Passano gli anni ma l’atteggiamento “combat” degli Zen Circus non muta: neppure una (di solito normalizzante) partecipazione al Festival di Sanremo (nel 2019, con “L’amore è una dittatura”) ha potuto modificare le caratteristiche di una formazione che ha - da sempre - nella coerenza uno dei maggiori punti di forza. La rabbia resta, immutabile, così come un sano istinto provocatorio, pur se accompagnato da una crescente disillusione, risultato degli anni trascorsi a rincorrere i propri sogni, non sempre con successo. Questa volta Andrea Appino, Ufo e Karim Qqru si guardano intorno, si guardano dentro, osservano con attenzione e scovano il male, decidendo di raccontarcelo, a modo loro.
Il suono del gruppo si è gradualmente levigato, disco dopo disco, ma i tre non hanno mai perso un briciolo di antagonismo e irriverenza, bravi a trovare gli spunti per cucire undici nuove intriganti canzoni, creando anche in questo caso (siamo all’opera numero 13) momenti destinati a restare. A iniziare da quelle ballad divenute un riconoscibile marchio di fabbrica: “E’ solo un momento” (ma occhio agli affondi shoegaze che incutono forza al ritornello) è il nuovo instant classic del Circo Zen, pronto a porsi in scia a brani storici come “L’anima non conta”, “Non voglio ballare” o “Il fuoco in una stanza”.
Ovviamente – e non potrebbe essere altrimenti - ci sono anche numerosi frangenti più “punk”, come la title track, posta in apertura, come “Virale”, come una “Miao” che la annusi e ti ricorda i Pixies, uno dei primi amori del trio pisano.
E’ un disco di chitarre “Il Male”, un album diretto, rock, elettrico, intriso di genuinità, dal gusto dolceamaro, che racconta di solitudini e di storie naufragate troppo presto, che spiega come si osserva il mondo dopo essere entrati negli -anta, affrontandolo attraverso la consueta ironia da simpatici toscanacci, indispensabile per lenire le ferite di una vita intera.
Lo strisciante senso di sconfitta che si prova al termine di una relazione sentimentale (“Meglio di niente”), il senso di rivalsa che emerge da fortuiti confronti intergenerazionali (la vibrante “Vecchie troie”), le istantanee di quotidiano disincanto immortalate in “Adesso e qui”, le stille di smisurata poesia incastonate fra i versi di “Un milione di anni” e “La fine” sono tanti importanti tasselli che suggellano di nuovo una delle più belle e riuscite esperienze di cantautorato rock mai sbocciate lungo la nostra penisola.
A completamento del progetto, una tavola illustrata da Enzo Sferra, storico disegnatore della rivista “Il Male”, contenente allegorie visive e citazioni che richiamano gli argomenti evocati in ciascuna traccia dell’album.