Foreigner

Foreigner

Gli eroi del juke-box

di Claudio Fabretti

Nati dall'incontro tra il chitarrista Mick Jones e il polistrumentista ex-crimsoniano Ian McDonald, i Foreigner hanno rianimato quel rock che il punk stava spazzando via alla fine dei 70's. Facendone un fenomeno da classifica e piazzando un filotto di memorabili hit. Qualcuno (a torto?) l'ha chiamato Adult oriented rock. Storia della band che eguagliò i Beatles
Tutti i primi 8 singoli piazzati inesorabilmente nella top 20 statunitense - impresa riuscita fino a quel momento soltanto ai Beatles. Oltre 50 milioni di album venduti in 45 anni di carriera, 40 milioni dei quali nei soli Stati Uniti. Un filotto di canzoni memorabili, rimaste nella memoria collettiva in quasi ogni angolo del globo. Qual è, allora, la ragione che ha impedito ai Foreigner di guadagnarsi una reputazione solida come i loro riff nella fatidica storia del rock? La risposta è in un concorso di responsabilità, che chiama in causa soprattutto la miopia della critica e, in piccola parte, qualche eccesso manifestato dal gruppo anglo-statunitense, soprattutto nella seconda parte della carriera. Più di ogni altra cosa, però, il combo formatosi a New York nel 1976 paga il peccato originale di un sound tra i più invisi in assoluto alla critica pseudo-alternativa che ha spesso dettato legge in ambito rock. Proprio mentre il punk si accingeva a incendiare entrambe le sponde dell’Atlantico, mettendo al rogo più o meno consapevolmente un’intera stagione musicale, i Foreigner tentavano infatti una disperata respirazione bocca a bocca all’agonizzante rock classico – e perfino prog – dell’epoca. Al miracolo della resurrezione crederà soprattutto il pubblico, correndo in massa ad acquistare i loro dischi e gremendo le arene dei loro concerti, mentre la critica, disillusa dal cinismo nichilista del punk, si rifiuterà per lungo tempo di accettarne finanche l’eventualità. È rock fuori tempo massimo, rock per vecchi, sentenzierà. E come tale sarà anche spregiativamente appellato: Adult Oriented Rock.

I Beatles mi hanno fatto appassionare a tutto: Marvin Gaye, cose che non avevo mai sentito, più ragazze di quante ne avessi mai visto...
(Mick Jones)

Tra Sylvie Vartan e i Beatles

Sylvie Vartan e i BeatlesI Beatles, evidentemente, erano nel destino di Mick Jones, intraprendente chitarrista nato a Portsmouth, Hampshire (il 27 dicembre 1944). E già ben prima di condividere con i Fab Four il fatidico record degli otto singoli. È il gennaio del 1964 e il poco più che adolescente Mick si aggira imprecando per i camerini dell’Olympia di Parigi: gli si è appena spezzata la tracolla, facendo precipitare fragorosamente a terra la sua scintillante Gibson con cui accompagna sul palco Sylvie Vartan, la celebre showgirl francese moglie di Johnny Halliday. È preso dal panico, quando sente una voce nasale rivolgergli una domanda: “Sei inglese?”. Mick si volta e non crede ai suoi occhi: è il suo idolo John Lennon. Balbetta una conferma: “Sì sì, sono inglese”. “Ah, pensavo che qui fossero tutti rane…”, gli replica l’impertinente Fab che si accinge a esibirsi con i suoi compari di Liverpool su quello stesso palco. Fanno amicizia, e in breve il giovane Mick diventa la mascotte dei Beatles, impegnati nel loro tour in Francia. “Ero in soggezione totale nei loro confronti – racconterà Jones a Rolling Stone - Mi hanno fatto appassionare a tutto: Marvin Gaye, cose che non avevo mai sentito, più ragazze di quante ne avessi mai visto. Uscivo con loro in limousine dopo uno spettacolo, o tornavo al loro hotel, con tutto il delirio che li accompagnava. È stato stupefacente. Era come l'apice di tutto per me, e io ero proprio lì in mezzo. Stavo al lato del palco ogni sera con le lacrime agli occhi. Ero un loro fan sfegatato”.
Prima di prestare i suoi riff agli show della Grande Dame del varietà francese – e la sua penna al marito Hallyday, per il quale scrisse “Oh Ma Jolie Sarah” - Jones aveva fatto la gavetta nei Nero and the Gladiators, piazzando un paio di singoli di discreto successo in Inghilterra nel 1961. Quindi si era unito a Gary Wright, fondatore degli Spooky Tooth, per formare i Wonderwheel (e per ricostituire con lui i succitati Spooky Tooth nel 1973). Una carriera che sembra scorrere dignitosamente sottotraccia: entra nel gruppo di Leslie West e suona la chitarra negli album “Wind Of Change” (1972) di Peter Frampton e “Dark Horse” (1974) di George Harrison (i Beatles che ricorrono ancora…). Poi, però, arriva l’incontro che gli cambia davvero la vita: quello con Ian McDonald, fresco reduce dei King Crimson, a New York, nel 1976, dove Jones si è trasferito a caccia di fortuna. Due pazzi a confronto.

