Esistono dei dischi che non si limitano a far ballare: ti guardano negli occhi mentre lo fai. “Sang d’Encre”, quarto album del duo parigino Potochkine, appartiene a questa categoria. È un lavoro che pulsa di ansia, teatralità e desiderio, intrecciando quella poetica tipicamente francese a una fisicità che a tratti non concede tregua. Tale approccio solo in apparenza può far tornare in mente i mille progetti dark-synth sbucati fuori durante gli ultimi anni, poiché nel tempo Pauline Alcaïdé e Hugo Sempé hanno saputo mettere a fuoco una formula sempre più audace e trasversale.
L’apertura affidata a “BI” è una dichiarazione, un richiamo dove un battito marziale rovente (il basso scava nei muscoli) si affianca a una voce declamata come un atto d’accusa sussurrato in una cella sotterranea. Quando però è il turno di “Endorphines” (una bombetta già ampiamente testata nei club europei), la frusta ritmica scende giù sulla pista, incendiandoci a colpi di oscura techno-Ebm. Si accoda “Partir”, meno avvolgente e imprevedibile pur nel suo incedere inesorabilmente nevrotico.
Tuttavia, la forza di “Sang d’Encre” non sta solo nella potenza del beat ma la troviamo anche nella voce di Alcaïdé, capace di oscillare con eleganza perversa tra freddezza, morbidezza e minaccia. È interpretazione, non semplice canto, qualcosa che infonde ai brani una dimensione performativa quasi teatrale. Lo si percepisce in “Tristesse Fantasmée”, song inquieta e narrativa che alleggerisce la corsa del disco con un tocco quasi enfantin ma mai realmente innocente.
Nella seconda metà dell’album, spiccano le distorsioni sintetiche di “Bonnie”, un passaggio spettrale e paranoico, un piccolo rituale domestico che suona tanto come un presagio esistenziale. Qui a prevalere è una componente darkwave dai contorni tetri e ossessivi, un morbo che si attacca sulla pelle per poi esplodere nel colpo di scena conclusivo, ovvero i sedici minuti abbondanti di “La Source”. Siamo al cospetto di una lenta discesa nell’oltretomba dall’ambientazione post-industriale. Camminiamo dentro a un tunnel dopo che le luci del club si sono spente, ascoltando il rumore dei nostri passi mentre si dissolvono sui muri ormai freddi. Mormorii e fantasmi elettronici che emergono e scompaiono, quasi nel ricordo delle Aghast trent’anni dopo il loro unico capolavoro. Una chiusura estrema ma necessaria. Dopo il ballo, la morte - o almeno una forma di resa catartica.
Rispetto al precedente “Sortilèges” (2021), qui i Potochkine spingono verso un sound più ricercato e sperimentale: dark-clubbing sì, ma anche psycodrama sonoro, narrazione emotiva e consapevolezza della propria identità. “Sang D’Encre” resta così distinto, gelido, calibrato ma mai sterile. E quando l’ultima nota svanisce, ci si accorge che l’inchiostro del titolo non era una metafora, ma era davvero sangue. Un flusso viscerale, irréversible.