The Body & Big|Brave

Leaving None But Small Birds

2021 (Thrill Jockey) | drone metal, drone folk

Problema matematico: se in una moltiplicazione i due fattori sono rispettivamente rappresentati da un duo sludge doom sperimentale e da una giovane band drone metal con voce femminile, quale sarà il prodotto? Pochi sarebbero disposti a scommettere che una simile operazione possa restituire come risultato un disco folk. Eppure è proprio così. Meglio però andarci piano con le definizioni, che qui si fanno talmente sfuggenti da perdere quasi completamente significato. "Leaving None But Small Birds" è infatti un reticolo di sonorità intricate, che fa del folk solo un pretesto.

L'album suggella la collaborazione tra The Body e i Big|Brave. I Body di Chip King e Lee Buford si sono rivelati già da una decina d'anni un nome altisonante del metal estremo d'avanguardia e non sono nuovi agli scambi artistici, tra cui i ménage prima con il poliedrico Bobby Krlic (Haxan Cloak), poi con Thou e Full Of Hell, partorendo album di vedute spettrali che tutto sommato corrispondevano al background dei rispettivi creatori. Stavolta, Buford e King prendono a bordo i Big|Brave, trio canadese attivo dal 2014 con in dote un curriculum che annovera uscite eccellenti per la prestigiosa Southern Lord, e già pupilli nientemeno che dei Sunn O))), fautori di un drone metal ossessivo ma evocativo, reso particolarmente suadente dalla voce della cantante Robin Wattie. Il connubio tra le due band farebbe ragionevolmente immaginare di doversi preparare a una distopia sonora popolata da fantasmi e oppressioni cosmiche. Dinanzi agli occhi si dilata invece un paesaggio altrettanto attraversato da fumi e tragedie, ma con un impianto strumentale sorprendentemente divergente dalle aspettative.

La Thrill Jockey (etichetta dei Body) descrive il disco come una raccolta di "salmi per i dimenticati, trenodie di amori perduti e odi alla vendetta" rielaborati da canti popolari canadesi, appalachiani e inglesi. Risulta in effetti difficile approcciarsi a "Leaving None But Small Birds" senza una congrua predisposizione a un ascolto "spirituale". L'ispirazione folk è lenta e caustica, tanto da far tornare alla mente il decadentismo turbato di Jason Molina ("Songs: Ohia"). Naviga in desolazioni rurali come nel più vagabondo Tom Waits. Trova una sorta di sommessa grazia elegiaca in gospel gotici fino a sembrare una riproposizione soffocata e soffocante di un certo Nick Cave. Quasi riesce ad addentrarsi in territori da depressione caspica che in Italia abbiamo conosciuto con "Linea Gotica".

La matrice è fortemente psych nella più cruda accezione, ma in "Leaving None But Small Birds" oltre all'anima e alla materia grigia, ai meandri di cupa introspezione e agli anfratti più sommersi del subconscio, prendono corpo anche lacrime e pulsazioni.
Così, "Blackest Crow" si apre tra pizzicori arpeggiati e prosegue rimbombante e straniante, facendo spazio anche a un commento di archi dalle reminiscenze celtiche; "Oh Sinner" scandisce meglio le battute su linee armoniche e vocali fascinose e trascinanti; in "Hard Times" le atmosfere si fanno sospese e tremanti, scompare la sezione ritmica, sostituita da arie diradate; l'urlo, prima dimesso, si fa straziante in "Once I Had A Sweetheart" e "Polly Gosford", che toccano l'apice drammatico dell'album, soprattutto con quest'ultima che chiosa in un suggestivo quanto angosciante crescendo di distorsione, con una secca melodia di pianoforte e violino a fare da contrappunto; "Black Is The Colour" è un'arida cantilena country in un duetto di voci armonizzate, mentre "Babes In The Woods" è l'epilogo tragico del disco, che riporta il sound alla vera natura dei Body e dei Big|Brave, con una sfilata di droni martellanti che fa da preludio a una glaciale filastrocca declamata a cappella a conclusione della narrazione.

In realtà, i droni si levano e deragliano nell'incedere del climax in downtempo di quasi tutti i brani, ma rimangono paradossalmente discreti, fungendo quasi da scenografia. A spadroneggiare è comunque la splendida voce della cantante dei Big|Brave, Robin Wattie, che dà sfoggio di intensità e drammaticità, in vocalizzi e gorgheggi che tracciano litanie quasi monotóne, ammalianti e laceranti, nevrotiche e ipnotiche.
Il folk di "Leaving None But Small Birds" è pervaso da una costante tensione elettrica e noise, a volte persino tendente al gazing, che dipinge sfondi di un'immensità abissale che diventa teatro delle storie di emarginazione e persecuzione mutuate dai canti popolari scelti per la rivisitazione. Laddove il doom - perimetro di provenienza di entrambe le band - è la trasposizione in musica dell'apocalisse, quello disegnato in "Leaving None But Small Birds" è lo scenario conseguente, quello appunto post-apocalittico, dove lo spazio è riempito solo dal vuoto della devastazione lasciata sul campo.

Non si tratta certo di un album che si presti a un approccio distratto e superficiale; da un certo punto di vista, può risultare relativamente facile attestare l'eccellente qualità delle composizioni e dell'esecuzione dell'opera. Più complesso (ma fondamentale per una piena comprensione) è addentrarsi nell'emotività e nella profondità di questo disco, che può in ogni caso rappresentare uno degli ascolti più interessanti e affascinanti in cui ci si possa imbattere nel 2021, anche per chi (come, tra l'altro, il sottoscritto) abbia gusti personali molto distanti dai territori sonori e tematici d'origine dei Body e dei Big|Brave.
Se è vero che da "Leaving None But Small Birds" emergono mestizie funeree, esplorazioni ancestrali e presagi oscuri, in un tentativo di esercizio esegetico applicato possono essere rintracciati anche sprazzi di bagliore celeste, come a generare dal canto stesso un senso di speranza salvifica che si staglia lontano, oltre le fosche coltri dell'esistenza. Come se il tutto fosse in fondo una preghiera. Una smisurata preghiera. Elettrificata.

(12/11/2021)

  • Tracklist
  1. Blackest Crow
  2. Oh Sinner
  3. Hard Times
  4. Once I Had a Sweetheart
  5. Black is the Colour
  6. Polly Gosford
  7. Babes in the Woods
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