So": portare avanti le sperimentazioni senza però rinunciare alla contemporaneità e a una più spiccata accessibilità pop.
L’uscita fu anticipata dal trascinante singolo “Running Up That Hill”, che sposava synth-pop e tensione emotiva. Un instant classic capace di conquistarsi un posto fisso in heavy rotation (nelle radio e in tv, con il relativo videoclip) e di scalare la classifica fino al n.3 dei singoli nel Regno Unito.
La metà degli anni 80 vedeva grandi popstar smuovere milioni di persone sulla pista da ballo e flirtare col pubblico su Mtv tramite ritmiche sempre più aggressive. Con il suo nuovo album "Hounds Of Love", il primo interamente inciso nel suo studio di registrazione domestico, la “nuova” Kate, persino provocante nella patinatissima copertina, non temeva confronti. Certo, le velleità intellettuali non erano state riposte a cominciare da quella “Cloudbusting” resa celebre da un videoclip con Donald Sutherland, dedicata alla vicenda dell'allievo di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, psicanalista vissuto a metà '900 che ipotizzò l'esistenza dell'energia orgonica collegata alla sessualità e all'orgasmo. E sarà soprattutto nella seconda metà dell’album che l’artista del Kent darà fondo a tutto il suo potenziale sperimentale, ideando, di fatto, un nuovo “disco nel disco” (si prenda ad esempio la suite in sette parti intitolata "The Ninth Wave", che raccontava il viaggio interiore di una donna alla deriva in mare), dove troverà ampia espressione la sua gamma vocale senza confini, capace di evocare le fiabe gotiche e il folk celtico, il misticismo medievale e gli incantesimi delle streghe, i riti tribali e il pop più etereo.
Ma il manifesto dell’intera opera era proprio quel primo e memorabile singolo estratto. Il battito marziale e galoppante di "Running Up That Hill" sostiene un paesaggio onirico su cui la voce della Bush si posa inquieta, a tratti drammatica, ma senza perdere mai quel fraseggio funky che lo rende in pratica un pezzo dall'innegabile appeal radiofonico. Canzone simbolo di una sofisticazione pop eternamente vivida nel tempo. Una luce sensuale e irraggiungibile.
Registrato tra il suo studio privato in campagna e celebri sale come Abbey Road, “Hounds Of Love” segnò l’affermazione di Kate Bush come artista completa: cantautrice, musicista e produttrice in pieno controllo del proprio lavoro.
Cuore pulsante delle registrazioni fu il Fairlight CMI, rivoluzionario sintetizzatore-campionatore che Bush utilizzò come laboratorio creativo, fondendo elettronica, orchestrazioni simulate e suggestioni cinematiche.
Fu anche il disco che riuscì a vincere le ultime resistenze di una critica non sempre in grado di cogliere il genio sotteso a opere precedenti di Bush. Avanguardia e melodia, tecnologia e pathos si intrecciavano in un’opera compatta, completa, irresistibile.
Il successo fu immediato: detronizzò Madonna e il suo “Like A Virgin” dal primo posto delle classifiche britanniche, restando in top ten per sette settimane consecutive, di cui tre al vertice, nonostante la totale assenza di concerti promozionali.
Quarant’anni dopo, l’album appare ancora più fresco e attuale di quanto già lo fosse. Già, perché stavolta nel Sottosopra sono finite le classifiche. Potere delle serie tv e di una in particolare, “Stranger Things”, che del resto di magia e poteri soprannaturali fa ampio uso. Si scopre così che sono bastati alcuni ascolti nel walkman di una delle figure centrali della storia - Maxine “Max” Mayfield (Sadie Sink) – per far tornare a correre Kate Bush con la sua “Running Up That Hill” fino a quella vetta della collina – intesa come classifica - che 37 anni fa aveva visto solo da lontano. Certo, i tempi sono cambiati, allora quel trentesimo posto nella chart di Billboard 100 contava sicuramente di più dell’etereo numero uno attuale su iTunes (nonché del #29 di Spotify nel Regno Unito, con 161,1 mila ascolti) ma il fatto che un brano del 1985 possa riemergere dal solaio dei ricordi e superare in tromba canzoni di popstar contemporanee come Lady Gaga, Lizzo e Harry Styles è comunque insolito, a testimonianza di come le serie tv siano diventate un formidabile veicolo di promozione musicale, ben più di altri canali ancora pervicacemente inseguiti dalle nostre paleolitiche case discografiche e agenzie di comunicazione. Per chi volesse approfondire il discorso, suggeriamo il nostro podcast sul tema, intitolato “Sound and Television”.
