Per me, Ozzy non era il principe delle tenebre, ma il principe delle risate. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per una risata, un intrattenitore nato
(Geezer Butler)
A scuola, non sapevo nemmeno che Ozzy sapesse cantare…Dissi a Bill: Conosco un Ozzy, ma non può essere lui; non sa cantare
(Tony Iommi)
Se la musica è troppo alta, tu sei troppo vecchio
(Ozzy Osbourne)
The Final Show
Ritorno alle origini. Il titolo troneggia con i suoi caratteri vintage, poco al di sotto delle figure di quattro cavalieri oscuri del rock duro. Geezer Butler, Tony Iommi, Bill Ward e Ozzy Osbourne di nuovo insieme dopo vent’anni, ancora una volta a Birmingham, dove tutto ha avuto inizio. Sabato 5 luglio 2025, allo stadio Villa Park, come si può leggere in un viola elegante quanto mefistofelico. I biglietti disponibili sui circuiti autorizzati a partire dal 14 febbraio, per un massimo di 45mila tagliandi che andranno esauriti in 16 minuti, lasciando nella disperazione gli altri 105mila in coda virtuale. Si accontenteranno della diretta acquistabile in pay-per-view, che vedrà collegati contemporaneamente in streaming quasi 6 milioni di spettatori. Nella città di Birmingham, al cuore del tifo dei Villans, nessuno vorrebbe perdersi questo evento mastodontico. Non tanto per la presenza di quello che potrebbe essere definito tranquillamente il gotha del rock duro, dai Metallica agli Slayer. Nemmeno per le buone intenzioni, dal momento che il ricavato - circa 140 milioni di sterline - sarà interamente dedicato a istituzioni come il The Cure Parkinson's Trust o il Birmingham Children's Hospital. Il magone è evidente e serpeggia tra tutti: sarà certamente l’ultima occasione per vedere dal vivo i Black Sabbath; l’ultimo show di un ormai impresentabile Ozzy Osbourne.
Seduto sul suo trono infernale, Ozzy allarga le braccia e ringrazia il pubblico in estasi totale, bevendo un goccio d’acqua. “Questa è una canzone che si chiama 'Mama I’m Coming Home'”, annuncia, mentre l’intro di chitarra si libera in volo. La sua voce è evidentemente in difficoltà, ma migliaia di persone lo aiutano nel ritornello, tra fiumi che esondano lacrime. Quando i suoi storici compagni di band lo raggiungono sul palco, l’entusiasmo sembra incontenibile, tra il riff indimenticabile di “Iron Man” e quello di “Paranoid”. I figli del metallo al cospetto del padrino deviato dell’heavy-metal, che ora prova disperatamente ad alzarsi per salutare tutti, cercando aiuto dai suoi stessi ex-soci. Gli stessi che hanno deciso, tanti anni prima, di farlo fuori dai Sabbath per evidenti problemi con alcol e droghe. Gli stessi che oggi hanno deciso di riabbracciarlo per un’ultima volta, prima di apporre la parola fine a una delle più incredibili storie del rock.
Aston, Birmingham
Tre dicembre 1948. Marston Green è un piccolo villaggio nella contea di Warwickshire, non molto lontano dall’aeroporto della ben più estesa Birmingham, da poco riaperto al traffico civile dopo l’appropriazione militare dell’Air Ministry durante la seconda guerra mondiale. Nella locale clinica ostetrica viene alla luce un bambino di nome John Michael, primo figlio maschio di Lilian Unitt e Jack Osbourne dopo tre femmine consecutive. È una famiglia umile, quella degli Osbourne: John Thomas, detto Jack, lavora in fonderia nell’operaia Birmingham; Lilian, invece, è impiegata in una fabbrica che produce componenti elettrici. Ora, con quattro figli a carico, la coppia vive in un modesto appartamento in Lodge Road, nel quartiere popolare e laborioso di Aston.
Lilian ha radici cattoliche, ma non è praticante, mentre Jack è il tipico rappresentante della working-class inglese che trascorre le sue giornate tra il duro lavoro e la cura amorevole della numerosa famiglia. Il piccolo John Michael, subito soprannominato “Ozzy”, mostra un carattere estroverso e ironico, ma una forma precoce di dislessia lo porta ad affrontare diversi problemi di ambientamento nei primi gradi scolastici. Il suo accento è strano, la sua voce è come esitante, ma è un ragazzino sicuramente intelligente e particolarmente esuberante. In famiglia non ci sono soldi - arriveranno altri due fratelli maschi - ma tanto amore, che rende la piccola casa in Lodge Road un porto sicuro.
Il problema principale viene dal difficile ambientamento a scuola, dove i deficit di Ozzy vengono interpretati come sintomo di una personalità problematica. Molti anni dopo, parlando con la stampa, ammetterà di aver subito molestie sessuali da alcuni bulli, tentando successivamente il suicidio in più di un’occasione. Un lato oscuro che contrasta il temperamento ironico e resiliente mostrato in pubblico.
Le sue passioni musicali lo indirizzano prima verso le recite scolastiche, poi alla folgorazione scatenata dal singolo dei Beatles “She Loves You”, che sconquassa il panorama inglese nell’anno 1963. Il coro irresistibile dei quattro di Liverpool arriva come una epifania, convincendo Ozzy che, sì, diventerà una star della musica. Il suo animo creativo non può essere ingabbiato dall’industriale Birmingham, così decide di lasciare la scuola a quindici anni per dedicarsi alle sue vere passioni.
Ma chi non va a scuola, va a lavorare. Il giovane Ozzy prova un po' tutti i mestieri, da apprendista idraulico ad addetto in un impianto di macellazione delle carni. È perfettamente consapevole che il suo futuro non sarà la fredda e anonima fabbrica, che bisogna semplicemente portare qualche soldo a casa per poter alimentare il suo obiettivo di diventare una stella della musica. Quando è a casa passa ore ad ascoltare le radio locali, acquistando per pochi spiccioli i primi singoli degli amati Beatles. Riesce anche a procurarsi un microfono e un piccolo amplificatore, per allenarsi quotidianamente con quel suo accento strano e caracollante. A diciassette anni viene beccato a rubare in un negozio di vestiti, denunciato al padre dagli addetti del negozio e obbligato dalle autorità a pagare una multa. Jack, in un estremo tentativo formativo, rifiuta e lo costringe a ben sei settimane di prigione nel centro di Winson Green. Avrà così più tempo libero per pensare ai Beatles e a come diventare anche lui una stella del pop. In fondo, ce l’hanno fatta quattro ragazzi umili di Liverpool, mica figli di ricchi.
La primissima opportunità per Ozzy arriva con un gruppo di Birmingham chiamato The Polka Tulk Blues Band, che mescola nel suo repertorio il blues più tradizionale con il rock psichedelico in voga verso il finire degli anni 60. La band è nata dalla fugace esperienza dei Rare Breed, formati dal bassista Terence Michael Joseph Butler, meglio noto tra gli amici con il soprannome di Geezer. Di un anno più giovane di Ozzy, anche Butler proviene da una numerosa famiglia cattolica della working-class di Aston, sopravvissuto per miracolo ad appena un giorno di vita al tentativo della sorella di lanciarlo dalla finestra di casa in un attacco infantile di gelosia. Cresciuto in povertà, Geezer ha mostrato fin da piccolo una grande passione per la lettura, studiando Shakespeare e poi i testi meno convenzionali dell’occultista Aleister Crowley. Quando incontra Ozzy, Butler scopre la comune passione per i Beatles, invitandolo subito a provare come cantante nel suo gruppo The Rare Breed, formato alla fine del 1967.
Innamorato di una ragazza di nome Georgina, Geezer scopre che un suo vicino di casa suona la chitarra, opportunità da cogliere al volo per strutturare la band. Il vicino di Georgina si chiama Anthony Frank Iommi Jr, nato all’inizio del 1948 come unico figlio da una coppia di emigranti italiani. Il giovane Tony ha frequentato la stessa scuola di Ozzy, anche lui bullizzato fino a subire un vistoso taglio sul labbro che lo porterà a essere soprannominato Scarface. Iommi ha così iniziato a praticare le arti marziali per difendersi, immaginando un futuro da lottatore, o alla peggio buttafuori nei locali notturni. Appassionato di musica, ha iniziato con la batteria, poi passato alla chitarra nelle pause tra un lavoro e l’altro. Dopo un grave incidente in fabbrica, che gli ha strappato via ben due falangi alla mano destra, Tony ha iniziato a studiare la tecnica chitarristica del celebre Django Reinhardt, mai pensando di cambiare mano essendo un mancino naturale. Quando incontra Butler, ha da poco esaurito il suo percorso nel gruppo blues-rock Mythology, formato insieme all’amico batterista Bill Ward.
Anche William Thomas Ward è nato ad Aston, fin da giovanissimo attirato dal suono della batteria grazie alla passione per le big band degli anni 40. Entrato prima nei Rest, Bill si è unito ai Mythology nel 1967, per poi rispondere insieme a Iommi all’annuncio “Ozzy Zig Requires Gig” e quindi formare The Polka Tulk Blues Band con altri due musicisti, il secondo chitarrista slide Jimmy Phillips e il sassofonista Alan “Aker” Clarke. Il nuovo collettivo si esibisce in alcuni locali della zona come il Banklands Youth Club, decidendo quasi subito di far fuori Phillips e Clarke e continuare come quartetto con il nome abbreviato Polka Tulk. Per Ozzy è la tanto agognata palestra musicale dove poter affinare le sue particolarissime doti vocali, allenando allo stesso tempo i muscoli della sua esuberante presenza scenica.
Nel corso del 1968, i Polka Tulk cambiano nome in Earth, nel tentativo di allargare gli orizzonti sonici e diventare una band davvero originale, lontana dalla replica di stilemi come quelli del blues o del rock psichedelico. I quattro vogliono seguire i propri gusti musicali, trasformare il sound melodico in qualcosa di più oscuro e pesante. Ozzy è perfettamente consapevole che per sfondare davvero ci vuole grande perseveranza, il coraggio di osare lavorando a qualcosa di unico nel suo genere. Lo stesso Iommi sta provando a superare le difficoltà evidenti alla mano destra con riff più lenti e cupi, mentre Butler elabora i suoi sogni letterari occulti, trasformandoli in versi. È l’estate del 1969. Gli Earth hanno appena scoperto che chi li ha ingaggiati dal vivo ha fatto confusione con un’altra band. Bisogna cambiare nome, allora.
Black Sabbath
Black Sabbath è il titolo di un film horror del 1963 diretto dal regista italiano Mario Bava, un lungometraggio composto da tre storie introdotte dall’attore inglese Boris Karloff. A caccia di un nuovo nome per il gruppo, Ozzy e soci sono attirati dall’idea di incutere terrore nel pubblico, avendo spostato il focus musicale sul blues più oscuro. Butler continua a divorare libri sull’occultismo, confidando a Ozzy di aver intravisto una inquietante sagoma nera ai piedi del suo letto. “Una figura in piedi che mi fissa”, come viene descritta nel testo di “Black Sabbath”, registrata dalla band nell’ottobre 1969 ai Regent Sounds di Londra con il produttore Rodger Bain.
Il disco di debutto Black Sabbath esce nel Regno Unito su etichetta Vertigo il 13 febbraio 1970, accolto negativamente dalla critica con un Lester Bangs che li vede come una copia brutta dei Cream o un Robert Christgau a parlare di “stronzate da negromanti”. Oltre a scalare la classifica inglese fino all’ottava posizione, Black Sabbath si rivela il vagito della musica heavy, un’evoluzione mostruosa e sorprendente del blues e architrave portante della musica doom. L’intro di tuoni e campane viene improvvisamente squarciato da un riff lento e pesante, con Ozzy pronto ad aggrapparsi con la sua voce ruvida e demoniaca.
