Si sono fatti una reputazione, i BIG|BRAVE: quella di creatori di monoliti sonori. E con il settimo atto della loro discografia, battezzato “nature morte”, la formula non cambia. Sono solo in tre, ma gli elementi a disposizione sanno farli fruttare a dovere: la voce della chitarrista Robin Wattie – la vera arma micidiale della formazione – intenta a sormontare i muri di note della sua chitarra (mentre all’altra sei corde troviamo Mathieu Bernard Ball), con alla batteria il nuovo arrivato Tasy Hudson. Dopo le doppie uscite datate 2021, “Vital” e “Leaving None But Small Birds” insieme ai The Body, la formazione di Montréal riversa in studio tutta la sua incontenibile furia.
Sempre attenti a correlare la loro musica con l’aspetto grafico (basti vedere il nuovo splendido artwork), l’album si apre con “Carvers, Farriers And Knaves”, tipico brano ascrivibile al sound e alle strutture dei BIG|BRAVE, orientato dolorosamente a crescere fino a schiantarsi sui piatti della batteria. Seguono i nove minuti di “The One Who Bornes A Weary Load”, con le sue chitarre atipicamente più rapide, e “My Hope Renders Me A Fool”, tutta distorsioni e droni con conclusivo docile arpeggio finale. “The Fable Of Subjugation” è il brano con i passaggi più interessanti, nonché quello dove i timpani dell’ascoltatore sono messi più a dura prova (figuriamoci poi dal vivo…). “A Parable Of The Trusting” non è da meno, mentre a chiudere la tracklist ci pensano gli intrecci dolenti e la sentita performance vocale di “The Ten Of Swords”.
Soffermiamoci in chiusura sui testi, spesso sottovalutati e schiacciati dai macigni sonori, dove l’amore e la sofferenza cantate vengono quasi dissezionate in frasi secche e concise:
Yes
No one ever really sees a body self loathing;
Nor the perversion of an entire being with their mind self-harming
Yes
No one really sees
(Da “A parable Of The Trusting”)
28/02/2023