Chi ha più o meno la mia età e ha potuto seguire in diretta le evoluzioni musicali degli
anni Novanta, probabilmente si ricorderà degli
Shed Seven, una delle tante formazioni inglesi che - mettendosi in scia ai portabandiera
Oasis,
Blur,
Suede e
Pulp - cercarono di trarre beneficio dall'onda lunga
britpop. Pur rimanendo sempre fra le seconde linee, gli Shed Seven raccolsero comunque buoni successi: il loro secondo album, "A Maximum High", pubblicato nel 1996, resta fra i lavori più amati del periodo, anche se il podio delle
chart britanniche restò sempre una chimera. Nonostante un paio di scioglimenti e successive ripartenze, la band di York è riuscita anche a mantenere un buon seguito di fan in Gran Bretagna, visto che - proprio allo scoccare dei trent'anni dall'esordio - a inizio 2024 ha finalmente coronato il sogno di conquistare il numero uno nella classifica dei dischi più venduti nel Regno Unito.
Ci è riuscita grazie ad "A Matter Of Time", album aperto in maniera decisamente energetica per mezzo della propulsione power-
punk impressa da "Let's Go", quasi a voler proclamare una seconda giovinezza (aggirandosi dalle parti di
Green Day e
Offspring), seguito dall'edulcoratissimo sunshine-pop di "Kissing California".
Non si scorgono elementi britpop dentro "A Matter Of Time", né tantomeno riferimenti agli
Smiths, ai quali gli Shed Seven vennero più volte accostati all'epoca dei primi quattro dischi (ma i
Gene seppero somigliar loro ancor di più...). La band oggi pare piuttosto ispirarsi a un colorato pop-rock
guitar-oriented rivolto più verso esperienze dal forte taglio
mainstream, come quella dei
Killers: il compitino perfetto per fare centro nelle
chart che contano, basti ascoltare canzoni come "Let's Go Dancing" o "Ring The Changes" per farsene immediatamente un'idea.
Chitarre in primo piano, ritornelli che aprono di brutto, e il gioco è fatto, alternando anche qualche interessante diversivo, come nel caso di una "Tripping With You" che si spinge verso territori
folkie e una "F:K:H" che abbraccia idealmente il
sound dei
Primal Scream. Non c'è grande personalità nel loro
songwriting, e forse non c'era neanche in gioventù, ma alla freschezza oggi sopperisce il mestiere, e qualche buono spunto centra il bersaglio, come nel caso di "In Ecstasy", una delle tracce più riuscite. La
ballad conclusiva, "Throwaways", è impreziosita dalla presenza di
Pete Doherty, altrove si incontrano anche Rowetta Satchell degli
Happy Mondays e Laura McClure, ma il risultato finale resta decisamente innocuo, pronto a scivolar via come un bicchier d'acqua.