Black Sabbath suona subito come un manifesto d’intenti, tra lentezze occulte e accelerazioni boogie sataniste prima di distorsioni di fragorosa bellezza. In brani come “The Wizard” l’hard-blues già portato al successo dai Cream viene di fatto trasformato nell’heavy-metal, con buona pace di Lester Bangs. È di fatto l’inizio di una rivoluzione devastante, peraltro registrata in pochissimo tempo e con risorse economiche limitate, visto il generale scetticismo sia della Vertigo in Uk che della Warner Bros negli Usa. Dal rock di marca hendrixiana “Behind The Wall Of Sleep” all’immortale riff di “N.I.B.”, Ozzy sfodera la sua natura di intrattenitore deviato, interpretando il ruolo del cantante rock con una gamma impressionante di stili, dal luciferino al disperato. “Il mio nome è Lucifero, prego prendimi la mano”, canta prima dell’assolo plumbeo di Iommi.
In barba alle critiche della stampa di settore, i Black Sabbath arrivano al numero ventitré negli Stati Uniti, iniziando subito a lavorare a un secondo album nell’estate del 1970. Ancora con Rodger Bain, tra gli studi Regent e Island, la band non ha del tutto pronti nuovi brani, ma si lancia a capofitto per capitalizzare il successo di Black Sabbath. Il contesto della guerra in Vietnam porta ad ampliare il bagaglio satanista con temi come alienazione e conflitto, che deflagrano sul riff di quello che diventerà un inno generazionale, “Paranoid”.
Aperto dal groove pachidermico di “War Pigs”, Paranoid parla di morte e distruzione in una critica sociale dirompente, questa volta inevitabilmente apprezzata anche dalla critica. I continui cambi di tempo della batteria di Ward e la voce sempre più aggressiva di Ozzy a denunciare i potenti trasformano la band in un gruppo anti-militarista a favore degli emarginati dall’establishment. È qui che si inserisce l’altro brano manifesto “Iron Man”, con la voce metallica di Ozzy a introdurre un nuovo, eccelso ritmo gelido sulla totale disillusione.
Il disco è un capolavoro di alchimia tra gli stessi componenti della band, con la chitarra apocalittica in wah-wah di Iommi a dialogare con la teatralità di Ozzy in “Electric Funeral”, o sul basso sinuoso di Butler in combo con i ritmi ora sincopati ora martellanti della batteria di Ward in “Hand Of Doom”.
Paranoid arriva così al numero uno nella classifica inglese, scalando in dodicesima posizione negli States, dove i fan aumentano a dismisura. Un pubblico prevalentemente maschile, come sottolineato successivamente da Ozzy: “In quel periodo, la band non era molto popolare tra le ragazze”. Ma è proprio in quel periodo che Osbourne incontra Sharon Rachel Levy, figlia di Harry Levy, imprenditore e promoter molto attivo in ambito musicale con il nome di Don Arden. Nato a Manchester da famiglia di origini ebraiche, Don si è attivato a livello professionale dopo il ritorno dalla Seconda guerra mondiale, diventando manager del rocker americano Gene Vincent nel 1960. Dopo essere rimasto quasi ucciso dallo stesso Vincent, con evidenti problemi di alcolismo, ha assoldato prima gli Small Faces e poi The Move. Arden viene così preso in considerazione dai Black Sabbath per gestire il gruppo come manager, portando Ozzy a conoscere la figlia, diventata Sharon Arden, che ha da poco iniziato a lavorare come segretaria in ufficio. Una scusa perfetta per bazzicarle intorno, pur restando fermo su un approccio puramente professionale.
Cambiamenti
All’inizio del 1971, i Black Sabbath entrano negli studi Island per dare alle stampe il terzo album Master Of Reality, che amplifica il sound più cupo per raccontare di un mondo ormai senza più speranza. Le trame funeree vengono accentuate da Iommi, per trascinare gli ascoltatori verso un baratro di oscurità totale. È l’alba di quello che verrà chiamato doom-metal, in brani a dir poco seminali come “Children Of The Grave”, che rispecchia le inquietudini sul futuro politico e sociale delle giovani generazioni.
Dopo la decisione di Iommi di abbassare l'accordatura della sua chitarra di un tono e mezzo, per ridurre la tensione delle corde e quindi il dolore nel suonarle, il compito di Ozzy è di alzare ancora il tono della voce, rendendola più acuta e veloce. Dal proto-stoner “Sweet Leaf” alla cavalcata heavy “After Forever”, il gruppo confeziona un disco titanico, pietra angolare di sottogeneri come appunto il doom o lo sludge-metal.
In Master Of Reality si concretizzano così gli incubi più neri, sul giro macabro di “Lord Of This World” o nel freddo vuoto cosmico della lenta ossessione di “Into The Void”. Il terzo album dei Black Sabbath arriva così in Top Ten sia in patria che negli States, conquistando il disco d’oro in meno di due mesi. Il gruppo ha così modo di consolidare la fama planetaria attraverso il circuito live, che li vede protagonisti assoluti agli inizi degli anni 70. La teatralità di Ozzy Osbourne conquista le masse in ogni angolo del pianeta, grazie a una capacità innata di trascinare menti e cuori in uno spettacolo grandioso.
La fama del gruppo è ora al suo apice, mentre i Black Sabbath registrano il quarto disco Vol. 4 ai Record Plant di Los Angeles insieme al manager Patrick Meehan. Dopo l’addio di Bain è Iommi a caricarsi sulle spalle il compito di guidare la band in studio nell’estate del 1972, tra maggio e giugno. Mentre Bill Ward mostra crescenti problemi di dipendenza dagli alcolici, gli altri consumano grandi quantità di cocaina, piazzata in strisce ordinate sui vari speaker in studio. “Andavo spesso in iperventilazione - dirà poi Ozzy - ma ci sentivamo tutti re dell’universo, quelle a Bel Air sono state le settimane creative più forti di tutte”.
Aperto dal languido fraseggio blues di “Wheels Of Confusion”, primo esperimento a fondere il riff hard con trame psycho-progressive, il disco non viene apprezzato dalla critica, pur lodato da Lester Bangs che parla di “onestà intellettuale” e “struttura musicale mitica”. L’album abbandona parzialmente le atmosfere claustrofobiche di Master Of Reality, virando verso composizioni più aperte e variegate a livello musicale. La struggente “Changes”, ad esempio, è arricchita dal pianoforte classicheggiante e da ipnotiche trame di Mellotron sul cantato straziante di Ozzy. Lo stesso riff mastodontico di “Supernaut” porta l’hard’n’heavy a un nuovo livello di ariosità strumentale con un sublime intermezzo caraibico, mentre il finale di “Snowblind” suona quasi orchestrale. L’oscurità doom rimane intatta (“Cornucopia”), aprendo però squarci di bellezza acustica nella cinematografica “Laguna Sunrise”.
L’album vende un milione di copie negli Stati Uniti, potenziando a dismisura il fascino della band che corre in tour da una parte all’altra del mondo. Ma il mix micidiale di fatica, pressioni esterne e soprattutto droghe pesanti sfianca i quattro, in particolare Iommi che finisce con il collassare verso la fine di un concerto alla Hollywood Bowl. “Tony si faceva di cocaina letteralmente da giorni – racconterà Ozzy - lo facevamo tutti, ma Tony era andato oltre il limite. Voglio dire, quella roba distorce la tua idea di realtà. Inizi a vedere cose che non ci sono. E Tony se n'era andato. Verso la fine del concerto è sceso dal palco ed è crollato”.
Nell’estate del 1973 i Black Sabbath hanno bisogno di una pausa, per ricompattarsi e riordinare le idee. Si ritrovano nuovamente a Bel Air, negli studi Record Plant, ma lo spunto creativo non arriva per un mese buono. Decidono allora di tornare a casa, per registrare nell’affascinante cornice di Clearwell Castle, immersa nella foresta di Dean, nel Gloucestershire. Tra nuove figure nere e segrete medievali, il gruppo ritrova ispirazione quando Iommi se ne esce con il nuovo riff incendiario che darà il titolo al nuovo album, Sabbath Bloody Sabbath. “Siamo tornati!”, esclamano i quattro quasi all’unisono, consapevoli di aver trovato la chiave per un altro capolavoro assoluto, nonostante le prime, vere difficoltà riscontrate dall’inizio della loro avventura.
A partire dalla title track, spiazzante saliscendi tra cupo ritmo heavy e aperture melodiche, l’album spiazza critica e fan con la sua poliedricità strumentale. La lenta cavalcata “A National Acrobat” è tra i massimi capolavori vocali di Ozzy Osbourne, accompagnando prima un ritmo pachidermico, poi - quasi in spoken-word - la chitarra wah-wah, lasciando andare uno dei finali più pirotecnici della storia del rock anni 70. Volontariamente pagato in sole birre, il tastierista degli Yes Rick Wakeman offre il suo contributo lisergico-spaziale nella seducente marcia progressive-metal “Sabbra Cadabra”.
Dal nichilismo dell’epica elettrica “Killing Yourself To Live” alle trame lugubri del sintetizzatore in “Who Are You?”, il disco amplia a dismisura gli orizzonti sonici dei Black Sabbath. Come sul flauto pastorale che spezza il boogie sinistro “Looking For Today” o tra le pieghe orchestrali della mini-opera rock “Spiral Architect”, Sabbath Bloody Sabbath è l’album che Iommi stesso definirà “l’apice”, quello che un fan porterebbe con sé su un’isola deserta.
Non mi cambierete
All’inizio del 1975 i Black Sabbath entrano nei londinesi Morgan Studios per registrare Sabotage, titolo scelto come atto d’accusa nei confronti del manager Patrick Meehan. Ozzy e soci hanno infatti scoperto che Meehan si è intascato gran parte dei proventi da un recente concerto, detenendo de facto tutte le loro proprietà, tra case e auto. Il lavoro in studio è così marchiato dalla disputa legale, con la presenza costante degli avvocati a influenzare il processo creativo. In seno alla band crescono le prime evidenti tensioni, con Iommi a perfezionare il sound insieme al produttore Mike Butcher e Osbourne a lamentarsi per le eccessive lungaggini compositive. Quando Ozzy entra in studio una mattina, scoprendo la presenza dei membri dell’English Chamber Choir, esce subito credendo di aver sbagliato stanza. In realtà, il coro inglese è lì per registrare le atmosfere sinistre di “Supertzar”, che offrono un tono quasi morriconiano al riff distorto di Iommi. Ozzy non è affatto convinto dalle nuove sperimentazioni orchestrate dal chitarrista e si scaglia anche contro “Am I Going Insane? (Radio)”, un presunto cedimento a melodie più pop, in contrasto con l’obiettivo di tornare a un sound più grezzo e diretto dopo Sabbath Bloody Sabbath. Cosa che avviene sicuramente in brani come “Hole In The Sky”, che riprende i ritmi heavy di Paranoid, e soprattutto “Symptom Of The Universe”, anticipazione illuminante del thrash-metal.
Ozzy mette in mostra le sue deviate e graffianti doti vocali negli orgasmici dieci minuti di “Megalomania”, tra visioni psichedeliche in stile “Planet Caravan” e clamorosi squarci hard-rock. C’è la sua firma poi sul testo dell’aggressiva marcia “The Writ”, che punta il dito senza mezze misure contro Meehan: “Sei Satana? Sei umano?”.
Sabotage è così il sofferto disco di una band che teme di dover continuare a lavorare all’infinito solo per pagarsi le spese di una causa legale delicatissima, aggravata dai mancati introiti dopo la pubblicazione non autorizzata della compilation We Sold Our Soul For Rock'n'Roll.
