AIDAN BAKER - Adverse Camber

2026 (Owl Totem Recordings)
ambient-industrial, drone
6.5

Di ritorno dalle prove cantautorali, ognuna a suo modo, di “And You Still Fall In” e “Already Drowing“, Aidan Baker rimette in scena la catastrofe della sua personalità. Abbandonate le velleità della forma canzone, l’artista canadese indaga un essenziale desertificato e disabitato. La chitarra elettrica, unico elemento imprescindibile di una carriera multiforme, torna ad avere assoluta centralità, e vaga tra ambienti drone appena offuscati da un’elettronica spettrale. Il sentimento dell’ascoltatore è quello di percorrere a ritroso una radiazione, nella quale il silenzio e l’eco dell’esplosione ancora coesistono.

Non c’è l’inquietudine di un disastro imminente, né il terrore dei momenti successivi. La quieta densità della malinconia colpisce nella forma di un’architettura urbana abbandonata. Non è la notte, ma un’ombra pomeridiana sagomata dai rottami. La caligine metallica di “Petrol”, come fossero scarti sottili di laminato, richiama le polverose atmosfere dei “Disintegration Loops” di Basinski. Un ambient-industrial dal quale, con crescente intensità, vanno definendosi i dolenti feedback della chitarra. Distorsioni alla “Metal Machine Music“, che in “Coma” evolvono fino alle rarefatte altezze tipiche del Brian Eno più materico. Soffusi delay e remoti slide che vanno e vengono nella fitta atmosfera dei synth prima di mutare di nuovo in poderose risorgive noise.

È un equilibrio che si sbilancia ora verso la rassegnazione della solitudine ora verso il tumulto dei sensi. La chitarra cerca vie per chiarificarsi, smarcandosi dalla distorsione nei delay pizzicati di “A Scent Of Oblivion”, una parentesi a tratti etnica, suggestione da romanzo di Paul Bowles. L’esplosione dei feedback sul finale è un episodio epilettico che lascia presto spazio ai soffusi accordi di “Everything Is Dark Until You Say Yes”. Una divagazione aerea che eleva schiaffeggiate armonie in zona cirro-cumuli. Uno strumentale gassificato di “Ghosts I-IV“.

Chiudono i languidi venti minuti di “Superelevation”, una sontuosa piece ambient che sfrutta le risonanze dell’elettrica per creare vuoti pneumatici. È ancora la rovina che si fa visitare, spazzata da apocalittici delay e fantasmatiche risonanze. La chitarra trova le sue tinte più malinconiche tra eco e riverberi, ebow e frantumi di note trasfigurate. Una lunga carrellata sul disabitato, sul perduto e sulle tracce incomprensibili e misteriose di ciò che è rimasto. I poderosi richiami finali urlano come sirene di navi mercantili perse nella nebbia.

C’è qualcosa di maestoso e tremendo dietro questo lavoro, il sospetto che sia accaduto qualcosa di atroce in un luogo remoto, un fenomeno terribile forse ancora in corso, ma impossibile per noi da vedere, incapaci fino in fondo comprenderne la portata; una collisione stellare, della quale possiamo leggere soltanto la trascrizione elettromagnetica. Una civiltà annichilita e persa in un vento solare.
È l’ennesima nuova forma di Aidan Baker, un modo per non lasciarsi definire né dagli acuti di cristallo di “Songs Of Walking & Weather”, né dallo shoegaze deteriorato di “Green & Cold“, né tantomeno dalla rilettura post-rock del suo più celebrato “The Sea Swells A Bit…”.

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08/11/2026

Tracklist

  1. 1. Petrol
  2. 2. Coma
  3. 3. A Scent Like Oblivion
  4. 4. Everything is Dark Until You Say Yes
  5. 5. Superelevation

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