Serve una buona dose di follia, infatti, nell’anno domini 1976 - tra piste gremite sotto le luci stroboscopiche della disco-music e cantine invase da improvvisate band punk - per pensare che hard-rock e prog possano ancora avere un futuro. Con quella stessa perizia tecnica ormai seppellita dalla stagione del do-it-yourself e, in più, uno spiccato gusto pop ad addolcire la pietanza. Eppure è esattamente il pensiero che unisce Jones e McDonald, a dispetto delle diverse provenienze.
I due sono decisi a formare una band e per il ruolo di cantante scelgono un tipo che ha il physique du rôle – zazzera riccioluta alla Robert Plant – ma soprattutto la voce che serve: Louis Andrew Grammatico, per gli amici Lou Gramm, reduce da una sfortunata esperienza nei Black Sheep. Il provino a New York è una folgorazione: Gramm prende in mano lo spartito di “Feels Like The First Time” mentre la tastiera abbozza una cornice sottile, lievemente psichedelica, e la sua voce suadente di marca soul-blues si impossessa subito del brano, gonfiando progressivamente di pathos quei versi disperati, sul battito midtempo scandito dalle tastiere (“I would climb any mountain/ Sail across a stormy sea/ If that’s what it takes me baby/ To show you how much you mean to me…”). È l’uomo giusto, concordano subito Jones e McDonald.
A completare la line-up vengono chiamati il batterista britannico Dennis Elliott e altri due musicisti statunitensi: il tastierista Al Greenwood e il bassista Ed Gagliardi. All’inizio si chiamano Trigger, poi, visto che quel nome risulta già preso, lo cambiano in Foreigner: stranieri tra di loro, per la diversa provenienza geografica, ma anche per il rock dell’epoca, come si diceva. Eppure sono meno isolati del previsto. Perché, assieme a loro, la “resistenza” si sta consolidando attorno a un nugolo di band, legate – quasi esclusivamente – dal desiderio di tenere in vita artefatti ormai demodé come solo di chitarra, digressioni strumentali e melodie epiche. Il progressive, oltreoceano, non era quasi mai riuscito ad attecchire, meno che mai in classifica. Paradossalmente, vi riuscì, sotto mentite (e mutate) spoglie, proprio allo scoccare della seconda metà degli anni 70, ossia quando il prog britannico entrò in stallo. “Pur tirando ancora qualche zampata vincente, le continue mutazioni di tecnologia e mercato lo portarono infatti a sfaldarsi nel giro di qualche stagione: in Gran Bretagna finì col confluire parzialmente nella new wave, mentre negli Stati Uniti generò l’ondata del rock da arena”, come ricorda Federico Romagnoli a proposito di “Leftoverture” (1976), sottolineando che “i Kansas furono fra i nomi che portarono a compimento la trasformazione, sigillandola al quarto tentativo. Quello stesso anno i Rush pubblicarono ‘2112’, il primo di una lunga serie di classici, e i Boston un debutto con parentesi proteiformi che non lasciavano adito a dubbi (si pensi a ‘Foreplay/Long Time’). A breve gli Styx avrebbero azzannato il grande pubblico con l’epico ‘The Grand Illusion’, mentre il debutto dei Foreigner avrebbe conquistato le radio, forte della produzione di Ian McDonald (penna principale del debutto dei King Crimson). In men che non si dica, gli Stati Uniti si inginocchiarono a una serie di band che, pur filtrandone parte delle intricatezze ritmiche e rinunciando alle suite, prendevano il rock progressivo come modello, iniettandovi scintillanti chitarre hard rock, sensibilità pop e cori in quantità. Lo studio di registrazione tornò a farla da padrone e alla componente blues venne messa la museruola, pur senza epurarla come avevano fatto molti dei padrini britannici”. Anche tecniche divenute in seguito emblematiche durante gli anni 80 (come le stratificazioni vocali tipiche delle produzioni di Mutt Lange) trovano qui la loro origine.

You're as cold as ice
You're willing to sacrifice our love
You want paradise
But someday you'll pay the price, I know
(da “Cold As Ice”, 1977)

Ghiaccio bollente

ForeignerRadici progressive, dunque, per i Foreigner, evidenti non solo nel background di McDonald, ma anche nell’enfasi strumentale che connotava i loro primi esperimenti, portati a compimento sul trionfale debutto omonimo del 1977, in cui già si delineano i ruoli all’interno della band. Jones è il mattatore: chitarrista, co-produttore e autore dei brani (spesso in collaborazione con Gramm), riesce a intessere un originale melange di riff incalzanti, melodie di razza e voci sbalorditive, il tutto ricamato con sintetizzatori tremolanti e armonie intricate. Gramm ammanta i brani con il calore (e il candore) appassionato del suo canto, che sa essere profondo e celestiale al tempo stesso, con timbriche mutevoli, in grado di spaziare con dinamismo dal rock al blues, dal soul al gospel. McDonald, raffinato polistrumentista (tastiere, chitarra, sassofono), si ritaglia invece un ruolo più defilato, da regista dietro le quinte, salendo in cabina di regia e limitandosi a scrivere solo un brano, “Long, Long Way From Home” – incalzante hard-rock sfregiato dai graffi di sax dello stesso ex-King Crimson - che resterà anche l’unica hit a sua firma nel periodo di permanenza nella band.
Ingaggiati dalla Atlantic Records, i nostri affinano in Foreigner (1977) alcuni dei pezzi già abbozzati nelle session dell’era-Trigger. Oltre alla succitata “Feels Like The First Time” (con ritornello accattivante a svettare tra intrecci di tastiere e cambi di tempo), c’è una canzone costruita al piano in staccato; promette bene ed è nata in una New York innevata, “Cold As Ice”: ai rintocchi insistiti il compito di disegnare la preziosa trama melodica su cui entra prepotente la voce di Gramm, con la sua declamazione enfatica tutta giocata sulle parole “cold” e “ice” scandite in tonalità mutevoli e alternate, prima che siano i synth a prendere in mano il pezzo con un ritmo incalzante (ispirato da un’idea di Billy Joel, per ammissione dello stesso Jones) irrobustito da iniezioni di chitarra elettrica e inframezzato da armonizzazioni vocali e grovigli di synth, sospesi in una terra di mezzo tra hard-rock e progressive. E proprio a quest’ultimo guarda più apertamente la trasognata “Starrider” - cantata da Mick Jones ma palesemente frutto del retaggio-McDonald - con la sua cavalcata stellare striata di psichedelia, che si libra su cori celestiali, delicati arpeggi di chitarre e sintetizzatori alla Keith Emerson, prima dell’assolo elettrico di chitarra che proietta nel climax finale. Un pezzo splendido, teneramente passatista: era esattamente ciò che il punk stava facendo a pezzi in quelle stesse settimane.
L’altra radice, quella hard-rock, si sublima nella sanguigna “Headknocker”, con suoni decisamente più ruvidi e viscerali a sposarsi al canto sempre passionale di Gramm. Sempre spostata su questo versante – ma con indubbi influssi prog - “The Damage Is Done” chiude il lato A con un’epica ballata, impreziosita da armonie vocali, variazioni di tempo, tastiere soffuse e brucianti solo di chitarra, a conferma di come dietro la formula d’impatto dei Foreigner vi fosse una perizia strumentale e compositiva ben più complessa.
Più classiche le altre due ballad: “Woman Oh Woman” apre il Lato B al grido disperato di un amante tormentato, sorretto dal solito pregevole ricamo chitarristico, prima acustico e poi elettrico, a innervare la litania di Gramm, mentre “Fool For You Anyway” si rifugia in atmosfere più malinconiche e intimiste con una chitarra singhiozzante alla George Harrison. E se “At War With The World” rinnova la formula di questo hard-prog in cui gli intrecci di tastiere e gli intarsi vocali contribuiscono a mitigare l’asprezza delle chitarre in feedback, la conclusiva “I Need You” conferma tutta la potenza di fuoco del gruppo, sfoderando un midtempo sorretto da un drumming granitico, in cui Jones ha buon gioco con la sua sei corde, spaziando da riff frenetici a sfibranti assoli distorti, mentre le tastiere reggono il filo e Gramm si sgola nell’ennesima invocazione a cuore aperto, sostenuto dai cori. È pomp rock nel senso più nobile del termine, ma per tutti coloro che vedono nella grandiosità l’epitome di tutti i mali del rock resterà per sempre tabù.
Griffato in copertina da un disegno del sestetto incappottato e con valigioni al seguito, Foreigner venderà più di 4 milioni di copie nei soli Stati Uniti (n.4 nella Billboard 200), piazzando i primi tre singoli nella Top 20 ("Feels Like The First Time", "Cold As Ice" e "Long, Long Way From Home") e fissando un nuovo standard, in controtendenza, per il rock di fine anni 70.