L’estate del 1976 è particolarmente delicata, con il gruppo ormai sfibrato che decide di registrare il nuovo disco a Miami, ai Criteria Studios. Mentre Tony Iommi lavora senza sosta a nuove sperimentazioni soniche, il resto della band si gode il sole della Florida, evitando ogni forma di responsabilità in fase di produzione.
I primi vagiti del punk cambiano radicalmente lo scenario musicale, imponendo ai Black Sabbath decisioni importanti da prendere sul futuro del gruppo. Il nuovo manager Don Arden, nel frattempo, sta concentrando tutti i suoi sforzi sugli Electric Light Orchestra (Elo), arrivati in Top Ten con l’album “Face The Music”. Mentre Iommi fiuta il possibile successo di un rock più morbido - e band come Eagles e Fleetwood Mac gli daranno ragione - Ozzy è assolutamente contrario al cambio di marcia e inizia a maturare la decisione di lasciare il gruppo. “Dovremmo suonare come i Foreigner o i Queen”, annuncia Iommi, lasciando Osbourne basito: perché farci influenzare da band che sono in realtà state influenzate da noi? Oltretutto, i costi di produzione di Technical Ecstasy stanno diventando sempre più alti, mentre Ozzy è sempre più dipendente da alcol e droghe, tanto da registrarsi per un veloce rehab presso lo Stafford County Asylum prima di tornare in patria.
Le sessioni ai Criteria Studios sono un vero casino, tra cumuli di cocaina lasciati sugli amplificatori. La band è fuori controllo, persa tra diverse direzioni musicali nel tentativo di rinnovarsi, dal funk-rock “All Moving Parts (Stand Still)” alla spiazzante melodia gospel-pop in stile Paul McCartney “It’s Alright”, prima prova vocale per Bill Ward al posto di Ozzy. Fan e critica restano a bocca aperta - e non in senso del tutto positivo - tra chi paragona “Rock'n'Roll Doctor” ai Kiss e chi vede in brani come “Back Street Kids” una completa decadenza del devastante heavy-metal del passato.
Technical Ecstasy traduce in brani deboli la confusione interna al gruppo, scivolando giù in classifica mentre viene presentato dal vivo in un tour europeo tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977. Il lungo giro di concerti vede la presenza degli Ac/Dc come gruppo spalla, portando a violente tensioni tra Bill Ward e Malcolm Young. Ad aprile, finito il tour, Osbourne lancia la bomba ed esce dal gruppo per dedicarsi a un progetto da solista chiamato Blizzard Of Ozz, dopo aver assoldato alcuni componenti dei Necromandus, già supporter dei Black Sabbath quando si chiamavano ancora Earth, durante un concerto a Birmingham.
Mentre i Black Sabbath lo sostituiscono con Dave Walker, già cantante in gruppi come Savoy Brown e Fleetwood Mac, Ozzy Osbourne è deciso ad affrontare i suoi demoni personali, convinto che l’addio al gruppo che lo ha lanciato tra le stelle del rock possa fargli solo bene. Da amante delle sfide, ha capito che è arrivato il momento di mettersi alle spalle il passato per rinascere sia a livello umano che artistico, incoraggiato da una Sharon Arden sempre più vicina. Dopo aver registrato con Walker una prima versione del brano “Junior’s Eyes”, presentato alla Bbc, Iommi si rende conto che l’esperimento non funziona, tentando di convincere Ozzy a tornare in sella. Nemmeno troppo convinto, Osbourne accetta, ma pone delle condizioni: non canterà alcun brano provato con Walker, eccetto la poliedrica “Junior’s Eyes” che diventa un’opportunità per celebrare il ricordo di suo padre, da poco scomparso.
Le sessioni di Never Say Die!, ai Sounds Interchange Studios di Toronto per questioni meramente fiscali, si rivelano un disastro annunciato, tra consumo eccessivo di sostanze e divergenze ormai insanabili tra Ozzy e Iommi. In particolare, Osbourne non gradisce l’inserimento di brani fortemente jazz come “Air Dance” e “Breakout”, a suo dire un tradimento verso l’identità della band. Dalle acide incursioni elettroniche in “Johnny Blade” agli svolazzi di pianoforte in “Over To You”, il disco suona confuso, anche se contiene episodi migliori rispetto a quelli di Technical Ecstasy. Ad esempio, una “Never Say Die” che vuole restare al passo furioso del punk - pur con evidenti richiami ai Thin Lizzy - o l’hard-boogie “A Hard Road”.
Dopo il tonfo nelle classifiche americane, i Black Sabbath partono in tour nel maggio 1978, con il supporto dei Van Halen. Grazie al successo della cover dei Kinks, “You Really Got Me”, il gruppo californiano attira la maggior parte del pubblico negli States, mentre montano incomprensioni con Iommi. Ozzy è in pessimo stato: a Nashville si addormenta in una stanza sbagliata del suo hotel, per poi svegliarsi convinto di vivere ancora la sera precedente. Il concerto è ovviamente annullato, punto più basso in un tour che la critica definisce “stanco e poco ispirato”, data la concorrenza di una band in piena esplosione come i Van Halen.
Blizzard of Ozz
Il disastroso Never Say Die! Tour si conclude ad Albuquerque, New Mexico, l’11 dicembre 1978. I Black Sabbath si mettono subito al lavoro per pubblicare un nuovo album, restando di fatto impantanati per mesi negli Stati Uniti tra frustrazioni ormai insopportabili. Ozzy è sempre ubriaco o fatto, ma soprattutto non tollera più le sperimentazioni degli ultimi due album. Anche Iommi è stanco delle follie di Osbourne, avendo già accarezzato l’idea di lasciare il gruppo per formarne uno nuovo con il cantante Ronnie James Dio, da poco uscito dal progetto di Ritchie Blackmore, Rainbow, per divergenze artistiche. Al contrario di Walker, Dio ha una voce di tutto rispetto nel panorama hard’n’heavy, un rimpiazzo ritenuto alla fine credibile per continuare con i Black Sabbath.
Il 27 aprile 1979 Tony annuncia il licenziamento di Ozzy Osbourne, una decisione appoggiata anche da Butler e Ward e maturata a causa di comportamenti eccessivi dovuti al consumo di alcol e droghe. Dopo aver ritirato quasi 100mila sterline come buonuscita, Ozzy decide di prendersi una pausa di alcuni mesi, isolato tra sbronze e cocaina, prima di ritornare in patria, a Birmingham, per iscriversi a un centro per l’impiego. Ma il manager Don Arden ha altri programmi, così chiede alla figlia Sharon di occuparsi di lui, di capire cosa vuole fare: c’è un contratto già pronto con la sua stessa etichetta, la Jet Records. Arden propone a Osbourne di formare una band chiamata Son of Sabbath - inizialmente prova anche a convincerlo a tornare con Iommi - mentre Sharon gli consiglia di formare un supergruppo con il chitarrista Gary Moore. Alla fine gli torna alla mente quel vecchio nome suggeritogli dal defunto padre, Blizzard of Ozz. C’è però una band da mettere in piedi, a partire dal nuovo sodalizio con il bassista australiano Robert John Daisley, conosciuto durante una serata al Music Machine di Camden Town.
Nativo di Sydney, Bob Daisley ha iniziato a suonare il basso a 14 anni, diventando noto nel panorama musicale grazie alle sue esperienze blues prima nei Chicken Shack e poi nei Mungo Jerry. Nel 1977 si è unito ai Rainbow di Ritchie Blackmore, restandoci per un paio d’anni fino alla sua sostituzione da parte dell’ex-Deep Purple Roger Glover. Proprio come Butler, Daisley ha un talento da songwriter, apprezzato da Ozzy per le sue capacità anche in fase di produzione discografica. Osbourne sa bene che non si può sbagliare il chitarrista, così pensa a Randall William Rhoads, nato a Santa Monica, California, in una famiglia di musicisti. Randy ha imparato a leggere la musica dalla madre Delores, appassionandosi alla chitarra dopo aver ascoltato Beatles e Rolling Stones. Formati The Whore con l’amico bassista Kelly Garni, Rhoads ha iniziato con un materiale di sole cover, fino all’epifania vissuta a un concerto di Alice Cooper al Long Beach Auditorium nel 1971. Folgorato dallo stile del chitarrista di Cooper, Glen Buxton, Rhoads ha formato i Quiet Riot con il cantante Kevin DuBrow, assicurandosi un contratto con la Cbs/Sony Records e pubblicando due album sul solo mercato giapponese. L’avventura della band è finita presto, dopo una lite furibonda in studio dove è uscita fuori anche una pistola. È qui che entra in scena un bassista di Los Angeles, Dana Strum, che telefona al chitarrista per convincerlo a partecipare alle audizioni organizzate da Ozzy Osbourne.
Rhoads si presenta in uno studio di Los Angeles con la sua Gibson Les Paul e un amplificatore di fortuna, trovando Ozzy visibilmente ubriaco. Inizia con qualche riff di riscaldamento, sbigottito quando gli viene affidato subito il lavoro. “Lui ha iniziato a suonare questo fottuto assolo e ho subito pensato: sono così fatto o sto avendo delle allucinazioni, o che cazzo è questo?!”, dirà Ozzy in seguito. Rhoads non può credere di aver ottenuto il ruolo di chitarrista principale suonando solo qualche accordo, ovviamente restio a fidarsi di un tipo lercio dall’altra parte della sala prove. Ma Randy non sembra avere molta scelta, ormai stanco dei Quiet Riot che non sono riusciti a far uscire nemmeno un disco al di fuori dei confini nipponici.
Tornato in patria, Osbourne parla con Don Arden raccontandogli di un “talentuoso chitarrista conosciuto in America”, per scavalcare l’iniziale mandato del management di formare un gruppo di soli inglesi. Rhodes si imbarca così su un volo per Londra, ma viene inizialmente arrestato e rispedito indietro in mancanza dei permessi di lavoro. Ozzy si scusa con lui e mette le cose a posto, organizzando un nuovo incontro alla fine di novembre negli uffici della Jet Records. In compagnia di Daisley, Ozzy e Randy partono in treno per raggiungere casa Osbourne nello Staffordshire, mentre lo stesso ex-Black Sabbath si interroga sul perché un chitarrista così bravo abbia deciso di lavorare con un alcolizzato senza speranza.
Al trio si aggiunge il batterista Lee Gary Kerslake, unitosi agli Uriah Heep alla fine del 1971. Dopo nove dischi con la band londinese, Kerslake ha detto basta alla fine del Fallen Angels Tour, attratto dalla personalità ironica di Osbourne dopo averlo conosciuto in Australia. Kerslake viene così invitato a Clearwell Castle per provare il nuovo materiale già composto e suonato con un altro batterista, prima di iniziare effettivamente i lavori di Blizzard Of Ozz ai Ridge Farm Studio, nel West Sussex.
Il primo brano registrato è la ballad “Goodbye To Romance”, composta per dire addio ai Black Sabbath sullo stile barocco del Canone di Pachelbel. Subito sugli scudi la chitarra di Rhoads con l’assolo centrale in elettrico, mentre Ozzy adotta uno stile vocale mellifluo ed emozionato per partire ufficialmente con la sua nuova avventura musicale. Il gruppo vorrebbe pubblicare il brano come singolo per lanciare l’album, ma la Jet Records vuole qualcosa di più energico. L’etichetta azzecca la scelta, perché “Crazy Train” sbanca le classifiche con il suo riff epico, che diventa immediatamente un instant-classic generando paragoni con il lavoro di mostri sacri come Iommi e Blackmore. Gli iniziali versi demoniaci di Ozzy aprono un implacabile ritmo heavy-metal per raccontare le paure più profonde dell’uomo durante le tensioni della Guerra Fredda.
