Black Sabbath

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2013 (Vertigo/ Universal) | heavy metal

Dodici rintocchi la campana fa din-don. Fuori intanto impazza la solita tempesta condita di tuoni e fulmini. Strategia che fa rima con predizione, ogni volta che Iommi rimette in sesto l’azienda produttrice di riff, l’anticiclone delle Azzorre si prende una vacanza. Nell’anno 2013 le analisi meteorologiche hanno adottato la funzione del copia-incolla, una ripetitività che non ha avuto eguali negli ultimi anni, circa quaranta: freddo, nebbia ed ettolitri di pioggia. Ed eccoli, con cappotti e ombrelli di ordinanza, ovviamente neri, i quattro dell’apocalisse trovare un buco tra decine di impegni lavorativi e personali, pronti a rivitalizzare una delle leggende della pluridecennale storia del rock, una delle più seminali tra l’altro.

Manco a dirlo che subito si palesa il solito gatto nero portatore di messaggi nefasti: Tony si ammala seriamente, Ward si ritira sbattendo la porta, dopo una chiacchierata chiarificatrice con il commercialista. Il più volte annunciato progetto di reunion, pensato e discusso negli ultimi 15 anni, che parte monco. Niente paura, in regia si è accomodata la chilometrica barba di Rick Rubin, nel ruolo di produttore e di esorcista. Dietro le pelli il mestiere burrascoso ma preciso di Brad Wilk, un tempo negli incavolatissimi Rage Against The Machine, uno dei milioni di ex-ragazzini fulminati sulla via del rock pesante ammantato di mistero. La sensazione è quella del rompiamo le fila ma facciamolo col botto: una sequenza di motivi che riportino a galla atmosfere che invero non sono mai sparite, dalle tematiche apocalittiche al ruggito degli strumenti, rigorosamente accordati mezzo tono sotto.

Otto brani, più una serie di bonus presumibilmente indirizzate al fanatico giapponese di turno. Per l’occasione Butler ha riaperto i vecchi diari pieni di polvere e ragnatele e ha disegnato gli usuali scenari sabbathiani, avendo però l’accortezza di legarli alla contemporaneità, quella di plurisessantenni con la tracolla ma anche con la cintura del Dr. Gibaud. E a leggere i titoli si può credere che l’antica ironia da castello delle streghe non sia scomparsa: uomini soli, gucciniane domande su presunte morti del Padreterno, desideri (o incubi) di esistenze infinite, anime deteriorate, consapevolezza che l’età della ragione sia arrivata, e anche passata, da un pezzo, pacificazioni mentali che vanno oltre la banale idea di relax, lettere confessione a genitori prima sconfessati e poi rimpianti. Il trionfo dello stereotipo, accompagnato da note vetuste ma rese agili dal lucido Rick The Beardman, che confida a ragione nella scarsa immaginazione del tifoso rock, già nostalgico a 13 anni.

Ne è venuto fuori un album pesante, nel senso di sfiancante, ben rappresentato dall’apertura paradossale di “End Of The Beginning”, ovvero, come si voglia rigirare la frittata, inizio e fine sono la stessa cosa. Esplosioni repentine, stop improvvisi (per modo di dire), momenti arpeggiati e riccamente tetri, il miagolio stravolto di Ozzy che canta di voci echeggianti nella testa (e magari sono i vicini spossati… ), squarci melodici che regalano un po’ di respiro. Una lagna, quindi un disco perfetto (finito al n. 1 in Gran Bretagna a 43 anni da "Paranoid") che riporta a galla il più grande mito del heavy doom. Grazie Tony, Ozzy e Geezer. Occhio però agli sbalzi di temperatura che intanto è esplosa l’estate.

(19/06/2013)



  • Tracklist
  1. End Of The Beginning

  2. God Is Dead?
  3. Loner

  4. Zeitgeist

  5. Age Of Reason

  6. Live Forever

  7. Damaged Soul

  8. Dear Father

 

Bonus:


  1. Methademic

  2. Peace Of Mind

  3. Pariah
  4. Naivete in Black

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