È difficile credere che questa band sarà in grado di mantenere il suo vasto pubblico con altra spazzatura del genere
(Ken Tucker, Rolling Stone, 7 settembre 1978)

Rock vietato ai minori

ForeignerForse inconsapevolmente, così, i Foreigner diventano - insieme a Boston, Styx, Kansas, Journey, Heart, REO Speedwagon & C. – i paladini di un nuovo genere musicale denominato sbrigativamente Adult Oriented Rock, in quanto presunta risposta borghese e conservatrice alla spinta eversiva del punk, il movimento giovane per antonomasia. Laddove Johnny Rotten e compagni seminavano furia iconoclasta e dissacrante, i nostri replicavano tirando a lucido gli strumenti, levigando i suoni, smussando asprezze e cacofonie, in favore di un suono rotondo, se non patinato, depurato della carica trasgressiva e disturbante del rock, ma non della sua energia e della sua vena melodica più accattivante. Un sound moderno, ma classico allo stesso tempo, in cui la produzione giocava un ruolo essenziale. E con un target naturale: gli over-30, con le loro vite ormai integrate, tranquille e priva dell'irrequietezza tipica di chi è giovane. Il tutto ovviamente sulla carta - soprattutto quella dei critici - visto che molti di questi gruppi riusciranno negli anni a catturare numerosi fan anche tra i più giovani, mobilitandoli anche nei loro affollatissimi concerti. Anche per questo suonerebbe forse più corretta l’espressione “arena rock”, che va ad abbracciare una vasta congerie di artisti e filoni, dall’hard rock al power pop, dal classico rock da Fm americano dei 70’s al cosiddetto soft rock e perfino yacht rock (vedi alla voce Steely Dan, Toto & C.).

Ma al netto delle categorizzazioni, che lasciano sempre il tempo che trovano, i Foreigner avevano indovinato una ricetta tutto sommato originale e ben più brillante – per verve e abilità compositiva – di quella di tanti stagionati marpioni d’area Aor. Così non restava che bissare al più presto l’exploit dell’esordio. Impresa affidata a Double Vision (1978), che aggiorna la formula iniettando nuove potenti scariche di adrenalina, a cominciare dall’iniziale “Hot Blooded”, con violenti riff hard-rock (e chitarra chug-chug come quella usata nel 1969 in "Gimme Gimme Good Lovin’”) stemperati dalla consueta apertura melodica del refrain. Ma non è da meno lo spettacolare boogie della title track, con l’ugola poderosa di Gramm a inerpicarsi per vette scoscese supportata dalle solite chitarre vitaminizzate di Jones e da raffinati intarsi di tastiere, in una sorta di impossibile ibrido heavy-synth-pop. E anche la spavalda “Love Has Taken Its Toll”, con il suo nerboruto corredo di riff, mette subito in chiaro le cose.
A venire meno quasi completamente è il legame con il prog, che resiste solo a tratti nel bel tema di “Tramontane” (unico strumentale nell’intera carriera del gruppo, firmato da Greenwood, con McDonald all’organo e al lyricon), ma anche nelle trame di sintetizzatore vintage del soft-rock di “Back Were You Belong” e nella sognante ballata “I Have Waited So Long” dalle venature di sax quasi floydiane era-“The Dark Side Of The Moon” (entrambe con Jones ai lead vocals).
Il mood dominante è invece un’energia spigolosa, mitigata dal calore del canto di Gramm e dalle radiose aperture melodiche, come quelle che rischiarano l’abisso del “Lonely Children”, perso nella notte, e la malinconia lacerante di “Blue Morning, Blue Day”, propulsa dal drumming marziale di Elliott e da nuovi, granitici riff di chitarra, con coretti alla McCartney a rievocare l’impronta beatlesiana. Un’influenza tangibile anche nell’altra ballata “You’re All I Am”, che scongiura gli eccessi di romanticismo con arrangiamenti calibrati, incentrati sui delicati arpeggi dell’acustica, un breve assolo elettrico e nuovi cori alla Fab Four. A chiudere il disco, l’altra melodrammatica performance di Gramm su “Spellbinder”, con il suo tipico timbro pastoso sorretto da ficcanti riff di chitarra. Manca forse un acuto alla “Cold As Ice”, ma nel complesso il disco conferma tutta l’abilità dei Foreigner nel forgiare un suono energico e allo stesso tempo pulito e gradevole, che certamente guarda più indietro che avanti, ma lo fa quasi sempre con gusto e onestà.
Prodotto da Keith Olsen, l'ingegnere del suono di “Rumours” dei Fleetwood Mac, Double Vision otterrà un successo addirittura maggiore dell’esordio, spingendosi fino al n.3 della Billboard 200 e diventando disco di platino già a una settimana dalla pubblicazione, fino poi a vendere oltre 7 milioni di copie nei soli Stati Uniti. Non andrà altrettanto bene in Europa, dove centrerà la Top 40 soltanto nel Regno Unito. E naturalmente scontenterà la critica snob, che arriverà a sparare affermazioni grossolane come quelle di Ken Tucker su Rolling Stone del 7 settembre 1978: “Le emozioni e le motivazioni espresse nella musica dei Foreigner sono, oltre che poco credibili, turgide e pacchiane. In questo momento, i ritmi del gruppo e il canto di Lou Gramm solleticano le orecchie di molti acquirenti di dischi, ma è difficile credere che questa band sarà in grado di mantenere il suo vasto pubblico con altra spazzatura come questa. Non siamo così stupidi come i Foreigner ci considerano”. Qualche decina di milioni di dischi e altri 40 anni di storia della band provvederanno a sbugiardare l’infelice profezia.