L’altro brano cardine di Blizzard Of Ozz è l’inquietante “Mr. Crowley”, introdotta dalle tastiere horror di Don Airey per snodarsi come un serpente implacabile fino al grande assolo classicheggiante di Rhoads. Insieme a Eddie Van Halen, la tecnica quasi operistica di Randy ridefinisce i perimetri del metal in stile neo-classico, trasformando l’album di debutto di Ozzy Osbourne in una pietra angolare del genere. Dalla cavalcata furente “I Don't Know”, il disco si rivela praticamente perfetto, coniugando la voce teatrale di Ozzy con il talento smisurato di Rhoads, che prende in prestito un suo riff dai Quiet Riot per rimodellarlo in “Suicide Solution”, scritta da Osbourne come avvertimento sul consumo eccessivo di alcol. Il brano porterà cinque anni dopo a una causa legale contro Ozzy da parte dei familiari di John Daniel McCollum, diciannovenne americano morto suicida dopo aver ascoltato il brano, in riferimento a un presunto invito a prendere una pistola e spararsi.
Se brani come “No Bone Movies” e “Steal Away (The Night)” recuperano un più orecchiabile ritmo hard-rock con inserimenti tra glam e rock’n’roll, l’epica “Revelation (Mother Earth)” torna alla fusione tra sofisticati andamenti classicheggianti, teatro macabro e potenti svisate elettriche. La nuova formula, grazie a un gruppo di musicisti eccelsi, porta Ozzy a superare in maniera brillante il passato con i Black Sabbath, aprendo le porte a milioni di nuovi fan dell’heavy-metal anni 80.
Volare alto, ancora
Blizzard Of Ozz riesce nell’impresa di conquistare ben cinque dischi di platino negli Stati Uniti senza piazzare nemmeno un singolo nella Top 40, mantenendo il nome di Ozzy Osbourne in vetta dopo l’addio ai Black Sabbath. Due mesi dopo l’uscita dell’album la Jet pubblica un Ep dal vivo, Ozzy Osbourne Live Ep,con appena tre brani registrati durante la data al Gaumont Theatre di Southampton. Per lo più è un pretesto per pubblicare “You Said It All”, un sinistro boogie hard-rock che la band ha registrato durante le sessioni di Blizzard Of Ozz per rimpiazzare il singolo respinto dalla Jet “Goodbye To Romance”.
Mentre la figura di Sharon Arden diventa sempre più importante per Ozzy, e non solo a livello professionale come suo manager de facto, il gruppo torna negli studi Ridge Farm nel corso del 1981, con il supporto del produttore inglese Max Norman. Le nuove sessioni di registrazione sono appesantite da un clima di risentimento, con Kerslake e Daisley a lamentare mancati pagamenti a causa di un intervento ritenuto troppo ingombrante da parte di Sharon Arden. Tanto che nei crediti di Diary Of A Madman appaiono il bassista di origini cubane Rudy Sarzo e il batterista americano Tommy Aldridge, mai effettivamente coinvolti nel lavoro in studio.
La mutazione della line-up non tocca ovviamente Randy Rhoads, braccio destro fondamentale di Ozzy e sempre più ai vertici nel panorama chitarristico mondiale. In realtà, lo stesso contributo di Kerslake e Daisley in fase compositiva è più spinto rispetto a Blizzard Of Ozz, dal momento che Osbourne è spesso in condizioni pessime per scrivere e registrare con la dovuta concentrazione. Il gruppo spinge sull’acceleratore per finire il disco in tempo per l’inizio di un tour mondiale, partendo dalla nuova cavalcata heavy-metal “Over The Mountain”, con il sublime lavoro di Rhoads a costruire cattedrali soniche tra il riff devastante e gli assoli barocchi. Il secondo brano di grande successo è “Flying High Again”, dall’impatto radiofonico devastante con il suo groove melodico e impreziosito dagli inserti operistici nell’assolo centrale.
L’apertura acustica di “You Can't Kill Rock And Roll” guida una ballad atmosferica, in bilico continuo tra malinconia e furore hard-rock. I toni si fanno più cupi e claustrofobici nell’ossessiva “Believer”, con un ritmo lento in chiave sabbathiana scandito da una chitarra eterea da film dell’orrore. Ozzy mette da parte qualsiasi velleità egocentrica per confezionare brani diretti e senza fronzoli, dalle aperture quasi beatlesiane in “Little Dolls” alla coralità pop di “Tonight”, scoprendo un lato maggiormente melodico rispetto al disco d’esordio. Il ritorno al riff è sui continui cambi di tempo nella sezione ritmica in “S.A.T.O.”, mentre il finale pirotecnico è affidato alla maestosa title track, che ricalca la struttura elettro-acustica in crescendo come a voler riprodurre una personale “Stairway To Heaven”.
Terminate le registrazioni di Diary Of A Madman, Ozzy e Rhoads si riuniscono negli Shepperton Studios insieme alla nuova sezione ritmica formata da Sarzo e Aldridge, chiamati a sostituire Daisley e Kerslake già fatti fuori tra i crediti ufficiali dell’ultimo album.
Rodolfo Maximiliano Sarzo è arrivato negli Stati Uniti dalla città natale, Havana, nel 1961, all’età di undici anni. Trasferitosi dalla Florida a Los Angeles alla fine degli anni 70, è entrato in contatto con i Quiet Riot, invitato dal nuovo amico Kevin DuBrow a sostituire Kelly Garni al basso. È così diventato amico fraterno anche di Randy Rhoads, uscendo insieme a lui dai Quiet Riot per poi sostituire, appunto, Bob Daisley.
Nato a Jackson, Mississippi, il batterista Tommy Aldridge ha sviluppato fin da ragazzino un talento naturale per la musica, mettendo a punto - contro il volere del padre - una tecnica sopraffina che lo ha portato a diventare un autentico pioniere nell’uso della doppia cassa. Arruolatosi nel gruppo southern-rock Black Oak Arkansas, Tommy non si è mai trovato a suo agio a livello artistico, contrario all’abbondante consumo di hashish. Chiuso da un contratto vincolante, è riuscito a fuggire dal gruppo per lavorare con il chitarrista canadese Pat Travers, poi con Gary Moore una volta trasferitosi a Londra. È nella capitale inglese che conosce Rhoads, grande fan del chitarrista di Belfast, accettando il suo invito a sostituire Kerslake per l’imminente tour di Diary Of A Madman.
Le prove generali della nuova line-up durano due settimane, prima dell’esordio sold-out il 4 novembre 1981 alla Ernst-Merck-Halle di Amburgo. Ma il tour parte decisamente in salita: il 13 novembre, dopo la data di Ravensburg, Sharon Arden annulla le successive date europee per portare Ozzy in una clinica per disturbi psichiatrici in patria, data la devastazione mentale e fisica del cantante a causa dell’imminente separazione dalla prima moglie, Thelma Riley, da cui ha avuto i primi due figli, Jessica e Louis. Caduto in un fortissimo stato depressivo, Ozzy deve fermarsi per diverse settimane, potendo riprendere il tour solo alla fine di dicembre.
Si riparte in California il 30, mentre Rhoads riceve il Best New Talent Award assegnato dalla rivista Guitar Player. Il 20 gennaio 1982, al Veterans Memorial Auditorium di Des Moines, in Iowa, un fan piuttosto creativo lancia sul palco un pipistrello morto, trafugato dal dipartimento scientifico dell’istituto scolastico di Lincoln. Ozzy è convinto che sia un giocattolo molto realistico, così decide di prenderlo tra le mani, allargare le sue ali e morderlo prima di lanciarlo verso il pubblico. Mentre il nostro si dirige verso il Des Moines General Hospital per un trattamento rapido contro la rabbia, il gesto estremo gira ai quattro angoli del rock mondiale, diventando immediatamente leggendario e contribuendo alla sua fama di star dissoluta e anti-conformista.
Il tour di Diary Of A Madman è un continuo susseguirsi di episodi tra il comico e il tragico: a Rosemont, Illinois, Ozzy a un certo punto afferra per una gamba Randy Rhoads e lo solleva in segno di profonda amicizia, prima di collassare durante un concerto successivo a Rosemont, portato da Sharon Arden in ospedale a causa degli effetti collaterali del trattamento anti-rabbia. Nel febbraio 1982, dopo un concerto alla Market Square Arena di Indianapolis, Osbourne litiga con Rhoads dopo il suo rifiuto di partecipare in un disco dal vivo composto da sole cover dei Black Sabbath, visto come un passo indietro nella sua folgorante carriera. Prima di una data in Texas, Sharon decide di nascondere tutti i vestiti di Ozzy per non farlo uscire a ubriacarsi, scatenando una risposta esilarante: Osbourne si mette la camicia da notte di Sharon, si ubriaca e si ritrova a urinare nei pressi della Alamo Mission. Viene beccato e arrestato dalla polizia locale, quindi rilasciato a poche ore dal concerto per intercessione della stessa Sharon, che paventa una possibile rivolta in caso di annullamento dello show.
Diventato nemico pubblico numero uno in Texas, minacciato da attivisti, politici ed esponenti religiosi, Ozzy Osbourne è completamente fuori controllo. Rhoads gli ha già annunciato che lavorerà ancora per poco con lui, volendo intraprendere studi musicali classici alla University of California. Prima del 20 marzo 1982, mentre la band viaggia sul tour bus in direzione Orlando, in Florida, un guasto meccanico costringe l’autista a fermarsi in un deposito fuori Leesburg. Ozzy e Sharon, insieme a Rudy Sarzo e Tommy Aldridge, stanno dormendo sul bus in attesa di riparazione, mentre Rhoads, Don Airey e il resto della troupe sono svegli. Nella proprietà di Leesburg ci sono una pista di atterraggio e un hangar pieno di piccoli veivoli. Andrew Aycock, l’autista del bus, sostiene di essere un pilota molto esperto, così prende possesso di un Beechcraft Bonanza F35, offrendosi di accompagnare tutti in volo. Durante uno dei trasferimenti, sul Beechcraft Bonanza salgono ovviamente Aycock, poi Rhoads e Rachel Youngblood, costumista e truccatrice del gruppo. Ma l'ala sinistra del veivolo colpisce improvvisamente il bus parcheggiato, causando uno schianto fragoroso che uccide all’istante tutti i passeggeri.
Le indagini delle autorità locali terminano il giorno dopo, quando Ozzy e la sua crew tornano a Los Angeles, scossi dalla tragedia che ha strappato al rock uno dei chitarristi più quotati. Osbourne è in stato di shock e parla francamente con Sharon: continuare non ha più senso. È lei che lo convince a tornare in pista per tutti i suoi fan, con il contributo del nuovo chitarrista Bernie Tormé, da poco uscito dalla band di Ian Gillan a causa di una controversia su mancati compensi. Di origini irlandesi, Tormé è ovviamente un chitarrista completamente diverso da Rhoads, nemmeno troppo in grado di maneggiare il materiale di Ozzy. All’inizio di aprile il tour riparte da Bethlehem, Pennsylvania, con Tormé che dice a tutti di voler in realtà proseguire con una carriera da solista. Sharon trova allora un nuovo chitarrista, Bradley Frank Gillis, che dal 1978 è impegnato nel gruppo funk-rock Rubicon, prima incarnazione dei Night Ranger. Altre date del tour vengono successivamente cancellate a causa dello stato psico-fisico di Ozzy, che a un certo punto decide di rasarsi completamente i capelli. Sharon lo convince inizialmente a indossare live una parrucca, che puntualmente viene lanciata da Ozzy verso il pubblico, tra lo stupore generale. C’è però una bella notizia: il 4 luglio 1982 sposa Sharon Arden, la donna che lo sta più di ogni altro sostenendo per contrastare la sua discesa verso l’abisso.
