You opened your eyes
That was when I knew
That, oh, it would change me
There’s a beautiful world that’s waiting for you
And I vow on good faith
To never let you down
Here, now, always
I’ll be around
“Swag” ha segnato una nuova svolta nella carriera di Justin Bieber, consegnando una dichiarazione di maggiore libertà e spiritualità, pur disordinata e dispersiva. Dopo 56 giorni, arriva questa seconda parte: altri 23 brani per più di 73 minuti. Se nel precedente registravamo soprattutto una carenza di profondità di messaggio, fin troppo invischiato in luoghi comuni e contraddizioni, mentre salvavamo la produzione a tratti eccentrica e spesso sofisticata, come sarà andata questa volta?
Chiaramente non c’è più alcun effetto sorpresa: il nuovo Justin Bieber più black, r’n’b, soul e persino gospel è dato per assodato. Per di più l’iniziale “Speed Demon” non si fregia neanche di dettagli particolarmente notevoli nella produzione, ed è purtroppo in buona compagnia nella lunghissima scaletta. Se le novità stanno in un pop-r’n’b appena un po’ rock come “Love Song”, degna dei Maroon 5, potevamo farne a meno.
È anche un album meno tormentato, dominato da dediche come “Mother In You”, chitarra acustica e tanto amore familiare. Se in “Swag” le canzoni brevi erano spesso salvate dal modo in cui erano portate all’ascoltatore, con twist che titillavano l’attenzione, qua i tocchi creativi sono pochi dettagli apprezzabili in un mare di medietà. Prendiamo “Eye Candy”: non succede quasi niente e ci si deve aggrappare al baluginare delle tastiere sullo sfondo.
Arrivare alla fine dei successivi 15 brani diventa quindi un’impresa: aiutano soprattutto la spinta funky di “Bad Honey”, degna del miglior Bruno Mars e con disorientanti synth rovesciati, e il soul con voci moltiplicate e chitarre di “Petting Zoo”. Quando è passata già un’ora, arriva prima “Everything Hallelujah”, che ripete all’infinito il suo titolo, e soprattutto la riproposizione della storia di Adamo ed Eva in “Story Of God”, quasi 8 (otto!) minuti recitati dal pastore Marvin Winans tra synth e vocalizzi eterei: è una conclusione che sta a metà tra un brutto scherzo e una prova di resistenza.
“Swag II” ingigantisce le fragilità della prima parte, di cui non può sfruttare neanche l’effetto novità. È un pasticcio prolisso, a volte ai limiti della presa in giro: brani con poche frasi ripetute, dediche d’amore ai limiti del cringe, ospiti che lavorano più del titolare. Se il precedente è, pur con tutti i suoi limiti, un album con alcuni motivi d’interesse, questo sembra il classico caso in cui era meglio non pubblicare: più fail che swag.