È stato il primo disco che ci è sfuggito. Le idee di partenza erano buone, ma non siamo riusciti a dar loro seguito
(Lou Gramm)

Giochi pericolosi

Foreigner - Lou GrammRimpiazzato Gagliardi con Rick Wills, rodato bassista già al servizio di Peter Frampton e Roxy Music, i Foreigner compiono però un brusco passo indietro con il terzo album, Head Games (1979), la cui copertina kitsch – con una ragazza accovacciata vicino un orinatoio maschile – già non lasciava presagire niente di buono. Ma al di là di questa caduta di stile, è la vena compositiva della band ad apparire appannata, come ammetterà lo stesso Gramm: “È stato il primo disco che ci è sfuggito di mano. Le idee di partenza erano buone, ma non siamo riusciti a dar loro seguito, e questo era un sintomo del nostro problema. Sembrava che tutti avessero alzato la guardia. È stato una delusione”.
Non aiutava neanche il fatto che il singolo di lancio, il trascinante inno alla Who “Dirty White Boy”, fosse stato erroneamente interpretato come una sorta di dichiarazione cripto-razzista, per via di versi un po’ rozzi come “Hey baby, if you're falling down, I know what's good for you all day/ Are you worried what your friends see/ And will it ruin your reputation loving me?/ 'Cause I'm a dirty white boy”.
Eppure la stoffa del gruppo riesce ancora ad affiorare, ad esempio negli incastri di tastiere e nelle chitarre distorte della incalzante “Love On The Telephone”, portata a casa da Gramm con la consueta grinta vocale, nel pop’n’roll alla Cars di “The Modern Day” o nella sofferta title track, forte della consueta andatura pomposa costruita su cambi di tempo, giochi di synth e robusti riff di chitarra. Insomma, quello che i Foreigner sanno fare meglio, seppur senza la scintilla che aveva animato il debutto.
Altrove si cerca di alzare la posta – ad esempio con i ritmi forsennati della blueseggiante “Women” o con la melodia ruffianissima di “Rev On The Red Line” – ma senza quella follia creativa che ha reso memorabili esperimenti affini targati Electric Light Orchestra. Altri episodi, invece, finiscono dritti nel dimenticatoio (“I’ll Get Even With You”, “Seventeen”, “Zalia”) restituendo una sensazione di stanchezza.
Paradossalmente, così, l’apice del disco è una nuova power ballad in cui riemerge l’approccio prog – da tempo accantonato - di McDonald: è la sua tastiera sognante a imbastire l’atmosfera sospesa di “Blinded By Science”, con la produzione di Roy Thomas Baker (già al fianco dei Queen) a donare la giusta enfasi e Gramm a calarsi in una nuova interpretazione disperata, per un brano crepuscolare, che sembra quasi far calare il sipario su un’intera stagione musicale. Appagati di tanta magniloquenza, si può accettare di buon grado la quiete dopo la tempesta sotto forma di “Do What You Like”, con il suo groove un po’ ruffiano e i suoi coretti eterei. Ma poi basta così.
Nonostante tutto, Head Games riesce a vendere quasi 3 milioni di copie, ma anche questi numeri, in definitiva, marcano la differenza rispetto alle due formidabili prove precedenti.

Le cose nel mercato discografico funzionano così: vali quanto vale il tuo ultimo album. Povera Atlantic, perché accontentarsi di due milioni, se ieri ne potevi avere cinque?
(Mick Jones)

Ricomincio da 4

ForeignerDopo questa battuta d’arresto, i Foreigner si interrogano sul futuro. “Non serve nasconderlo – racconterà Jones - le critiche mi avevano davvero colpito a un certo punto. Sentivo che quello che avevamo realizzato fino ad allora era abbastanza dignitoso, non avevamo mai fatto niente di sfacciatamente commerciale. Pensavo che avessimo davvero iniziato qualcosa, magari non del tutto nuovo, ma in modo diverso dagli altri. Immagino di aver capito che non stavamo facendo le cose in modo abbastanza diverso…”. Anche ai piani alti dell’Atlantic arricciano il naso: “Sentivo intorno a me una certa pressione – svelerà ancora Jones - un’attenzione troppo forte da parte della casa discografica, che non digeriva il moderato successo di ‘Head Games’ e vedeva la band in bilico. Le cose nel mercato discografico funzionano così: vali quanto vale il tuo ultimo album. Povera Atlantic, perché accontentarsi di due milioni, se ieri ne potevi avere cinque?”.
E come spesso accade in questi casi, c’è chi approfitta dell’impasse per salutare: nella fattispecie McDonald e Greenwood, in direzione Spys. I Foreigner restano quindi un quartetto, con i contributi dei due transfughi rimpiazzati da alcuni sessionmen. Da qui, forse, l’idea di intitolare “Silent Partners” il nuovo disco.
Si chiamerà invece 4 (1981), per sottolineare il nuovo assetto della band e richiamarne foneticamente il nome. Non un parto facile: serviranno dieci mesi per portarlo a termine, negli Electric Lady Studios di New York, sotto la maniacale guida del produttore Robert John “Mutt” Lange, reduce dal successo mondiale di “Back In Black” degli Ac/Dc. Sono Jones e Gramm a prendere in mano le redini del gruppo, firmando tutti i brani e dimostrando quanto già si poteva sospettare sul loro conto: non sono solo dei ruvidi passatisti del classic rock, ma tengono anche le antenne dritte sui suoni del presente. E così, oltre alle sfumature soul, pop e perfino disco intraviste in passato, non disdegnano le incursioni in quel synth-pop che stava dominando le classifiche. Principale artefice dell’operazione è uno degli ospiti di lusso del disco, un giovane Thomas Dolby ai sintetizzatori. È lui a erigere le fondamenta di “Urgent”, capolavoro del disco e, forse, dell’intera carriera dei Foreigner: tastiere pulsanti che dettano cadenze quasi dance assieme a un basso ruvido, con Gramm che si prende la scena per un’altra performance magistrale, riportando il brano in campo blues-rock, finché non irrompe dal nulla un assolo di sax lacerante della leggenda Motown Junior Walker, a far deragliare definitivamente il tutto in uno straniante electro-funky distorto. Un colpo di genio che riporta alla mente gli inserti surreali del sax dissonante di Andy Mackay nei brani dei Roxy Music. Tremendamente trascinante e accattivante, “Urgent” sarà il primo singolo estratto e volerà al n.4 della Billboard Hot 100, insediandosi stabilmente nei palinsesti della radio Fm di mezzo mondo.
L’apporto di Dolby impreziosisce anche l’altra hit dell’album, “Waiting For A Girl Like You”, con un rarefatto riff discendente in apertura e un calibrato piano elettrico a plasmare la cornice patinata e romantica di una ballatona in puro stile soft-rock alla Billy Joel, portata allo spasmo da Gramm al limite delle sue possibilità vocali con un cantato molto soulful alla Curtis Mayfield: in pratica, l’antesignana della celeberrima “I Want To Know What Love Is” di tre anni dopo.
Proprio le acrobazie vocali di un Gramm scatenato sono l’altro marchio di fabbrica del disco: in slalom tra ritmi più sostenuti e sincopati nell’hard-rock iniziale di “Night Life” (tra i pochi trait d’union con le atmosfere dell’album precedente); sgraziato ed epico nel declamare l’inno dell’aspirante rockstar di “Juke Box Hero”, con una chitarra quasi metal, un basso gommoso e un drumming martellante a spalleggiarlo; ancor più intrepido su “Break It Up”, dove si inerpica su registri sempre più alti, trainato dalle cadenze pulsanti del basso e del piano elettrico, con la chitarra a far capolino solo nel discreto assolo conclusivo (altro arrangiamento pienamente indovinato da Jones, in bilico tra Cars e arena rock).
Il chitarrismo enfatico di Jones si sublima invece in alcuni numeri di puro guitar oriented rock, come il divertissement anni 50 di “Luanne”, la solenne cavalcata hard di “I’m Gonna Win” e la non meno enfatica “Woman In Black”, dove la costruzione chitarristica si intreccia a cadenze quasi gospel. E se la svenevole “Girl Of The Moon” riporta in soffusi night-club per attempati voyeur, “Don’t Let Go” chiude le danze apertamente in campo pop, tra melodie appiccicose di synth e carezzevoli backing-vocals.