Il ribelle del rock’n’roll
Durante il tour di Diary Of A Madman, la Jet Records vuole pubblicare un album dal vivo composto da soli brani registrati da Ozzy con i Black Sabbath. È sicuramente una operazione per guadagnare in termini di royalties, ma anche un modo abbastanza subdolo per uscire a livello discografico prima del live album degli stessi ex-soci con Ronnie James Dio alla voce e il nuovo batterista Vinnie Appice al posto di Bill Ward. Guidata da Rhoads, tutta la band di Ozzy si rifiuta di partecipare al disco, per evitare di prestare i propri nomi a una operazione di facciata. Osbourne è furioso, perso tra le continue sbronze, licenzia in tronco tutti, anche se non ricorderà il giorno dopo di averlo fatto. Dice di avere pronto addirittura Frank Zappa a sostituire Rhoads, che alla fine accetta per obblighi contrattuali, prima di morire nel tragico incidente aereo in Florida. Alle prove programmate a settembre a New York City parteciperà Brad Gillis, con i riluttanti Aldridge e Sarzo a cui Sharon anticipa che purtroppo “Ozzy non sarà molto cooperativo”. È in questo momento che il bassista di origini cubane decide di lasciare al più presto il principe delle tenebre. Quando si presenta alle sessioni di registrazione dell’album, Osbourne non riesce nemmeno a ricordarsi i testi delle canzoni dei Black Sabbath, costretto a leggerli durante le riprese dal vivo al The Ritz a Manhattan. A fine lavori, Sarzo dice addio per tornare nei Quiet Riot, mentre Gillis si rifugia ancora nei Night Ranger.
Speak Of The Devil esce il 22 novembre 1982, aperto dal riff mastodontico di “Symptom Of The Universe”. Il doppio disco - scelta non casuale, mancano due album per risolvere il contratto con la Jet - vende più di Live Evil dei Black Sabbath, ma è la testimonianza sonica di una voce in evidente difficoltà. Dalla pachidermica “Snowblind” a “The Wizard”, il nuovo gruppo di Ozzy è una macchina da guerra, capace di replicare con efficacia gli altissimi tecnicismi di Iommi, Ward e Butler.
Se Sarzo fa pulsare il suo basso in “N.I.B.”, Gillis si cala nella parte del guitar hero sul riff di “Sweet Leaf”, mentre Aldridge tuona in doppia cassa su “Sabbath Bloody Sabbath”. Peccato che la performance vocale di Osbourne sia al di sotto degli standard, in un disco concepito solo per questioni commerciali e per un pizzico di rivalsa contro gli ex-compagni.
All’inizio del 1983 Ozzy Osbourne è alla ricerca di un nuovo chitarrista dopo l’addio di Gillis, tornato nei Night Ranger. Il bassista losangelino Dana Strum gli consiglia di ingaggiare Jakey Lou Williams, meglio noto come Jake E. Lee. Originario della Virginia, Jake si è trasferito in California per suonare nella band glam-metal Ratt, poi è passato ai Rough Cutt. Quando si presenta alle audizioni, Ozzy ha in realtà scelto George Lynch (Dokken), ma cambia idea e dice allo stesso Lee di occuparsi del licenziamento della sua prima scelta. Insieme al rientrante Bob Daisley, il chitarrista inizia a lavorare sul nuovo materiale in studio, quando viene approcciato da Sharon che lo obbliga a firmare un contratto in cui di fatto rinuncerà a qualsiasi pretesa legale da songwriter, in favore del solo Ozzy Osbourne. Lee viene convinto da una cifra intorno ai 50mila dollari per lasciare il solo Ozzy come unico autore di testi e musica, evitando così di venire immediatamente licenziato.
Con Tommy Aldridge alla batteria e Don Airey alle tastiere, il gruppo termina le registrazioni di Bark At The Moon, che esce nel novembre 1983 su etichette Epic (Uk) e CBS (Usa). Fin dal primo riff della vibrante title track, il disco risente della tragica assenza di Rhoads, abbandonando inevitabilmente l’approccio neoclassico all’heavy-metal per un sound meno originale. Ozzy vestito da uomo lupo spopola su Mtv, trascinando le vendite fino al triplo disco di platino negli States.
Non particolarmente apprezzato dalla critica, Bark At The Moon contiene comunque ottimi brani, dalla sofferta “You're No Different”, arricchita dalle tastiere atmosferiche di Airey, alle prestazioni da squadra in “Now You See It (Now You Don't)” e “Rock'n'Roll Rebel”, tra la sezione ritmica tonitruante e gli assoli melodici di Lee. C’è poi “Forever” - o “Centre Of Eternity” sulla versione americana del disco - aperta da campane, cori gregoriani e organo liturgico prima del killer-groove con una prova più che convincente di Ozzy alla voce.
Il registro cambia forse troppo radicalmente sulla ballad orchestrale in stile beatlesiano “So Tired”, mentre “Waiting For Darkness” e “Spiders” riprendono tonalità oscure condotte dalla chitarra hard-rock di Lee.
Poco prima dell’uscita di Bark At The Moon, Ozzy riparte per un nuovo tour mondiale, aperto dalla data di Leicester il 10 novembre 1983. Alla batteria prende posto Carmine Appice, già con gruppi come Vanilla Fudge e Cactus. Appice resiste fino al febbraio 1984, quando viene sostituito da Tommy Aldridge a causa di dissapori con Sharon. Alla fine del tour, un Ozzy ingrassato e mentalmente a pezzi decide di intraprendere un percorso di riabilitazione all’istituto californiano The Betty Ford Center, cercando così di dare davvero un taglio netto al consumo massivo di alcol e droghe.
L’ultimo peccato
Tornato dal periodo di riabilitazione, Ozzy incontra il suo chitarrista Jake E. Lee, che nel frattempo ha rinegoziato i termini del suo contratto con Sharon per rientrare come songwriter ufficiale e ricevere così le sue royalties. Osbourne non può ovviamente avere tra le mani nuovi brani originali, così si affida a Lee e al suo lavoro con Daisley per un nuovo album. Ma Bob non entrerà mai negli studi londinesi di Townhouse, litigando ancora una volta con Ozzy prima delle registrazioni. Suggerisce di essere sostituito da Greg Chaisson, ma Osbourne pensa che la sua immagine non sia compatibile con il resto del gruppo, scegliendo così Philip Raphael Soussan. Originario di Londra, Phil si limita così ad eseguire le partiture create da Daisley, accompagnato in sezione ritmica dal nuovo batterista Randolpho Francisco Castillo, già assoldato da Lita Ford.
The Ultimate Sin esce all’inizio del 1986, ottenendo il doppio disco di platino negli Stati Uniti. Aperto dal ritmo martellante della title track, il nuovo album si mostra più aggressivo in sonorità heavy-metal di matrice americana, ovvero verso un sound radio-friendly che per diversi fan tradisce il solito anti-conformismo musicale di Ozzy. Il maggiore contributo di Jake E. Lee è evidente in brani dal sapore glam come “Secret Loser”, mentre “Never Know Why” recupera (molto parzialmente) i toni più teatrali di Osbourne. L’intero lavoro è come una macchina macina-riff, da una “Thank God For The Bomb” che sembra uscita dal catalogo dei Def Leppard a una “Never” nel più classico stile hard’n’heavy a stelle e strisce. Ecco perché The Ultimate Sin è un disco parecchio derivativo, assemblato con un Osbourne da poco uscito dal suo rehab. In “Lightning Strikes” si punta sul chorus orecchiabile sulla classica cavalcata heavy, mentre “Killer Of Giants” si apre tra squarci acustici malinconici e partiture orchestrali hollywoodiane.
L’album è salvato, almeno da un punto di vista commerciale, dal singolo “Shot In The Dark”, esempio eclatante del nuovo corso Mtv-izzato con i suoi arrangiamenti pomposi e melodici, ai limiti del glam. Inizialmente scritta dai Wildlife, in cui militava il bassista Soussan, la canzone viene rielaborata in studio da Osbourne, scatenando non poche polemiche sulla reale paternità del brano dopo il clamoroso successo in heavy-rotation nelle classifiche di mainstream rock.
Nell’aprile 1986 parte il tour promozionale di The Ultimate Sin, ultima apparizione con la band di Jake E. Lee e Phil Soussan, con il primo allontanato per motivi non meglio precisati, sicuramente legati a un rapporto non idilliaco con Sharon. Nonostante il periodo passato in riabilitazione, Ozzy continua con l’abuso di sostanze, mentre la Epic Records pubblica per suo volere il disco live Tribute, omaggio al defunto Randy Rhoads con i classici del primo periodo da solista e cover dei Black Sabbath dall’album Speak Of The Devil.
Registrato durante varie date dal vivo tra il 1980 e il 1981, il doppio album è un must per gli amanti di un chitarrista prodigioso, secondo forse al solo Eddie Van Halen nel panorama hard’n’heavy mondiale. Nello stesso anno gli Slade danno alle stampe il loro quattordicesimo e ultimo album “You Boyz Make Big Noize”, nato dalla collaborazione con il leggendario produttore dei Queen, Roy Thomas Baker. Ozzy resta impressionato in particolare dal sound della sezione ritmica, chiamando subito Baker per proporgli di lavorare sul suo prossimo album. Osbourne ha da poco affidato il ruolo di chitarrista solista all’americano Zachary Phillip Wylde, presentatosi autonomamente alle audizioni dopo averle scoperte grazie a un annuncio durante il The Howard Stern Show. Zakk si unisce così al rientrante Bob Daisley e all’ex-Uriah Heep John Sinclair alle tastiere, varcando la soglia degli Enterprise Studios a Los Angeles per registrare No Rest For The Wicked, in uscita nell’autunno del 1988.
Aperto dalla risata sinistra sul potente riff di “Miracle Man”, l’album ritrova la coesione perduta in The Ultimate Sin, potendosi appoggiare su un chitarrista meno “americanizzato”. In “Devil's Daughter (Holy War)” è evidente un effetto sonico da montagne russe, tra saliscendi sghembi guidati dalla personalità subito imponente del nuovo chitarrista di Ozzy. Il secondo singolo scelto per promuovere il disco, “Crazy Babies”, è strutturato su un ritmo rotondo e ripetitivo, mentre “Breakin' All The Rules” lancia un dialogo serratissimo tra la chitarra fiammeggiante di Wylde e la batteria di Castillo.
Osbourne torna ad atmosfere sabbathiane nella successiva “Bloodbath In Paradise”, sui crimini efferati di Charles Manson alla fine degli anni 60. L’affascinante “Fire In The Sky” è in bilico tra squarci elettrici e conduzioni melodiche in formato ballad, prima dello speed-metal “Tattooed Dancer”. Convincente anche il finale corale di “Hero”, che sarà anche eccessivamente autoriferita, ma riesce nell’intento di restituire un Ozzy più vibrante dopo gli ammiccamenti radio-friendly.
Tornando a casa
Il tour americano di No Rest For The Wicked parte nel novembre 1988 da Pensacola, con il vecchio amico Geezer Butler al basso in sostituzione del partente Bob Daisley. Il 13 agosto 1989 Ozzy si esibisce al Moscow Music Peace Festival, una sorta di Woodstock russo organizzato al Central Lenin Stadium davanti a una folla di oltre centomila persone. Insieme a Scorpions e Mötley Crüe, Ozzy viene invitato come padrino della musica più dura in piena Glasnost, per un evento che sarà trasmesso in diretta da quasi 60 paesi. Una botta di visibilità mondiale che fa il paio con la collaborazione sul singolo di Lita Ford “Close My Eyes Forever”, schizzato fino all’ottava posizione nella Billboard Hot 100.
Dopo aver invitato Butler a suonare il basso nell’ultimo tour, Osbourne torna in contatto anche con Bill Ward, prestando la voce in due brani nel disco d’esordio del batterista dei Black Sabbath, “One: Along The Way”. Dopo un paio di compilation pubblicate dalla Cbs, Just Say Ozzy è un Ep dal vivo registrato alla Brixton Academy di Londra durante la leg con Butler al basso, con una versione di “Sweet Leaf” sugli scudi.
