Hoy
Oficialmente, anuncio mi retirada
Oficialmente, renuncio al amor
(da “Bebiendo Làgrimas”)
Con un album importante e di grande successo come “Tropicoqueta”, pubblicato poco più di un anno fa, Karol G avrebbe potuto dedicarsi con la mente libera al lunghissimo tour mondiale appena intrapreso, che durerà un anno e toccherà anche l’Italia, il 24 luglio 2027, con tappa a Milano, Stadio San Siro. Un progetto enciclopedico, “Tropicoqueta”, un impressionante mix di stili, un’immersione nell’orgoglio latino, in grado di saziare gli istinti sia dell’artista che del proprio pubblico. E invece no, la superstar colombiana è tornata a sorpresa a incidere nuovo materiale: sentiva di aver qualcosa di urgente da comunicare e non ha voluto attendere per palesarlo. Sentimenti pesanti come macigni che hanno ispirato la rapida scrittura di “No me arrepiento de sentir tanto”, una struggente raccolta di canzoni sul vuoto e la disillusione che restano nel cuore dopo la fine di una relazione, nel caso specifico quella con il cantautore colombiano Feid.
Al bando le grandi produzioni caraibiche da stadio che hanno caratterizzato il precedente capitolo della sua discografia, Karol G si avventura in un territorio intimo, vulnerabile, profondamente introspettivo, nel quale il suo ormai celeberrimo pop latino si spoglia di qualsiasi eccesso per mostrare la donna dietro l’artista, con l’intento di rivendicare con orgoglio la scelta di amare e soffrire, senza riserve. Quattordici tracce dal taglio autobiografico che rifiutano la posa dell’invincibilità, intrise di dolore e rammarico, nelle quali qualsiasi fan potrà rispecchiarsi e versare milioni di lacrime, leggendo le disavventure sentimentali della protagonista come fossero le proprie. Il medesimo stratagemma utilizzato da Taylor Swift: costruire una profonda connessione con il proprio pubblico, fino a convincerlo che non esistano barriere reali fra l’artista e i fan.
Ma la superstar, ahimé, resterà inavvicinabile. Diventano invece patrimonio di tutti un’altra manciata di belle canzoni, e a centrare il bersaglio sono in particolare le più commoventi (“Final Feliz”, “Si lo ven”), quelle che fissano la resa incondizionata di fronte a un oggettivo fallimento (“Bebiendo lágrimas”), elaborate attraverso una scrittura senza filtri, nuove potenziali hit per tutti i fan col cuore spezzato. La produzione (in parte affidata al fedele connazionale Ovy On The Drums) questa volta si presenta più scarna e minimale, non di rado basata sul vuoto, sui silenzi, su linee di synth avvolgenti, su evocativi arpeggi di chitarra, che cercano di sottolineare la sensazione di nostalgia e abbandono. Il sound spazia da ritmiche dembow rallentate a eleganti sfumature bedroom-pop, e anche quando emerge un sentimento di rivalsa resta la patina di incancellabile malinconia, come nel caso del singolo “Matadora”.
Le numerose collaborazioni inserite nell’album riescono a mascherare qualche magagna compositiva (gli arrangiamenti da balera di “Alguien que te amaba” gridano vendetta), innestando nel progetto una certa ecletticità: dai dialoghi con altre superstar globali come Drake (la dimenticabile “Ahí”) e Bruno Mars (già vedo “Still” in nomination ai Grammy come miglior duetto dell’anno), agli innesti più ricercati – e naturali – di Judeline e Rusowsky in “Bby Wow”.
Ma il tocco di gran classe emerge nel finale, grazie alla doppietta “Eclipse”/ “Después de ti”, quest’ultima elevata allo stato di instant classic dal perfetto tocco notturno carico di spleen innestato dalla chitarra di Greg Gonzalez (Cigarettes After Sex). I due entrano così bene nella parte da portare l’ascoltatore a temere che uno dei protagonisti possa non riuscire a terminare l’esecuzione per l’insostenibile carico emotivo. Tale straripante raffinatezza rende “Después de ti” una delle migliori canzoni mai incise da Karol G, a dimostrazione di quanto la superstar colombiana non abbia bisogno di rincorrere l’ennesima hit estiva per confermare il proprio status di diva nell’industria discografica degli anni Venti. Questa volta non è più la regina globale della festa, ma una donna dal cuore ferito: in “No me arrepiento de sentir tanto” non emergono disimpegno, ritmi ossessivi, sensualità, spensieratezza, ma sofferenza, sconforto, tristezza, fragilità, un profondissimo senso di assenza, la descrizione di cosa accade quando la popstar abbandona l’ennesimo coloratissimo after party nel bel mezzo di un lunghissimo tour per rientrare nell’isolamento della propria stanza d’albergo: gli stessi temi trattati proprio dalla Swift in “The Tortured Poets Department”.
Oggi Karol G ha solide ragioni per essere considerata la stella più luminosa e d’impatto del firmamento sudamericano (e globale). A fare la differenza non sono soltanto i numeri stratosferici o i record infranti, ma la versatilità e l’impatto culturale che sta dimostrando in questo triennio. È riuscita a infilare tre capitoli discografici consecutivi in grado di rappresentare altrettante sfaccettature del proprio talento (oltre a “No me arrepiento de sentir tanto” e “Tropicoqueta”, va ricordato anche “Mañana será bonito”, un altro breakup album), è stata la prima artista latina a riempire da sola stadi e grandi arene in tutto il mondo (per due settimane headliner al Coachella 2026, protagonista di uno show pirotecnico), segnando un prima e un dopo per le produzioni dal vivo provenienti dal Sud America. Ha scardinato un ambiente storicamente dominato da figure maschili, imponendo un linguaggio visivo e narrativo basato sull’emancipazione reale, la riscoperta del corpo, la solidarietà femminile, la fierezza delle proprie radici colombiane, dominando le classifiche mondiali senza dover piegarsi al cantato in lingua inglese.
Anche se la musica ispanica sta vivendo un’epoca d’oro, ricchissima di talenti al femminile, da Shakira che rimane un’icona latin-pop intramontabile, a Rosalía sul versante più sperimentale, Karol G rappresenta oggi il punto d’incontro perfetto tra popolarità di massa, credibilità artistica e capacità di guidare la cultura pop contemporanea, riscrivendo il ruolo della donna nell’industria musicale urban del Sudamerica, storicamente dominata da logiche e figure maschili. Prima del suo exploit, le narrazioni del reggaeton e del latin trap vedevano quasi sempre le donne nel ruolo di muse passive, oggetto del desiderio maschile. Karol G ha preso il controllo appropriandosi del termine bichota (tradizionalmente usato nei contesti di strada per indicare un boss potente), ridefinendolo come simbolo di autonomia, emancipazione, potere economico e sicurezza femminile. Nei suoi brani, la donna è il soggetto attivo: è lei che decide, che fa festa, che guadagna, che affronta liberamente la propria sessualità e i propri fallimenti sentimentali.
Se cercavate la versione femminile di Bad Bunny, una rappresentante del nuovo orgoglio latino, beh, l’avete trovata.
22/08/2026