Stavolta anche la critica dovrà arrendersi alla dimostrazione di estro e compattezza del gruppo anglo-statunitense, oltre che all’evidenza dei numeri: con 10 settimane trascorse in vetta alla Billboard 200, 4 si rivelerà il maggior successo in classifica dei Foreigner con più di 7 milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti, nonché il disco uscito sotto marchio Atlantic ad aver passato più settimane al numero uno. Il presunto “inganno” ai danni degli ascoltatori, insomma, si è rivelato assai meno effimero del previsto, e la stessa Rolling Stone dovrà innestare una brusca retromarcia con una intervista “riparatrice”, significativamente intitolata “Foreigner: Mass-Appeal Rock in a Post-Golden Age”.
Unendo sapientemente mestiere e una ritrovata vena creativa, i Foreigner di 4 affinano in modo definitivo – e probabilmente irripetibile – il loro miscuglio di passatismo rock 70’s, melodie pop accattivanti, power ballad romantiche e pulsanti ritmi para-dance, scanditi dalle tastiere e da una sezione ritmica sempre implacabile. Il mutare dei tempi e delle mode, contrasti interni e un inesorabile appannamento creativo renderanno di fatto impossibile replicare la formula. Ma prima ci sarà il tempo per un ultimo guizzo. Fuori tempo massimo.

I had the world in my hands
But it's not the end of my world
Just a slight change of plans
(da “That Was Yesterday”)

That was (not) yesterday

ForeignerIl nuovo decennio porta con sé, a sorpresa, un rilancio della stagionata compagnia di giro dell’Adult Oriented Rock. Quasi per reazione al dilagare di band che avevano seppellito gli assoli di chitarra sotto una catasta di synth e drum machine, rinascono a seconda vita band come Journey (“Escape”, 1981), Toto (“Toto IV”, 1982), Survivor (“Eye Of The Tiger”, 1982), Heart (“Heart”, 1985) e Boston (“Third Stage”, 1986), mentre reduci prog come gli Yes (vedi alla voce “Owner Of A Lonely Heart”) e i loro transfughi negli Asia di John Wetton (ex-King Crimson) sbancano le classifiche, appoggiandosi alle rassicuranti sonorità degli ex-apostati della causa rivoluzionaria del rock. È il decennio che vede esplodere fenomeni hard-rock dichiaratamente mainstream come Aerosmith, ZZ Top e Bon Jovi e che consolida la reputazione di inveterati rocker da classifica come Tom Petty e Pat Benatar.
Insomma, pur nel pieno dell’epopea-Mtv, affollata di starlette sgomitanti, truccatissimi vocalist e decadenti dandy elettropop, i Foreigner possono restare tranquillamente a galla, portando i tour i loro fortunati classici dei primi quattro dischi e concedendosi perfino fugaci passaggi in tv (anche in Italia, dove irrompono con “Waiting For A Girl Like You” nel programma Discoring di Rai 1). Ma è chiaro che la loro ricetta, ormai, ha i giorni contati.

