Host - IX

2023 (Nuclear Blast)
gothic-rock, synth-pop

Se “One Second” (1997) aveva mostrato i primi sintomi di un cambiamento, con il successivo “Host” (1999) i Paradise Lost gettarono definitivamente la maschera, infilandosi sulla scia di quei Depeche Mode (“Ultra” era uscito due anni prima) la cui influenza stava contagiando più di una band nel circuito gothic metal di fine 90’s.
I fan della prima ora, quelli cresciuti a pane e death-doom, si voltarono inorriditi, al contrario di chi invece apprezzò non poco quella svolta repentina. Nonostante ciò, il periodo soft del gruppo britannico non durò a lungo, considerando che da tempo i Paradise Lost sono tornati al sound che li ha resi celebri, pur con sfumature differenti.

Questa premessa è obbligatoria per poter parlare del progetto Host, il cui nome rievoca per l’appunto il disco più controverso realizzato dalla band di Halifax. Inizialmente concepito dal solo Greg Mackintosh, “IX” è stato poi ultimato grazie all’apporto di Nick Holmes (entrambi i musicisti non hanno mai nascosto la loro passione per la new wave).
L’approccio minimale e sintetico ammirato nel lontano 1999 lascia comunque il posto a un prodotto maggiormente elaborato negli arrangiamenti, nonché più ambizioso: non a caso, le clean vocals di Holmes si inseriscono tra le maglie di basi sia elettroniche che orchestrali (il crescendo della discreta “Divine Emotion”), a tratti arricchite dall’intervento della chitarra (è inconfondibile la matrice gothic-rock del buon vecchio Mackintosh).

In realtà, già ascoltando i primi due singoli di lancio (“Tomorrow’s Sky” e “Hiding From Tomorrow”) era possibile percepire l’opaco destino di questo disco, un debut (che tanto debut non è!) in cui si sente la mancanza di brani che facciano davvero la differenza. In alcuni passaggi, Nick Holmes appare piuttosto scarico, così come le sue melodie non proprio brillanti (ben lontane dagli standard a cui egli ci aveva abituati con la sua creatura madre).
Quando però la coppia si muove in territori più scarni e tenebrosi (la pregevole “Inquisition” o le tentazioni darkwave di “My Only Escape”), l’album ci ricorda chi si nasconde dietro gli Host: due personaggi che hanno scritto alcune delle pagine più belle nella storia del metal e che oggi, fuori tempo massimo, tentano di imboccare ancora una volta quel sentiero alternativo a loro tanto caro, facendolo con il dovuto rispetto nei confronti dei fan (da qui la scelta di un nuovo moniker, per non tradire lo zoccolo duro dei seguaci).
Il risultato non entusiasma, ma potrebbe stuzzicare chi ha sempre apprezzato il lato più dark dei Paradise Lost.

Tracklist

  1. Wretched Soul    
  2. Tomorrow’s Sky 
  3. Divine Emotion   
  4. Hiding From Tomorrow
  5. A Troubled Mind
  6. My Only Escape  
  7. Years Of Suspicion       
  8. Inquisition 
  9. Instinct

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