All’inizio del 1990 Osbourne deve affrontare un’altra grana legale per le morti dei giovani Michael Waller e Harold Hamilton, entrambi casi di suicidio collegati all’ascolto dell’ormai famigerata “Suicide Solution”. Ozzy ne esce di nuovo vincitore, avendo convinto la corte sulla reale natura del testo, omaggio a Bon Scott e avvertimento generale sui pericoli dell’abuso di alcol.
Insieme ai produttori Duane Baron e John Purdell, Osbourne entra negli studi A&M per registrare il nuovo album No More Tears, dopo aver scritto alcuni brani con il leader dei Motörhead Lemmy Kilmister. Il primo singolo estratto è la title track, generata da una jam-session improvvisata in cui partecipa anche Mike Inez, bassista dell’area di Los Angeles. È lui a firmare il riff che apre il brano, anche se di fatto è Bob Daisley a entrare nei crediti ufficiali come effettivo contributor sull’intero disco. Il singolo ottiene grande successo negli Stati Uniti, con un groove moderno in cui l’heavy-metal incontra l’art-rock e certe derive progressive. La stessa prova vocale di Ozzy convince la critica, che parla di un potente ritorno ai fasti di un tempo.
L’album porta il sound di Osbourne dritto nelle atmosfere nineties stravolte da band come i Nirvana, pur mantenendo dritta la barra di un hard-rock classico come in “I Don't Want To Change The World”, evidente frutto della penna di Kilmister. La chitarra pirotecnica di Wylde è ormai un partner di assoluto valore per Ozzy, che sembra così aver trovato finalmente stabilità dopo la tragica perdita di Rhoads. Brani come “Desire” e “S.I.N.” rivitalizzano l’impianto metal in stile più contemporaneo, con approccio tra l’aggressivo e il melodico. Al di là della sua ingombrante figura pubblica, delle cause legali e della dipendenza, Osbourne vuole dimostrare al mondo di essere ancora il padre putativo di tutto il movimento heavy. Brani come “Hellraiser” celebrano lo stile di vita rock’n’roll con potenza epica, mentre il riff stradaiolo di “Mr. Tinkertrain” apre a una riflessione personale sull’abuso sessuale ai danni di minori. Castillo e Wylde si confermano innesti di grandissimo livello, guidando la cavalcata in crescendo “Zombie Stomp” e la successiva “A.V.H.”, più tardi descritta da Ozzy come un omaggio alla sua squadra del cuore, l’Aston Villa.
Ma se il disco spopola nelle classifiche di mainstream-rock è soprattutto per i suoi momenti più intimi, sotto forma di power-ballad. “Road To Nowhere” sfodera un assolo slashiano; “Time After Time” torna all’amore mai sopito per i Beatles. Il picco è però la struggente “Mama, I'm Coming Home”, guidata dal fingerpicking nostalgico per parlare a cuore aperto di Sharon, prima amica e poi amante, figura fondamentale per un salvataggio quasi disperato dal buio della dipendenza.
No More Tears sbanca le classifiche tra Regno Unito e Stati Uniti, dove conquista quattro dischi di platino. Nel giugno 1992 parte il No More Tours Tour, annunciato come ultima serie di show in giro per il mondo per volontà dello stesso Ozzy di stare più tempo con la sua famiglia. Osbourne ha ricevuto infatti una terribile diagnosi medica - poi rivelatasi sbagliata - dunque è convinto di essere affetto da sclerosi multipla. Il tour vede l’arruolamento in pianta stabile del bassista Mike Inez, mentre il tastierista Kevin Jones prende il posto di Sinclair che è in giro con The Cult. Alla metà di novembre, l’ultima data a Costa Mesa vede l’acclamata reunion dal vivo dei Black Sabbath, a sette anni di distanza dall’apparizione all’evento benefico Live Aid, incredibilmente esclusa dal successivo disco Live & Loud, presentato al mondo come l’ultimo album di Ozzy Osbourne prima del ritiro definitivo dalle scene musicali.
Trascinato dal clamore mediatico, l’album vende oltre un milione di copie, pur non presentando grandi novità all’ascoltatore. Dal riff immortale di “Paranoid” all’ultima “I Don't Want To Change The World” - che nel 1994 gli farà guadagnare un Grammy Award per la migliore interpretazione metal - il disco è puro intrattenimento per i fan di Ozzy. C’è ovviamente ampio spazio per i brani di No More Tears, con una versione potente di “Mr. Crowley” e una da brividi di “Changes”.
Il ritiro dalle scene di Ozzy dura poco, dopo l’incontro con il produttore americano Michael Beinhorn e i conseguenti accordi per avviare i lavori di registrazione di un nuovo album dalla fine del 1994. La nuova band di Osbourne vede ancora Butler al basso, ovviamente Wylde alla chitarra e il nuovo batterista Deen Joseph Castronovo, uscito dal gruppo hard-rock Hardline. Le sessioni di Ozzmosis si svolgono tra Parigi, New York e Woodstock, con Beinhorn a lavorare su precedenti registrazioni nello stile di No More Tears, cassate dalla Epic.
Aperto dalle trame sintetizzate delle tastiere di Rick Wakeman in “Perry Mason”, l’album si rivela un flop, lontano anni luce dal metal moderno di qualche anno prima. “Ghost Behind My Eyes” ripropone il pop beatlesiano, mentre in brani come “Thunder Underground” la chitarra di Wylde viene come depotenziata, vittima di una produzione troppo morbida. Ozzy bissa la collaborazione con Kilmister nella umorale “See You On The Other Side”, mentre l’orientaleggiante “My Little Man” include una parte di chitarra scritta originariamente da Steve Vai.
Nonostante il dispiegamento di ottimi musicisti, Ozzmosis è un disco scialbo, senza mordente, dove la voce di Osbourne è al servizio di materiale mediocre come “Denial” o “My Jekyll Doesn't Hide”. Il disco vende comunque oltre due milioni di copie negli Stati Uniti, aprendo il cosiddetto The Retirement Sucks Tour, con il ritorno di Sinclair alle tastiere e soprattutto la sostituzione di Wylde con Joe Holmes (David Lee Roth), dal momento che Ozzy non vuole aspettare che il suo chitarrista si decida dopo l’offerta di entrare nei Guns N’Roses.
Ozzfest
Dopo aver provato invano a infilare suo marito nel prestigioso cartellone del festival americano Lollapalooza, Sharon Osbourne decide di organizzare un grande evento fatto in casa. La prima edizione dell’Ozzfest si tiene in due giornate, dal 25 al 26 ottobre 1996, prima a Phoenix, in Arizona, e poi a Devore, in California. Sul main stage si esibiscono, ovviamente Ozzy, con Slayer, Sepultura e Fear Factory, lanciando subito il festival nell’immaginario di tutti gli appassionati di musica dura. Nell’anno successivo ci sarà grande clamore mediatico per la presenza di Marilyn Manson, che citerà in giudizio la New Jersey Sports & Exposition Authority (NJSEA) per il tentativo di cancellazione dell’esibizione in violazione della costituzione americana. Con la successiva partecipazione di band come Foo Fighters, Pantera, Tool e Megadeth, Ozzfest diventerà un vero e proprio brand, un tour nazionale estivo che si allargherà a dismisura, spostandosi poi nel Regno Unito e resto d’Europa.
L’edizione del 1997 vedrà anche la nuova reunion dei Black Sabbath senza Bill Ward, tormentato da nuovi problemi di salute, sostituito per l’occasione dal batterista dei Faith No More Mike Bordin. È questa la genesi di Reunion, il primo disco live della storica band inglese a vedere ricomposta la line-up originale dai tempi di Never Say Die!. I quattro mettono così da parte i vecchi dissapori e prenotano la NEC arena di Birmingham, dove si esibiscono dal vivo in due date nel dicembre 1997. C’è grande preoccupazione per il cuore di Bill Ward, che riesce comunque a partecipare sul palco, pur subendo un brutto incidente al braccio con un gong. Aperto dal riff pachidermico di “War Pigs”, Reunion è paradossalmente l’unico vero disco live della band in tre decadi di carriera, evitando di velocizzare le esecuzioni sul palco di Birmingham e restituire così la lenta e inesorabile grandezza dei Black Sabbath. Pubblicato dalla Epic Records nel 1998, l’album ha una durata fiume di oltre cento minuti, dai grandi classici “N.I.B.” e “Iron Man” a due nuovi brani registrati per l’occasione in primavera: la lenta marcia doom-metal “Psycho Man” e la più melodica “Selling My Soul”, realizzata con una drum machine senza il contributo di Ward.
Mentre Ozzy torna in tour con i Black Sabbath tra il 1997 e il 1998, la compilation pubblicata dalla Epic The Ozzman Cometh propone diverse chicche, dalle versioni demo di “Black Sabbath” e “War Pigs” dalle John Peel Sessions del 1970 alla cover di “Pictures Of Matchstick Men” (Status Quo) con l’arrangiamento gothic dei Type O Negative.
All’alba del nuovo millennio, l’idea di Ozzy è di fare come i Grateful Dead, ovvero abbandonare il lavoro in studio per dedicarsi alla sola attività live, dato anche il grandissimo successo del suo festival annuale. Ma la Epic fiuta la possibilità di fare altri soldi con la sua personalità sempre al centro dell’attenzione mediatica, così gli chiede di registrare un nuovo album, Down To Earth. La nuova formazione di Osbourne prevede il rientrante Wylde alla chitarra - lavora su parti già provate con Joe Holmes - con Mike Bordin alla batteria e il nuovo bassista Robert Trujillo, già nei Suicidal Tendencies. Il nuovo produttore è Tim Palmer, al lavoro negli anni 90 con Pearl Jam e U2, da poco trasferitosi a Los Angeles dove hanno inizio le sessioni di registrazione, nell’area di Hollywood.
Down To Earth è un album nel classico stile Ozzy, incredibilmente solido pur in un contesto, come quello del metal, in continua evoluzione. Il pianoforte liturgico che apre “Gets Me Through” permette all’ascoltatore di calarsi immediatamente nell’Ozzy-sound, potente e sinistro. Sul ritmo thrash di “Facing Hell” c’è un nuovo testo maledetto, mentre la malinconica ballata orchestrale “Dreamer” parla dell’umanità che sta distruggendo il pianeta e viene descritta dallo stesso Osbourne come una sua risposta alla lennoniana “Imagine”.
Dati i precedenti di Palmer, il disco assume connotati grunge in brani come “No Easy Way Out” e “Junkie”, mentre in “Black Illusion” c’è un ovvio rimando alle lentezze in chiave doom dei Black Sabbath. Osbourne sembra ormai un maestro nell’alternare i momenti più violenti a quelli di apertura melodica, come nell’elegante e cinematografica “Running Out Of Time”. Ma alla fine, si parla sempre del caro, vecchio madman, che si diverte senza mezzi termini a raccontare la sua sempre accesa follia in brani vibranti come “Alive”.
The Osbournes
Cinque marzo 2002. Su Mtv è in onda la premiere di un reality show destinato a fare la storia, almeno a dettare nuove regole per l’esposizione pubblica delle strampalate vite delle cosiddette celebrità. “The Osbournes” racconta la quotidianità molto poco convenzionale della famiglia del principe delle tenebre, composta dalla sua iron lady Sharon e dai figli Kelly e Jack. Manca solo Aimee, che si è rifiutata categoricamente di farsi filmare in diretta mondiale, criticando apertamente la scelta della sua famiglia. Aimee forse non ha tutti i torti, perché lo stato di salute dei suoi genitori è pessimo: Sharon sta lottando contro un cancro al colon al terzo stadio, mentre Ozzy entra negli studi televisivi di Mtv costantemente fatto.
