Non si può dire che agli
Health manchi l'originalità. La band losangelina si è caratterizzata, nel panorama del rock estremo, per una inimitabile miscela di ritmi martellanti e chitarre pesanti unite a melodie zuccherose che all'inizio lasciano di stucco e poi provocano dipendenza. L'ambito è quell'
industrial vicino alle visioni dei
Nine Inch Nails, sporcato dal suono violento dei
Ministry. Con un'aggiunta corposa di vena melodica data dalla voce angelica del cantante Jake Duzsik. Una formula che negli anni ha permesso agli Health di ricavarsi uno spazio prezioso tra gli amanti della musica pesante, portandoli a suonare in festival come Primavera Sound e Coachella. Insomma, un martello pesante dal taglio romantico al servizio di un ascolto impegnativo e ammaliante: ascoltarli è un'esperienza difficile da accostare ad altro in giro.
C'è però un paradosso nella musica dei californiani: è originale ma uguale a se stessa. Già nel confronto tra "
Death Magic" del 2015, album oscuro e inquietante nel riverbero di suoni industrial a volte ovattati a volte estremi, e il successivo "Vol. 4: Slaves Of Fear", più accessibile nella ricerca di un
sound vicino a stilemi alt-
hip-hop ma sempre pronto alla bordata
metal innervata di dolci melodie, si scorgeva la tendenza a ripetere un copyright vincente. La varietà i nostri la trovano nelle collaborazioni dei vari album da "Disco 1" a "Disco 4" con i quali sono passati dal remix dei loro brani alle partnership con artisti dell'ambito
underground elettronico: in "Disco 3" e "Disco 4" comparivano intriganti interventi di gente del calibro di
Xiu Xiu e
Soft Moon. In questi album coprodotti gli Health praticano la lateralità al discorso
industrial, con virate ambient e
darkwave apprezzabili.
Parliamo di musica alternativa di alto livello che tende però a ripetersi, come succede nel nuovo "Conflict DLC", un altro set di canzoni perverse e oscure che partono da una premessa, come da dichiarazione della band: "Il futuro fa schifo e il telefono su cui stai leggendo queste righe lo rende peggiore, ma per favore non metterlo da parte. Siamo felici di annunciare dodici nuove tracce di rabbia, paura, tristezza e morte e di chiederti ancora un po' della tua attenzione". Se per caso non fosse ancora chiaro di cosa stiamo trattando, ecco quale è il materiale incendiario da maneggiare.
Prodotto da Stint e mixato da Drew Fulk, l'album si presenta come un seguito del precedente "Rat Wars", dalle cui sessioni di registrazione prende alcune delle canzoni presenti, anche se la produzione accentua la durezza dei suoni rispetto al predecessore.
È un attacco sonico che non lascia scampo all'ascoltatore già dall'iniziale "Ordinary Loss", basata su un
drumming pesante e ossessivo e una linea di basso poderosa, sormontate dal muro di chitarre sincopate. Il brano racconta l'ordinarietà della fine con un tocco tra il demoniaco e l'empatico: "Nella sporcizia, nella polvere, è una perdita normale, quelli che ami sono qui e un attimo dopo non ci sono più". La successiva "Burn The Candles" è una cavalcata
speed metal elettronica addolcita dalla voce di Duzsik, sempre attenta a creare lo straniante effetto "bambola assassina". "Trash Decade" (titolo eloquente per definire il decennio
trumpiano), è melodica e lenta, se non ci fosse lo strato di batteria elettronica e synth allucinati potrebbe essere un brano da
boy-band. "Antidote" cambia registro, è una
darkwave lenta e d'atmosfera in cui la voce costruisce un ritornello accogliente e molto pop.
La finale "Wasted Years" apre con svisate di tastiere cupe e lame taglienti di
beat sintetici e prosegue con un giro di accordi alla
Marilyn Manson dei vecchi tempi, poi prende ritmo e vola via.
Il paradosso dell'"uguale a se stessi" c'è e si sente. Nonostante questo (o forse proprio grazie a questo) l'album merita più di un ascolto e gli Health conservano ancora un credito illimitato.