Uscito a tre anni dal predecessore, Agent Provocateur (1984) riesce per un attimo a fermare il tempo. Almeno per la durata delle sue memorabili hit: la ballatona gospel "I Want To Know What Love Is" e l’affondo elettro-rock di “That Was Yesterday”. La prima, incisa con la partecipazione di Jennifer Holliday e del New Jersey Mass Choir, non ha praticamente bisogno di presentazioni: un instant classic da Fm permanente, con il canto caldo e passionale di Gramm affogato in soffuse ambientazioni da lume di candela, appena increspate da qualche iniezione di elettronica e dai cori. Talmente accessibile da finire coverizzata finanche da Mariah Carey, divenendo al tempo stesso croce e delizia della band: in tanti, infatti, non perdoneranno a Jones & C. la deriva melensa, associandola forzatamente (e definitivamente) alla loro intera carriera, mentre le classifiche ringrazieranno, facendone l’unico singolo della band da n.1, sia nella Billboard Hot 100 negli Usa che nella Official Singles Chart in Uk. E innumerevoli saranno le cover e gli utilizzi del brano all’interno di film, serie-tv e spot pubblicitari.
Il vero capolavoro del disco, però, è l’altra hit “That Was Yesterday” (n.12 nelle chart Usa), ibrido midtempo che condensa alla perfezione la spinta propulsiva rock dei Foreigner dei 70’s e la sapiente rielaborazione elettronica del loro sound compiuta nel decennio successivo, a partire dalla titanica “Urgent”: i synth scampanellanti allestiscono un clima solenne, ma sempre all’interno di arrangiamenti eleganti e calibrati, mentre Gramm sfoggia un’altra prodezza vocale d’intensità soul sopra una distesa di suoni sintetizzati. La struggente storia di sentimenti traditi (nell’amicizia e nell’amore) esplode nel sussulto d’orgoglio del refrain: “But that was yesterday/ I had the world in my hands/ But it's not the end of my world/ Just a slight change of plans”. È una vicenda personale, ma potrebbe essere la perfetta metafora della parabola a cui è destinata la band.
Non molto altro, infatti, in Agent Provocateur lascia supporre un futuro radioso per i Foreigner. “A Love In Vain” tenta di ripetere il miracolo di “That Was Yesterday” con intatte eleganza e verve vocale, ma senza la stessa potenza melodica. Gli episodi più vicini all’hard-rock - l’iniziale “Tooth And Nail”, la baldanzosa “Stranger In My Own House” e la cavalcata finale di “She's Too Tough” - mettono nel ripostiglio le tastiere ma senza rimpiazzarle con riff chitarristici in grado di lasciare il segno. Meglio, semmai, la conclusiva “Reaction To Action” dove gli aggressivi staccati di chitarra di Jones sguinzagliano Gramm in uno di quegli sguaiati numeri vocali alla Who che gli sono decisamente congeniali.
Ma sono le tastiere, ormai, l’asso nella manica dei Foreigner, e lo testimonia pure un episodio minore come “Growing Up A Hard Way”, con il suo prezioso intermezzo centrale ad accendere di malinconia un brano partito sottotraccia, mentre l’insipido midtempo di “Down On Love” e la ballata bolsa di “Two Different Worlds” tradiscono quella stanchezza creativa che gli anni successivi si sarebbero incaricati di confermare.
Ma la confezione luccicante di quelle due mega-hit riscatta l’intero contenuto di Agent Provocateur (inclusa l’improbabile trama di spionaggio), spedendolo dritto al n.1 delle classifiche britanniche (prima e unica volta per i Foreigner) e al n.5 negli Stati Uniti, anche se le vendite complessive saranno inferiori a quelle dei predecessori. Nota di merito anche per la raffinata copertina minimalista, distante anni luce dalle pacchianerie dei tempi di Head Games.

I Foreigner sono stati senza dubbio la migliore band Aor della fine degli anni 70 e dei primi anni 80
(All Music Guide)

Distrazioni e prove di fuga

ForeignerDopo l’ennesimo successo e un trionfale tour mondiale di 9 mesi, i Foreigner si prendono una pausa, durante la quale Gramm pubblica il suo primo album solista, “Ready Or Not” (1987), mentre Jones avvia una carriera parallela da produttore, lavorando a “5150” dei Van Halen, “Fame And Fortune” dei Bad Company e “Storm Front” di Billy Joel, mentre alla fine del decennio si toglierà anche la soddisfazione di firmare un brano (“Bad Love”) per Eric Clapton nel suo “Journeyman” (1989).
Nel frattempo si è già quasi esaurita la spinta creativa della memorabile stagione wave, figurarsi quella di un movimento che nasceva con radici ben piantate nel decennio precedente come l’Adult Oriented Rock (o arena rock, fate voi). La fiammata di inizio 80’s sembra essersi spenta ormai per quasi tutti i gruppi citati in precedenza. E i Foreigner non fanno eccezione. Il nuovo album Inside Information (1987), infatti, riserva ben poche sorprese. C’è ancora del buon mestiere, che frutta una hit dignitosa come la levigata “Say You Will”, con consueto canto infervorato di Gramm e hook di tastiera a corredo, e la nuova ballata ruffianissima “I Don’t Want To Live Without You” (distante però anni luce per intensità da una “Waiting For A Girl Like You” o anche solo dalla recente “I Want to Know What Love Is”).
Si tengono a galla anche l’iniziale “Heart Turns To Stone”, con la sua ruspante carica rock, e la vibrante “Face To Face”, che indovina un’altra interessante progressione per chitarre e synth, ma esperimenti improvvidi come “Inside Information” con il suo gioco di specchi di ritmi sintetici e “The Beat Of My Heart” con l'intro di chitarra spagnola dell'ospite Hugh McCracken nascondono un evidente calo di ispirazione. L'impeccabile maestria dei Foreigner in studio non può compensare la mancanza di quelle melodie e costruzioni armoniche che ne avevano fatto la fortuna. E anche il tentativo corale di “Out Of The Blue”, unica canzone scritta dall'intera band - Jones, Gramm, Willis ed Elliott – si perde in un limbo pop-rock senza mordente.
Stavolta anche il pubblico resterà tiepido, ma pur incassando molto meno dei predecessori, Inside Information si assesterà sul milione di copie vendute, segnando comunque l'ultimo successo commerciale della band. Magra consolazione per l’imminente declino, resterà la postuma rivalutazione della critica. “I Foreigner sono stati senza dubbio la migliore band Aor della fine degli anni 70 e dei primi anni 80”, capita di leggere ora sul portale AllMusic. Meglio tardi che mai.

When the night comes down
See the young boy cry
(da “When The Night Comes Down”, 1990)