Un destino curioso, insomma, per il brano-chiave di quella nuova svolta sonora che la cantautrice di “Babooshka” aveva coronato a metà del decennio Ottanta. Fantastico e al solito estremamente suadente anche il videoclip con Kate che balla come una Dea svampita in coppia con il ballerino Michael Hervieu.
Ora, dopo anni di culto impenitente ad opera degli adepti, Kate torna a danzare nelle nostre orecchie, con il suo dinamismo irresistibile e la sua sontuosa interpretazione vocale. Un Patto con Dio che, alla fine, si rivela non così dissimile da quello col Diavolo di faustiana memoria, solo che il Mefistofele di Goethe aveva previsto 24 anni, non 40. (Claudio Fabretti)
La recensione
Novembre 1982, è tempo di un nuovo primato, purtroppo negativo, per Kate Bush: "There Goes A Tenner", il terzo estratto dal recente "The Dreaming", è il suo primo singolo a non far breccia nella classifica britannica. Un risultato non del tutto inaspettato - pochi mesi prima, sia l'album che l'omonimo singolo si erano comportati sotto le aspettative. Quella miscela di art-pop, folk, prog ed etnica dava linfa a un lavoro sensazionale (e giustamente rivalutato col tempo) ma che era forse troppo complicato da assimilare anche per il fedele pubblico inglese che si era pur appassionato alla sua maturazione da enfant prodige di "Wuthering Heights" a forbita sperimentatrice.
Passeranno tre anni prima che Kate Bush provi a dare un seguito a un lavoro così ardito, anni di reclusione lontana dal pubblico in cui affinare ancora di più le sue capacità produttive e la padronanza del sintetizzatore Fairlight. Proprio in questo frangente prenderà una decisione che anticiperà di un anno quella che anche la sua anima affine Peter Gabriel farà sua con "So": la scelta di portare avanti le sperimentazioni senza però rinunciare alla contemporaneità e a una più spiccata accessibilità. La metà degli anni 80 vede grandi popstar smuovere milioni di persone sulla pista da ballo e flirtare col pubblico su Mtv tramite ritmiche sempre più aggressive, ma con "Hounds Of Love" la nuova Kate Bush, addirittura provocante nella patinatissima copertina, non temerà confronti.
È infatti un inedito dinamismo a investire l'ascoltatore non appena l'album viene inaugurato dal primo e memorabile singolo estratto. Il battito marziale e galoppante di "Running Up That Hill (A Deal With God)" è a sostegno di un paesaggio onirico su cui la voce della Bush si posa inquieta, a tratti drammatica, ma senza perdere mai quel fraseggio funky che lo rende in pratica un pezzo dall'innegabile appeal radiofonico. Canzone simbolo di una sofisticazione pop eternamente vivida nel tempo. Una luce sensuale e irraggiungibile. Il brano sarà infatti preda di band diversissime tra loro, come ben testimoniano le cover più celebri spalmate dal 2000 in poi (Within Temptation, Placebo, Chromatics, First Aid Kit). Fantastico e al solito estremamente suadente il videoclip con la Bush che balla come una Dea svampita in coppia con il ballerino Michael Hervieu.
La stessa dinamicità si ritrova nella title track, scoppiettante cavalcata giusto un po' più popolana nel suo impianto sonoro dominato da archi vorticosi e stravaganze vocali (i guaiti dei segugi ai cori), e nel trascinante crescendo di "The Big Sky" in cui il cantato della Bush esordisce soave per poi abbandonarsi a un estatico sabba, tra tribalismi, isterismi e chitarre taglienti.
A lenire un incipit così propulsivo è la volta dello spettrale quadro di "Mother Stands For Comfort": una cupissima linea di basso, sparute note di pianoforte e il Fairlight della Bush a far da padrone tra elastiche vibrazioni e vetri in frantumi. Uno scenario tutt'altro che rassicurante per disquisire sull'iperprotettività materna. La figura paterna è invece il fulcro della superba "Cloudbusting" (secondo singolo accompagnato da un altrettanto memorabile videoclip) in cui l'affascinante figura dell'acchiappanuvole, ispirato al libro "A Book Of Dreams" di Peter Reich, è messa in scena con un incalzante bolero conteso tra fascinazioni orientali e celtiche.