Ma è probabilmente la proverbiale ironia di Ozzy, unita all'anticonformismo di Sharon, Kelly e Jack, a non pensarci troppo seriamente, di fatto trasformando quella che è una figura già leggendaria del rock in una star a tutto tondo. Tanto che nel giugno 2002 Ozzy viene invitato al Golden Jubilee della Regina Elisabetta II d’Inghilterra per suonare “Paranoid” a Buckingham Palace. Mentre in uno degli episodi del reality familiare si lamenta del volume troppo alto di un aspirapolvere che non è nemmeno riuscito ad accendere da solo.
Ancora più esilarante la dedica alla stessa figlia Aimee del disco The Osbourne Family Album, uscito per la Epic nel 2002 e composto da brani scelti dai vari componenti della famiglia, inclusa la cover in salsa swing-jazz di “Crazy Train” dall’assurdo e imperdibile album di Pat Boone “In A Metal Mood”.
Le riprese di “The Osbournes” si complicano nel dicembre 2003, quando Ozzy viene ricoverato d’urgenza al Wexham Park Hospital dopo una bruttissima caduta, mentre è in sella al suo quad nei dintorni della residenza nel Buckinghamshire. Osbourne riporta varie fratture, alla clavicola e ad alcune vertebre: viene salvato per miracolo dal suo bodyguard Sam Ruston che lo rianima, dopo che aveva smesso di respirare. L’intervento chirurgico si risolve per il meglio, dopo un allarmante stop al flusso sanguigno verso il braccio destro, ma i problemi di salute non finiscono qui. In diretta televisiva, Ozzy chiede spesso ai suoi familiari di ripetere le loro parole, iniziando a sperimentare evidenti problemi al canale uditivo. Sempre più frequenti tremori vengono inizialmente associati al consumo eccessivo di droga, poi però gli viene diagnosticata una forma genetica del morbo di Parkinson. Durante un’intervista al quotidiano Los Angeles Times, racconta del suo medico a Beverly Hills che gli ha fatto assumere circa 13mila dosi di oltre 30 medicinali diversi, trasformando radicalmente il suo corpo e limitandone alcuni movimenti.
Nel frattempo, mentre giace in un letto d’ospedale, piazza al numero uno nella classifica inglese una versione di “Changes” in duetto con la figlia Kelly. Ed è un record mica da poco: il più lungo intervallo tra due singoli numeri uno, trentatré anni dopo “Paranoid”.
Ristabilitosi dopo l’operazione, Osbourne torna a esibirsi con i Black Sabbath durante l’Ozzfest del 2004. Nel frattempo la Epic si è attrezzata per coprire il vuoto discografico, da Live At Budokan - anche in versione Dvd con una versione fiume di “Suicide Solution” - e due compilation di grande successo commerciale. The Essential Ozzy Osbourne esce nel 2003 in tre dischi, parzialmente rilavorato dopo la causa legale intentata contro il management da Daisley e Kerslake per mancati pagamenti di royalties.
Il mastodontico box-set The Prince Of Darkness esce nel 2005, per oltre quattro ore di musica, includendo negli ultimi due dischi diverse collaborazioni - tra cui un discutibile duetto con Miss Piggy dei Muppets su “Born To Be Wild” - demo inedite e B-side.
Nello stesso anno Ozzy lavora con il chitarrista degli Alice In Chains, Jerry Cantrell, e con il bassista dei Cult, Chris Wyse, sul disco Under Cover, nato dall’obiettivo di celebrare gli artisti più amati. Dal riff sporco di “Rocky Mountain Way” (Joe Walsh) alla malinconia struggente di “In My Life” (The Beatles), l’album è come un cassetto di ricordi sonici, sicuramente abbellito dalla partecipazione di musicisti d’eccezione.
In “Mississippi Queen” (Mountain) c’è un grande assolo di Leslie West, mentre in “21st Century Schizoid Man” (King Crimson) brilla la chitarra acida di Robert Randolph. In “All The Young Dudes” si rivede Ian Hunter, prima di una “Sunshine Of Your Love” in versione sabbathiana e di una “Sympathy For The Devil” in chiave oriental-blues.
Ovviamente un disco per soli amanti di Ozzy, ma assolutamente pregevole nel confezionamento dei brani, e suonato perfettamente.
Dopo aver supportato Sharon in qualità di giudice del talent-show musicale “X-Factor”, Osbourne dichiara alla stampa l’intenzione di tornare in studio con il chitarrista Zakk Wylde, mentre i suoi ex-compagni Tony Iommi e Geezer Butler annunciano la formazione del supergruppo Heaven & Hell, con Vinny Appice alla batteria e Ronnie James Dio alla voce.
Per Ozzy è un periodo di ritrovata sobrietà, che lo porta a voler tornare a lavorare negli studi californiani per inseguire nuove fantasie creative. Registrato con il bassista Rob Nicholson (Rob Zombie, The Death Riders), Black Rain esce nella primavera del 2007, quando Ozzy sta per tagliare il traguardo dei 60 anni. Il disco è il primo dall’inizio delle riprese del chiacchieratissimo reality-show, a sei anni di distanza da Down To Earth, mostrando il volto di una persona cambiata, dall’incarnazione dell’uomo nero alla celebrità televisiva in diretta planetaria. Ecco allora che il singolo “Not Going Away” appare come un manifesto d’intenti, in cui Ozzy afferma che non andrà via, che resterà su un palco fino alla sua morte.
Il ritmo apocalittico di “I Don't Wanna Stop” sembra dargli ragione, dato che il secondo singolo estratto si piazza diretto al primo posto della classifica americana del Mainstream Rock. Non a caso: Black Rain vede un evidente processo di normalizzazione dell’heavy-metal, molto più vicino al rock duro radio-friendly che al vecchio sound osbourniano.
Aperta dall’armonica bluesy, la title track si appoggia sui riff di Wylde, tradendo però una certa piattezza sonica. Brani come “Lay Your World On Me” provano a riprendere il filo più oscuro, mentre il groove schizoide di “The Almighty Dollar” tradisce un tentativo di attirare nuove generazioni di ascoltatori.
L’esperimento funziona anche a livello commerciale - il disco vende comunque mezzo milione di copie negli States - ma trasforma la musica di Ozzy, rendendola più prevedibile e controllata. Se la chitarra di Wylde è sempre una garanzia in termini di riff (“Civilize The Universe”), Osbourne non rinuncia alla sua classica ballad strappalacrime (“Here For You”), con tanto di effetti orchestrali. Alla fine, il succo è tutto in arrangiamenti come quello di “Countdown's Begun”, moderni, graffianti ma decisamente plasticosi.
Un ultimo urlo
“Non voglio che la mia vita vada in pezzi”. Così Ozzy in una intervista a Billboard nel 2007, all’alba dei 60 anni. Abbandonato il conforto della bottiglia, Osbourne sente di poter ancora dare il suo contributo al mondo della musica dura, iniziando le ricerche di un nuovo chitarrista. Non una vera e propria rottura con Wylde, piuttosto l’esigenza di cambiare un sound definito troppo vicino a quello dei Black Label Society, la band capeggiata proprio da Zakk. Quando nell’estate del 2009 si esibisce alla convention americana di gamer BlizzCon, la chitarra solista è affidata a Gus G, stagename del musicista greco Konstantinos Karamitroudis.
Originario di Salonicco, Karamitroudis è entrato fresco diciottenne al Berklee College of Music, abbandonando gli studi dopo qualche settimana per dedicarsi alla musica metal. Dopo il suo primo progetto amatoriale chiamato Firewind, Gus G ha collaborato con diverse band - Nightrage e Dream Evil - ricevendo nella primavera del 2009 un’email dal management di Ozzy con l’invito a volare a Los Angeles per un’audizione lampo. Presentato al pubblico durante il concerto al BlizzCon, il giovane chitarrista partecipa alle nuove sessioni di registrazione al The Bunker, nuovo home studio di Ozzy, con il produttore Kevin Churko, confermato in cabina di regia dopo l’ultimo album Black Rain.
Il titolo annunciato sul web, "Soul Sucka", provoca vibranti proteste da parte dei fan di Osbourne, che mai si vedrebbero girare per casa con una maglietta su cui è stampato un nome così orribile. Con il nuovo titolo Scream, il disco esce nel giugno 2010 con Adam Wakeman entrato nella line-up alle tastiere dopo sei anni di soli tour con Ozzy. Il nuovo lavoro in studio viene presentato in pompa magna al Dodger Stadium di Los Angeles, quando nell’intervallo al quinto inning nella partita tra Dodgers ed Angels il pubblico viene invitato a battere il Guinnes World Records per l’urlo più lungo e rumoroso. L’esatta cifra dei decibel raggiunti non viene comunicata, ma il record precedentemente detenuto dai Finnish Boy Scouts viene battuto, portando a una cospicua donazione per l’associazione impegnata nella ricerca contro il cancro, ThinkCure!.
Scream smentisce parzialmente i critici che vedono un Ozzy ormai finito dopo le pagliacciate in tv, a partire dal chorus violento e industriale di “Let It Die”. L’ingresso di Gus G, voluto da Osbourne per discostarsi dal sound di Wylde porta i suoi frutti, come il vibrante riff doom in “Latimer’s Mercy” o la pirotecnica “Diggin' Me Down”, che inizia in modalità acustica spagnoleggiante per poi virare verso scale progressive in una sorta di omaggio al tecnicismo estremo di Rhoads.
Non troppo fortunato a livello commerciale, Scream alterna brani in chiaroscuro come “Life Won't Wait” a momenti di brillantezza come la pura melodia di “Time”. Quando all’inizio ricalca il punto sull’essere una “rockstar”, Osbourne non sta solo sventolando una bandiera di grandezza, vuole confermare di essere vivo e vegeto a livello professionale. E le derive sludge in brani come “Soul Sucker” e “Fearless” dimostrano che può ancora ambire al ruolo di padrino del metal mondiale.
Nel novembre 2011 arriva a sorpresa un annuncio da parte di Osbourne, Iommi, Butler e Ward, che riuniscono la line-up originale dei Black Sabbath. Lo stupore dei fan non è tanto per il nuovo tour mondiale, quanto per la pubblicazione di un nuovo disco di materiale originale dal lontanissimo 1978. L’album sarà chiamato 13 e verrà pubblicato nel giugno 2013 dalla storica Vertigo Records, prodotto dal guru Rick Rubin che di fatto rimette mano ai nastri già provati con lui dalla band nel 2001, accantonati per oltre dieci anni a causa dei vari impegni nelle rispettive carriere soliste. Negli studi Shangri-La a Malibu partecipa però il batterista Brad Wilk (Rage Against the Machine, Audioslave), dopo la decisione di Bill Ward di rinunciare alla nuova reunion dopo alcune dispute contrattuali con il management. Il lavoro di Rubin viene improvvisamente trasferito nel Regno Unito a causa di un linfoma diagnosticato a Tony Iommi, a cui però non viene permesso di fermare il gruppo, ormai lanciatissimo verso un clamoroso ritorno sulle scene.
Nella primavera del 2013 i Black Sabbath tornano infatti sui palchi di mezzo mondo, partendo da Nuova Zelanda e Australia per poi partecipare all’edizione giapponese dell’Ozzfest, fermandosi solo per qualche settimana in patria per le cure a Iommi.