Esercizi SGrammaticati

Foreigner - Mick JonesCon la fine del decennio 80 esplodono anche le tensioni in seno alla band tra Gramm, che propugnava il ritorno a un rock duro, e Jones, sempre più orientato verso il pop e i sintetizzatori. Così nel 1990 il cantante decide di lasciare la band, proprio dopo che il chitarrista ha appena dato alle stampe il suo primo (e unico) album solista (l’omonimo Mick Jones). La perdita dell’ineffabile mister Grammatico e della sua inesauribile ugola soul-blues è un colpo troppo duro per poter essere assorbito dai Foreigner, tanto più quelli in palese fase discendente degli ultimi lavori. Così quando tornano in studio con un nuovo cantante, Johnny Edwards (già con King Kobra e Montrose), per registrare Unusual Heat (1990) il flop è dietro l’angolo.
Bastano già le prime note dell’iniziale “Only Heaven Knows” per capire che siamo al cospetto di un’altra band: Edwards si dà da fare per cercare di non far rimpiangere Gramm, ma al suo vocione potente difetta completamente la personalità e quella struggente venatura soul-gospel che infiammava le interpretazioni del predecessore. Ma ad essere venuto meno non è solo il timbro vocale del cantante: i brani hanno perso l’identità, finendo per assomigliare a quelli di una qualsiasi band minore Aor pescata dal mucchio. Niente più costruzioni armoniche ardite, sovrapposizioni di tastiere, cambi di tempo e riff folgoranti, stavolta davvero “Yesterday’s gone”. E così per un curioso paradosso finisce che, proprio nel momento in cui la critica stava iniziando a ricredersi sul valore della musica dei Foreigner, distinguendola da quella – invero ormai tronfia e usurata – di tante altre band Aor del periodo, Jones e compagni, con le loro nuove canzoni, si ritrovano a dare ragione a quanti le definivano “turgide e pacchiane”. Le tonalità alte da hard-rock di Edwards, oltre tutto, mal si attagliano a questo mainstream rock ruffiano che sembra ormai essere la pietanza principale (“I’ll Fight For You” pare quasi un incontro-scontro tra Robert Plant e i Toto più scipiti). Anche l’altro singolo “Lowdown And Dirty”, malgrado l’ugola squillante del nuovo cantante, si perde presto in un bolso anthem da Deff Leppard avvinazzati. Meglio, semmai, il martellante hard-rock della title track, che se non altro azzecca un chorus minimamente coinvolgente.
Anche sul piano melodico è calma piatta: “Moment Of Truth” prova a giocare la carta del ritornello epico ma si ferma a metà strada, mentre i coretti che accompagnano Edwards, anche alla chitarra, in “Mountain Of Love” non hanno più nulla di quello scanzonato candore beatlesiano che li contraddistingueva nelle prime prove del gruppo. E se le melodrammatiche “When The Night Comes Down” e “Safe In My Heart” riescono quantomeno a far riemergere qualche barlume dell’identità perduta (seppur sommersa sotto strati di melassa) e “No Hiding Place” tenta di auto-plagiare la vecchia “Juke Box Hero”, episodi come “Ready For The Rain”, “Flesh Wound” non fanno altro che testimoniare la confusione di una band che pare aver del tutto smarrito la bussola della sua creatività.
Più che Adult Oriented Rock, ormai è Grandparents Oriented Rock.
Non basta neanche la produzione del guru Terry Thomas a scongiurare quello che resterà il maggior fallimento dei Foreigner, e stavolta non verranno in soccorso nemmeno le classifiche, dove Unusual Heat non raggiungerà neanche le posizioni di rincalzo.

Moonlight serenades

ForeignerCosì, per cercare di risollevare le sue quotazioni in caduta libera, la band piazza sul mercato una raccolta The Very Best… And Beyond, con tanto di sorpresa: tre tracce inedite incise in studio dopo il ritorno del figliol prodigo Gramm. Il cantante porta con sé anche il bassista Bruce Turgon, che lo aveva accompagnato nei suoi progetti solisti per rimpiazzare Willis, in partenza con destinazione Bad Company. Congedato anche Edwards e ingaggiato Jeff Jacobs alle tastiera, questa nuova line-up sforna l’album Mr. Moonlight (1994). Già dal midtempo elettrico del singolo “White Lie” si percepisce come i pezzi del puzzle siano tornati a posto: ora sembra di nuovo musica dei Foreigner, anche se magari non della più ispirata, ma se non altro riaffiora un ritornello brioso, al servizio della voce pastosa del cantante, sugli scudi anche nella struggente “Until The End Of Time” (con Duane Eddy alla chitarra), che tenta di ritrovare la perfetta melodia Aor assieme all’accorata “All I Need To Know”; mentre Jacobs si fa notare al piano in “Rain” e “Running The Risk”, a suggello di una prima parte del disco impostata su tonalità decisamente soft.
Si immagina così un imminente cambio di passo, che però di fatto non avviene mai: anche la seconda metà dell’opera, infatti, si mantiene su queste cadenze da power ballad liofilizzata, tra le tastiere sognanti e le corde acustiche della solenne “Real World” e le nervature elettriche tra le pieghe della non meno morfinica “Keep Hoping”, con Gramm che sussurra quasi come un crooner confidenziale. Più graffiante la sei corde che anima la melodia folk-rock di “Hole In My Soul”, mentre i riff aggressivi di “Under The Gun” e il sax strampalato – puntellato dalla chitarra elettrica - di “Big Dog” tentano per un attimo di riaccendere la verve dei juke-box heroes infilando un po’ di sano sudiciume rock’n’roll in mezzo a tanta patinatura, prima che il pop-rock sentimentale (e un po’ loffio) di “Hand On My Heart” chiuda il disco nel modo in cui era iniziato: all’insegna di un onesto intrattenimento per vecchi rocker nostalgici e imborghesiti.
Nel complesso, un passo avanti rispetto al disastroso predecessore, ma niente che possa far gridare al miracolo: il sacro fuoco dei Foreigner, quell’irresistibile mix di fantasia e pomposità, sembra essersi ormai spento definitivamente al crepuscolo del decennio 80. Così anche Mr. Moonlight fallisce l’aggancio alle chart, non andando oltre il 136° posto nella classifica di Billboard.

I leoni dell’arena

Mick Jones e Lou Gramm alla cerimonia della loro introduzione nella Songwriters Hall of Fame (13 giugno 2013)Nonostante gli ultimi insuccessi discografici, i Foreigner restano un macchina da guerra live capace di riempire sempre le arene, soprattutto negli Stati Uniti. Nel 1997, però, il loro futuro viene improvvisamente messo a repentaglio: a Gramm viene infatti diagnosticato un tumore al cervello, fortunatamente non maligno e rimosso grazie a un intervento chirurgico. Così due anni dopo il cantante, ormai guarito, può unirsi nuovamente alla band per un tour estivo assieme ai Journey.
Senza alcuna velleità di tornare in studio, la formazione anglo-statunitense si concede una lunga sequenza di antologie (tra le più significative, Jukebox Heroes: The Foreigner Anthology del 2000 e The Definitive del 2002) e il live Alive And Rockin’, pubblicato su Dvd nel 2007 e in cd cinque anni dopo.

Nel 2003 Gramm decide di abbandonare definitivamente per dedicarsi alla sua carriera solista formando The Lou Gramm Band, così Jones, rimasto l'unico superstite della formazione originale, decide di rimpiazzarlo alla voce con Kelly Hansen, ricreando una nuova line-up assieme al bassista Jeff Pilson (ex-Dokken) e al batterista Jason Bonham (figlio di John Bonham dei Led Zeppelin, che però nel 2008 saluterà a sua volta).