Le dinamiche familiari, la ricerca dell'amore incondizionato che superi i ruoli di coppia, l'armonia della natura come tensione al divino. Con cinque pezzi di squisita fattura pop Kate Bush sembra voler fare bagaglio di punti fermi in vista di narrazioni ancor più impegnative e sinistre. Perché "Hounds Of Love", l'album destinato a farle conquistare definitivamente le classifiche, anche oltreoceano, termina qui e ciò che segue è un'altra storia ancora, praticamente un altro disco nel disco in cui l'anima progressive dell'artista del Kent, sinora tenuta a freno, ritorna dalle parti di "The Dreaming" e ci travolge prepotentemente con uno dei suoi lavori più ambiziosi, la suite in sette parti intitolata "The Ninth Wave".
Una cristallina voce che rimbomba nel vuoto, è quella di una naufraga dispersa in mare combattuta tra il rimanere vigile in attesa dei soccorsi e il lasciarsi andare a un sonno consolatorio ma fatale. In poco meno di tre minuti, l'agrodolce ballata pianistica "And Dream Of Sheep" rivaleggia con le cime tempestose del passato e ci conduce negli abissi psicologici di chi rischia di perdere tutto ciò che ha di più caro. È l'inzio della sopracitata seconda parte dell'album, composta da movimenti fluttuanti, a metà strada tra le prelibatezze da classifica e l'agognata ricerca di un'elevazione artistica concettualmente superiore. Una fuga dai propri fantasmi, con l'acqua a fungere da elemento cardine in cui abbandonarsi o "annegare". Nell'introduttiva "Under Ice" sale in cattedra la seconda delle due possibilità. L'umore è cupo. Il cigno è diventato "nero".
"Waking The Witch" segnala ulteriore perdizione, angoscia, sgomento. La Bush è in preda a onde negative. Cerca riparo tra una nota al piano e l'altra, una preghiera e un'invocazione, prima che subentri un ritmo androide in appoggio a una danza alienata, quasi a voler marcare, sempre in punta di piedi, territori "altri". Si potrebbero scomodare alcune intuizioni strumentali di Eno e Fripp nel disorientante "My Life In The Bush Of Ghosts", centellinate qui e là con "isteria" femminea.
Al contrario, "Watching You Without Me" smorza la nevrosi con il suo passo orientaleggiante, approdando verso mete concilianti. Come spiegato dalla stessa Bush, la canzone immagina il "ritorno a casa di una donna naufragata". Una dimora agognata, nella fattispecie una vera e propria pagoda. "Watching You Without Me" è infatti la traccia più esotica del lotto. Una calda fermata prima di riattivare allucinazioni varie, come ben dimostra "Jig Of Life", tra violini in "festa" e visioni future che scazzottano con i ricordi del passato. Pensieri di cui disfarsi per tornare a vivere, s'intende. Sensazionale poi il "salto continentale" attutato dalla musicista, volata in un sol colpo dall'Oriente all'amato Nord Europa, con tanto di danza folk da contraltare al battito ossessivo. I dialoghi campionati dell'astronauta statunitense Daniel Brandenstein con il centro di controllo della Nasa aprono a loro volta le porte dell'altra ballata del disco: "Hello Earth". Il conceptdell'opera, basato sulla figura di una donna che affoga metaforicamente nei suoi malesseri, definisce la propria cifra con le esortazioni di un coro giunto a soccorrere un'anima ferita.
All your sailors
Get out of the waves, get out of the water!
All life-savers
Get out of the waves, get out of the water!
All you cruisers
Get out of the waves, get out of the water!
All you fishermen head for home
Go to sleep, little Earth
Il pianeta con le sue meraviglie è quindi miraggio, ancora di salvezza. L'escamotage è fuggire dal dolore, bruciando "banalmente" la vita ogni secondo che passa. Una positività che torna in auge nella coda del disco. "The Morning Fog" è per l'appunto la nebbia del mattino che nasconde paesaggi, svelando al contempo nuovi scenari. L'atmosfera è luminosa, tra un fraseggio acustico dolcissimo e promesse da cantare senza più psicodrammi all'orizzonte. È il desiderio di un futuro autenticamente appagante a prendere il sopravvento nelle parole della musicista britannica. Quello stesso avvenire che sarà romantico nel successivo "The Sensual World" ed eccitato in "The Red Shoes", prima di una pausa durata ben dodici anni. Nel frattempo, "Hounds Of Love" consoliderà il proprio status di intimo spartiacque, confermandosi per tanti versi come la prova più geniale e influente di Kate Bush. (Giuliano Delli Paoli)