Preceduto da alcune riedizioni di
mixtape, nel 2025 arriva il secondo album postumo di
Mac Miller, "Balloonerism". Cronologicamente, si colloca nello stesso periodo di "Faces" (2014) e riprende lo spirito psichedelico di quel periodo della carriera del rapper, pur mostrandone il lato più malinconico. Già oggetto delle attenzioni dei fan, che hanno ascoltato versioni non ufficiali circolate online nel corso degli anni, comprende la collaborazione di
SZA e la comparsa dell’
alter ego Delusional Thomas. Il delicato lavoro sul materiale ha cercato di conservarne la natura originaria, senza smussare troppo gli spigoli di brani che non erano ancora stati conclusi al momento della morte del cantante, avvenuta nel 2018 a soli 26 anni.
Una breve introduzione e inizia la liturgia di “DJ's Chord Organ” (featuring SZA; DJ sta per
Daniel Johnston), che sembra emergere direttamente da un altro mondo, tra voci angeliche, prima di diventare un sensuale funk-pop-rap allucinato, con coda funebre. È un ottimo modo per presentare un album multiforme, che cambia spesso registro e
mood, rivelando sviluppi inaspettati che mettono in contatto estetiche molto diverse: il
cloud rap con lo
psych-rock, l’r’n’b con il neo-soul, il rap più astratto con quello più
conscious ed
emo. Un album anche raffinato e ricercato, che ritorna occasionamente verso il jazz (“5 Dollar Pony Rides”), scopre riferimenti persino verso la scuola west-coast nei synth pigolanti di “Friendly Hallucinations”. È una dolce, disperata confusione, come riassumono alcuni versi di “Mrs. Deborah Downer”:
All roads lead to the same confusion
I mean, all roads lead to the same conclusions
Il viaggio, come in "
Circles", è un unico flusso creativo, o se si preferisce un unico
trip che a volte si intensifica (“Shangri-La”; “Transformations”, dove torma l’
alter ego Delusional Thomas) e altre volte piega verso un onirico quotidiano (“Funny Papers”; il ricordo di “Excelsior”). Non importa neanche fare molte congetture per intravedere l’ombra della morte in questi brani, basta leggere versi come quelli di “Manakins” (“It feels like I'm dyin'”). Questo però non significa che prevalga la disperazione, anzi il sogno è dietro l’angolo, alimentato da una speranza ammaliante, come quella che emerge dal piano di Rick Rubin in “Rick's Piano”.
Il finale è affidato alla lunga “Tomorrow Will Never Know”, il suo capolavoro psichedelico, che riesce a concludere con un’impennata creativa un disco che già così si fatica a considerare meno che eccezionale. Il secondo album postumo di Mac Miller, che riesce a mettere insieme "Faces" e "Circles", si conclude con 12 minuti che uniscono il suo atipico pop-rap psichedelico e malinconico con atmosfere onirico-inquietanti degne di un film di
David Lynch. Le domande finali racchiudono questo misto di angoscia e sogno, immaginando la vita dopo la morte:
Do they dream just like we do?
Do they love just like we do?
"Balloonerism", prodotto principalmente dallo stesso Mac Miller insieme a contributi importanti di alcuni amici e collaboratori come
Thundercat, fondamentale anche per le linee di basso, è un pugno allo stomaco. La sua lunga coda, che scioglie l’emozione in una musica bandistica disordinata e cacofonica, dolorosamente nostalgica e che ricorda il colossale “
Everywhere At The End of Time”, si chiude con una frase che suona come un epitaffio: “Give you a chance to start over”. Poi un telefono continua a squillare, ma nessuno risponderà mai.