Indomiti, nonostante tutto, i Foreigner si ripresentano in studio nel 2009 con tre nuovi membri (Michael Bluestein alle tastiere, Tom Gimbel a chitarre e sax e Brian Tichy alla batteria) per l’album Can't Slow Down, che esce a 15 anni dall'ultimo lavoro di inediti. Alla produzione, oltre a Jones e Hansen, prendono parte Marti Frederiksen (alla console per Def Leppard e Mick Jagger) e Mark Ronson (già con Amy Winehouse e Duran Duran). Il risultato è un disco ancora spostato sul versante delle ballate, anche se con più di qualche concessione ai nostalgici della fase più rock. Prendiamo ad esempio la title track, onesto compitino hard-rock portato a termine con diligenza da Hansen su una spessa coltre di riff acuminati, oppure “Living In A Dream” che corre veloce su pesanti strati di chitarra, fiati r’n’b e un martellante drumming, “Give Me A Sign”, con una bella spinta soul degli ottoni che sarebbe piaciuta tanto a mr. Gramm, o ancora la nostalgica “Ready” e l’incalzante “Too Late” (già inclusa come inedito nell’antologia No End In Sight di un anno prima).
Ma è forse sul versante più soft che l’assenza della voce-icona della band si fa notare di più: il midtempo di “When It Comes To Love” dissipa qualche buona intuizione melodica in una performance piuttosto asettica, mentre ballate cesellate al piano come “As Long As I Live” e “I Can’t Give Up” si arenano in un romanticismo stucchevole che, senza l’ugola infervorata di Gramm, ha perso anche l’enfasi magniloquente del passato. Si salva (forse) “When It Comes To Love”, in grado se non altro di conficcare un ritornello da stadio nella mente dell’ascoltatore. Numeri bolsi come “Angel Tonight” e “Lonely” sono invece una resa incondizionata ai cliché dell’Aor più prevedibile. E neanche i giochi di sintetizzatori (“In Pieces”), stavolta, possono risollevare le sorti di un disco il cui apice è un pezzo di 32 anni prima, remixato in chiave soul (la “Fool For You Anyway” dell’esordio omonimo del 1977).
Non può non far piacere, però, constatare come l’affetto del pubblico per i Foreigner sia rimasto intatto dopo tanti anni: l'album infatti debutta alla posizione numero 29 della Billboard 200, spianando la strada a un nuovo tour della band che fa tappa anche all'Alcatraz di Milano, l'11 aprile 2010.

Altra soddisfazione giunge il 13 giugno 2013, quando Mick Jones e Lou Gramm vengono introdotti nella Songwriters Hall of Fame. Per l'occasione i due si ritrovano dopo tanti anni sullo stesso palco e ne approfittano per esibirsi nei classici “Juke Box Hero” e “I Want To Know What Love Is”.
Dopo l’Acoustique Album del 2011, è tempo di celebrazioni: i Foreigner festeggiano i quarant’anni di carriera con la monumentale antologia 40 (2017) e con una performance dal vivo in Svizzera insieme a un’orchestra di 58 elementi e a un coro di 60 voci, poi fotografata nel live Foreigner With The 21st Century Symphony Orchestra & Chorus (2018).
Nel frattempo, prosegue la sequela di uscite antologiche e dal vivo, mentre sporadiche reunion e tour continuano a celebrare soprattutto il glorioso passato della band. L’ultimo progetto live "Juke Box Heroes" assieme a Kansas e Europe è stato rinviato al 2021 per la pandemia di Covid-19.

Al netto del declino iniziato dalla fine del decennio Ottanta e di qualche eccesso kitsch mostrato anche prima, la saga dei Foreigner resta probabilmente la più avvincente dell’intero Adult Oriented Rock (o come volete chiamarlo), ma non certo l’unica. A conferma di come si sia trattato di un filone importante, capace di produrre svariate canzoni memorabili, oltre a nuove tecniche di registrazione che avrebbero contribuito alla evoluzione della musica rock. E se la critica istituzionalizzata più miope ancora non riuscirà ad ammetterlo, potremo sempre tutti farcene una ragione. Magari mentre inseriamo l’ennesimo gettone nel juke-box milionario dei nostri eroi.



Foreigner

Gli eroi del juke-box

di Claudio Fabretti

Nati dall'incontro tra il chitarrista Mick Jones e il polistrumentista ex-crimsoniano Ian McDonald, i Foreigner hanno rianimato quel rock che il punk stava spazzando via alla fine dei 70's. Facendone un fenomeno da classifica e piazzando un filotto di memorabili hit. Qualcuno (a torto?) l'ha chiamato Adult oriented rock. Storia della band che eguagliò i Beatles
Foreigner
Discografia
 FOREIGNER 
   
Foreigner (Atlantic, 1977)

8

Double Vision (Atlantic, 1978)

7

 

Head Games (Atlantic, 1979)

6

4 (Atlantic, 1981)

8

Agent Provocateur (Atlantic, 1984)

7

 

Inside Information (Atlantic, 1987)

6

 

Unusual Heat (Atlantic, 1991)

4

 

The Very Best… And Beyond (antologia, Atlantic, 1992)

 

 

Mr. Moonlight (Arista, 1994)

5

 

Jukebox Heroes: The Foreigner Anthology (antologia, Atlantic, 2000)

 
 

The Definitive (antologia, Atlantic/Rhino, 2002)

 

 

Can’t Slow Down (Rhino, 2009)

 5

 

Acoustique (Ear, antologia, 2011)

 

 

Alive & Rockin' (live, Eagle Rock, 2012)

 

40: Forty Hits From Forty Years 1977-2017 (antologia, Atlantic/Rhino, 2017)

 

 Foreigner With The 21st Century Symphony Orchestra & Chorus (Ear, live, 2018)

 

   
 MICK JONES 
   
 Mick Jones (Atlantic, 1989)
 
   
 LOU GRAMM 
   
 Ready Or Not (Atlantic, 1987)  
 Long Hard Look (Atlantic, 1989)

 

 Lou Gramm Band (Spectra, 2009)

 

 My Baby (RMP Global LTD, 2015)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Feels Like The First Time
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Cold As Ice
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)

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Hot Blooded
(videoclip, da Double Vision, 1978)

Dirty White Boy
(videoclip, da Head Games, 1979)

Love On The Telephone
(videoclip, da Head Games, 1979)

Urgent
(videoclip, da 4, 1981)

Waiting For A Girl Like You
(videoclip, da 4, 1981)

Juke Box Hero
(videoclip, da 4, 1981)

I Want To Know What Love Is
(videoclip, da Agent Provocateur, 1984)

That Was Yesterday
(videoclip, da Agent Provocateur, 1984)

Say You Will
(videoclip, da Inside Information, 1987)

Until The End Of Time
(videoclip, da Mr. Moonlight, 1994)


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