13 esce il 7 giugno tra la massima trepidazione dei fan, anticipato da due singoli che scalano le classifiche Rock & Metal. “God Is Dead?” è un ipnotico ritorno alle oscure atmosfere doom, ispirato al filosofo tedesco Friedrich Nietzsche e tra le composizioni più lunghe mai create dal gruppo, con quasi nove minuti di durata. I Black Sabbath riescono in un’impresa apparentemente titanica: confezionare un disco che sembra aver fermato il tempo, come sull’incubo tecnologico della clonazione rappresentato dal ritmo ossessivo e claustrofobico di “End Of The Beginning”. Dal riff vecchia scuola di “Loner” al brillante recupero delle atmosfere ipnotiche di “Planet Caravan” in “Zeitgeist”, il gruppo approfitta del genio di Rubin per tornare in grandissimo stile sulle scene heavy-metal contemporanee. Lo stesso Ozzy dimostra di aver recuperato una ottima forma vocale dopo il periodo di sobrietà, tra le nuove ossessioni doom-blues in “Damaged Soul” e la cadenzata cavalcata “Dear Father”, più vicina al suo repertorio da solista.
Nel luglio 2013, dopo l’uscita di 13, il Reunion Tour dei Black Sabbath sbarca negli Stati Uniti prima di virare verso il Sud America e poi l’Europa. Il gran finale è programmato il 4 luglio 2014 a Hyde Park, Londra, mentre la Vertigo pubblica il disco dal vivo Live... Gathered In Their Masses,che trasuda leggenda tra una versione da brividi di “War Pigs” e - nella versione uscita in Dvd - la nuova “Methademic”, già nelle bonus track di 13 e unica composizione attribuita a Ozzy senza l’intervento di Butler.
Il successo di disco e tour porta i Black Sabbath a tornare negli Shangri La Studios di Rick Rubin, per rimettere mano a diversi riff scritti da Iommi durante le sessioni di 13. L’idea è di pubblicare un nuovo album di inediti, ma Butler non è convinto, mentre Ozzy pensa che ci vorrebbero altri tre o quattro anni per finirlo a dovere.
All’inizio del 2016 viene così pubblicato un Ep, The End, che in realtà dura quasi un’ora, per mettere definitivamente la parola fine all’avventura rivoluzionaria del gruppo. Dalla marcia funerea di “Season Of The Dead”, i nuovi brani sono come un’appendice sonica dell’ultimo lavoro in studio, mantenendo l’allure sabbathiano per la gioia di milioni di fan.
Tra le trame doom di “Cry All Night” e le incursioni flamenco su “Take Me Home”, The End è il breve testamento del gruppo inglese, venduto esclusivamente durante il successivo tour mondiale, in partenza il 20 gennaio 2016 al CenturyLink Center di Omaha. Alla batteria c’è Tommy Clufetos al posto di Wilk, mentre Bill Ward non riesce a superare i vecchi dissapori, contrattuali e personali nei confronti soprattutto di Osbourne.
Il tour porta a fiumi di lacrime tra i fan, mentre vengono staccati oltre un milione di biglietti ai quattro angoli del pianeta. Il finale è ovviamente programmato a Birmingham, alla Genting Arena, il 2 e 4 febbraio 2017. Iommi è colpito dalla devastazione interna agli spettatori, mentre Ozzy saluta tutti con un semplice: “Grazie, buonanotte, grazie di tutto”.
Solo un uomo ordinario
Dopo aver chiuso il nuovo corso sabbathiano, Ozzy Osbourne partecipa per la prima volta da solista come headliner del Download Festival, alla fine del 2017. Pochi mesi dopo, annuncia l’avvio del No More Tours II, esplicito riferimento al vecchio tour d’addio del 1992, sottolineando come non si tratti di un vero ritiro dalle scene, semplicemente una drastica riduzione delle attività live per evitare di stare fuori mesi senza la sua famiglia.
Il tour parte nell’aprile 2018 da Jacksonville, ma sarà funestato da diversi problemi, il primo viene raccontato dallo stesso Ozzy nel corso di un podcast: “Era notte fonda, sono andato in bagno e quando sono tornato in camera per rimettermi a dormire, ho mancato il letto e sono caduto per terra. Sono andato giù dritto, faccia a terra. Non ho provato dolore, ma ho capito che c’era qualcosa che non andava. Non riuscivo a muovermi, Sharon si è svegliata e mi ha detto: 'Ma che ci fai per terra?'. E io: 'Chiama l’ambulanza, mi sono rotto il collo!'”.
La caduta casalinga sposta le placche di metallo che gli sono state applicate dopo l’incidente con il quad, portando all’annullamento di tutte le date del tour dalla fine del 2018. Il secondo problema arriva con la pandemia da Coronavirus, che di fatto blocca gli eventi dal vivo in tutto il mondo, mentre il terzo è ben più grave, dato che il morbo di Parkinson si aggrava in modo preoccupante.
Dopo il grande successo del brano “Take What You Want”, in collaborazione con Post Malone, nel 2020 esce finalmente il suo nuovo album, già annunciato dalla Epic Records ben cinque anni prima. Ordinary Man è la toccante riflessione della rockstar che diventa uomo allo stremo delle forze, ormai consumato da una carriera dissoluta che incredibilmente lo ha tenuto in vita fino alla soglia dei 70 anni. “Non so perché sono ancora vivo”, canta nella struggente title track, mentre è seduto quasi in lacrime davanti al film della sua stessa vita, accompagnato dallo special guest Elton John. La malinconica ballad orchestrale è il singolo che fa il giro delle radio in piena pandemia, impreziosita dall’assolo di Slash.
Il disco è una parata di stelle, accorse in aiuto di Ozzy per lavorare alla raccolta, aperta dal riff sinistro della sabbathiana “Straight To Hell”, in cui Osbourne esordisce con un nostalgico “All Right Now!”, dall’intro vocale di “Sweet Leaf”. Alla batteria c’è ora Chad Smith (RHCP), con il produttore Andrew Watt a dirigere l’orchestra e Duff McKagan a districarsi tra basso e chitarra. Nell’affascinante power-ballad “Under The Graveyard” vengono anche assoldati due attori - Jack Kilmer e Jessica Barden - a impersonare Ozzy e Sharon per raccontare nel video ufficiale l’assurda vita del cantante.
Ordinary Man non è un disco perfetto, ma è prodotto in modo furbo per modernizzare ancora una volta il sound di Osbourne, che a volte si lascia andare a cose già sentite come “Eat Me” e “Scary Little Green Men”. Ma l’album presenta anche numeri convincenti, come, ad esempio, “Today Is The End” in odore di Metallica e la nuova collaborazione con Post Malone sul mix tra punk e thrash di “It's A Raid”.
La critica musicale apprezza Ordinary Man, che sale nelle classifiche inglesi, mentre Osbourne non perde tempo e annuncia l’intenzione di pubblicare un nuovo disco con l’aiuto di Andrew Watt. In Patient Number 9 c’è il gradito ritorno di Zakk Wylde alla chitarra solista, accompagnato da una sfilza impressionante di ospiti d’eccezione che fanno ormai pensare a una sorta di Ozzy & Friends. Sulla lunga title track c’è Jeff Beck, che confeziona uno dei suoi proverbiali assoli nella parte centrale in salsa psichedelica, prima del lungo outro ai confini del progressive. Nell’aggressivo mix tra grunge e metal di “Immortal” c’è Mike McCready (Pearl Jam), mentre il metalcore di “Parasite” vede appunto il ritorno di Wylde con Taylor Hawkins (Foo Fighters) alla batteria.
Al di là di un utilizzo fastidioso quanto inevitabile dell’autotune per supportare la voce claudicante di Ozzy, Patient Number 9 è un disco divertente e variegato, spaziando dal recupero del sound sabbathiano in brani come “No Escape From Now” e “Degradation Rules” (con Tony Iommi) a un rock più tradizionale, come nella gemma “One Of Those Days” con Eric Clapton. Non mancano brani più melodici in stile beatlesiano come “A Thousand Shades” e “Nothing Feels Right”, costruita su architetture simili a quelle di “Black Hole Sun”. Ottimo il lavoro di Wylde sul groove in downtempo di “Evil Shuffle”, così come - con il senno di quello che verrà - il breve e scheletrico finale di “Darkside Blues” sembra perfetto per chiudere un cerchio sonico, tra un’armonica a bocca e una risata satanica.
Dopo l’uscita dell’ultimo disco, Ozzy trova le forze per esibirsi in due occasioni, il 30 agosto all’edizione 2022 dei Commonwealth Games, dove canta “Iron Man” e “Paranoid”, accompagnato da Iommi, Tommy Clufetos e Adam Wakeman; l’8 settembre, all’evento NFL Kickoff presso l’Inglewood SoFi Stadium, con Zakk Wylde. All’inizio del 2023 annuncia che sta preparando un nuovo album, pronto a tornare in tour, essendosi operato alla colonna vertebrale che lo tormenta ormai da vent’anni dopo la quasi paralisi causata dall’incidente sul quad. Ma il Parkinson non gli permette più di restare in piedi, così viene organizzato il mega-evento “Back To The Beginning” al Villa Park di Birmingham, dove si esibisce seduto su un vistoso trono nero, come il vero principe delle tenebre.
La mattina del 22 luglio, solo due settimane dopo la sua ultima esibizione, Ozzy Osbourne viene ucciso ufficialmente da un attacco di cuore, causato ovviamente da una serie di fattori degradati di salute, tra cui il morbo di Parkinson. Il funerale pubblico si tiene a Birmingham, dove la salma fa il giro della città passando per quello che oggi è chiamato Black Sabbath Bridge. Decine di migliaia di persone presenziano commosse, mentre l’amico Elton John assicura che Ozzy Osbourne ha un posto assicurato nel pantheon delle divinità del rock.
| BLACK SABBATH (OZZY ERA) | ||
| Black Sabbath (Vertigo, 1970) | ||
| Paranoid (Vertigo, 1970) | ||
| Master Of Reality (Vertigo, 1971) | ||
| Vol. 4 (Vertigo, 1972) | ||
| Sabbath Bloody Sabbath (Vertigo, 1973) | ||
| Sabotage (Vertigo, 1975) | ||
| Technical Ecstasy (Vertigo, 1976) | ||
| Never Say Die! (Vertigo, 1978) | ||
| 13 (Vertigo, 2013) | ||
| OZZY OSBOURNE | ||
| Blizzard Of Ozz (Jet, 1980) | 8 | |
| Ozzy Osbourne Live E.P. (Jet, 1980) | ||
| Diary Of A Madman (Jet, 1981) | 8 | |
| Speak Of The Devil (Jet, 1982) | 6 | |
| Bark At The Moon (Epic, 1983) | 7 | |
| The Ultimate Sin (Epic, 1986) | 5 | |
| Tribute (Epic, 1987) | 7.5 | |
| No Rest For The Wicked (Epic, 1988) | 6.5 | |
| Best Of Ozz (CBS/Sony, 1989) | ||
| Ten Commandments (CBS/Priority, 1990) | ||
| Just Say Ozzy Live E.P. (Epic/CBS, 1990) | 6 | |
| No More Tears (Epic, 1991) | 7.5 | |
| Live & Loud (Epic, 1993) | 6 | |
| Ozzmosis (Epic, 1995) | 4.5 | |
| The Ozzman Cometh (Epic, 1997) | ||
| Down To Earth (Epic, 2001) | 7 | |
| The Osbourne Family Album (Epic, 2002) | ||
| Live At Budokan (Epic, 2002) | 6 | |
| The Essential Ozzy Osbourne (Epic, 2003) | ||
| Prince Of Darkness (Epic, 2005) | ||
| Under Cover (Epic, 2005) | 6.5 | |
| Black Rain (Epic, 2007) | 5.5 | |
| Scream (Epic, 2010) | 6.5 | |
| Ozzy Live (Epic, 2012) | ||
| Memoirs Of A Madman (Epic, 2014) | ||
| Ordinary Man (Epic, 2020) | 6.5 | |
| Patient Number 9 (Epic, 2022) | 7 |
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