Il Club Imperiale è stato per anni l’anima della notte pisana e di tutto l’entroterra toscano. E, a dirla tutta, anche italiano.
Il compositore elettronico francese, di stanza a Bruxelles, Maxime Denuc, ha ben pensato di intitolare la sua opera di “fantascienza speculativa storica”, come ama chiamarla, proprio in omaggio allo storico club, in un disco che immagina “un punto di simbiosi creativa tra la Chiesa cattolica e le estatiche piste da ballo dei primi anni ’90”.
Per compiere questo assurdo volo pindarico, Denuc si è avvalso di un organo a canne controllato via midi, nel tentativo di trasportare l’ascoltatore in un’ipotetica discoteca sconsacrata dal tempo, dalle mode del momento e, forse, anche da Dio.
Sono dieci le partiture attraverso le quali Denuc esalta questa sua fantasmagorica visione, dipanatasi dinanzi ai suoi occhi dopo aver visto un video giratogli da un fan belga, che ritrae un matrimonio in una chiesa di Minorca, con l’organista intento a suonare “Infinite End “, il brano principale di “Nachthorn”, l’album di Denuc pubblicato nel 2022. Un regalo sorprendente che è stato accolto dal musicista come il messaggio in codice atteso da tempo per dar vita a nuova musica.
Una volta colto il segnale, l’artista ha immaginato il dopo-evento, tra villaggi sperduti da visitare e scogliere dimenticate dalle quali affacciarsi, fino a ritrovarsi in un locale notturno di provincia, per poi distendersi sulla spiaggia e ammirare l’alba.
A dar man forte a questo singolare richiamo evocativo, è il rapporto instauratosi tra Denuc e la chiesa di Sant’Antonio, a Düsseldorf, nella quale per quattro giorni al mese per un anno Maxime si è recato per registrare l’album, lavorando da mattina a sera, interrompendo il suo operato solo per la messa, e mettendo infine tutto su nastro in studio nei giorni liberi.
Fatte le opportune e lunghe premesse sulla genesi, tanto bizzarra quanto accattivante, di “Club Imperiale”, le dieci movenze che lo formano assecondano in ogni istante l’intento a monte, snodandosi tra un allucinazione in loop (“Hallucinogen”) alla maniera di Caterina Barbieri, che, guarda caso, pubblica il disco con la sua Light-years, stasi ambient a dir poco estatiche, per intenderci alla Jefre-Cantu Ledesma, come emerge in “Atlantis”, incursioni briose nel minimalismo glassiano (“La Paloma”), a sottintendere, dunque, l’anima vagabonda dell’opera, e fughe cosmiche verso l’orizzonte infinito di un oceano (tras)figurato (“Sueños).
E ancora minimalismo sottile nella melodia rinascimentale di “Plastes Figures”, a dar man forte all’illuminazione di un pifferaio (post)-postmoderno in cerca di un amplesso concettuale impossibile, eppure decisamente riuscito.
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15/09/2026