Inconfondibile frontman dei Rival Sons, band californiana che in quasi vent’anni di carriera si è costruita un crescente seguito grazie a un vigoroso rock-blues old school che attinge a piene mani dall’eredità dei Led Zeppelin, Jay Buchanan giunge con “Weapons Of Beauty” al debutto solista, composto durante un periodo di isolamento volontario trascorso per buona parte all’interno di un bunker nel deserto del Mojave. Prodotto da Dave Cobb e suonato col supporto di una pregevole backing band, in grado di tradurre in maniera compiuta le idee scaturite da un’esperienza di profonda introspezione, l’album si allontana in maniera netta dalla muscolare elettricità dei Rival Sons per abbracciare un suono essenziale, raccolto, intimo, misurato, ma non privo di enfasi e slanci catartici, guidati dalla potente voce di Buchanan, il vero centro di gravità del progetto.
Il risultato è un moderno trattato di "Americana”: folk, soul, gospel, country, southern gothic, dove la forza non risiede nel settaggio dei volumi degli amplificatori o nella spettacolarità della messa in scena, quanto nel valore assegnato alle parole, alla narrazione, all’atmosfera, alle impressionanti linee del cantato, ai raffinati passaggi affrontati dalle chitarre (con le slide in gran spolvero), agli eleganti arrangiamenti, nonché alla sapiente gestione delle pause e dei silenzi, che danno ancor più forza a una musica scritta prevalentemente di notte, quando il rumore del mondo scompare e resta soltanto quello, a volte più scomodo, dei pensieri.
Ma, attenzione, non lasciatevi ingannare dalla partenza “lenta”, non tutto il lavoro scorre placido sottopelle: l’energia gospel di “True Black”, il folk iper-ritmico di “Deep Swimming”, l’amore per i Fleetwood Mac espresso in “The Great Divide” (Lindsey Buckingham e Stevie Nicks apprezzeranno) rappresentano le increspature che imprimono discontinuità a un minimalismo in realtà più emotivo che sonoro, diretta emanazione di certo cantautorato americano segnato dal dolore, quello che, spogliato di qualsiasi sovrastruttura, lascia emergere soltanto nervi e cicatrici.
La commovente “Caroline”, capitolo centralissimo nell’economia del disco, un instant classic scelto non a caso come apertura e primo singolo estratto, visualizza l’indelebile ferita provocata da un lutto profondo che si riverbera quotidianamente, una perdita vissuta non come evento traumatico ma come assenza persistente. Qui Buchanan non racconta: scava. La sua voce è un filo teso tra confessione, rassegnazione e speranza. Non cerca ascoltatori, ma complici disposti a condividere la sua stessa stanchezza esistenziale. E ogni singolo suono è una gemma luminosa.
Altre tracce esplorano la solitudine (“High And Lonesome”), ricordi e percorsi personali (“Tumbleweed” road song che intreccia magistralmente “Wish You Were Here”, Springsteen e U2), l’amore come rifugio e scelta consapevole (la preziosa “Sway”, dedicata alla moglie, resa con una tecnica vocale che lascia senza parole, con dentro ancora tanto del Bono Vox più epico). L’autore opera sovente per sottrazione, ma il pathos è ovunque, specie nei crescendo finali, che raggiungono vette di inaudita bellezza, dove Buchanan riempie di sé qualsiasi spazio disponibile.
Jay Buchanan sa come scrivere una canzone formalmente perfetta, ha studiato a fondo e ora possiede gli strumenti per creare le situazioni più emozionanti, ma conosce anche tutti i segreti per confezionare una reinterpretazione unica e personale, come in occasione della cover di Leonard Cohen, “Dance Me To The End Of Love”, resa con un imprevedibile approccio soul. Applausi.
Il brano conclusivo, “Weapons Of Beauty”, chiude il disco senza offrire vere consolazioni, lo schiaffo finale concepito per sottrazione, intriso di drammaticità interpretativa, giocato tutto su pianoforte e voce, una liturgia laica, epilogo di gran classe per un lavoro maturo, che non vuole essere una dichiarazione di indipendenza dai Rival Sons (peraltro già al lavoro su nuovo materiale) bensì mostrare un lato inedito e credibile di Jay Buchanan come autore di brani vulnerabili ma potentissimi, nati dall’esilio e dalla contemplazione, dal dialogo col silenzio. Un predicatore che nel frattempo si è distinto sia in occasione del concerto d’addio a Ozzy Osbourne, sia durante le riprese del biopic diretto da Steve Cooper “Springsteen, Deliver Me From Nowhere”, dove ha interpretato il ruolo – ma guarda un po’ – del cantante di una band (dove suonano anche due Greta Van Fleet). Proprio al regista è stato poi assegnato l’incarico di consigliare la sequenza delle dieci canzoni in scaletta, con l’obiettivo di gestirle come se rappresentassero lo svolgimento di un’opera cinematografica, da consumare senza fretta. Operazione riuscita alla perfezione, per uno di quei dischi che non tutti possono permettersi di fare: se non hai quella scrittura, quella voce, e una backing band che viene da Nashville, no, non puoi riuscire a farlo...
Band:
Jay Buchanan – voce e chitarra
Chris Powell – batteria
Leroy Powell – chitarra
Brian Allen – basso
J.D. Simo – chitarra
Philip Towns – tastiere
La copertina dell’album è stata realizzata dal pittore realista americano Jeremy Lipking.