Una delle domande più suggestive della cinematografia documentaria è il “but why?” di Werner Herzog. L’interrogativo esistenziale è posto di fronte al comportamento di alcuni pinguini che, senza ragione apparente, abbandonano la propria colonia e si dirigono verso l’interno del continente ghiacciato – e verso morte certa. La ripresa della drammatica e impacciata corsa verso la vastità delle catene montuose restituisce sentimenti profondi, capaci di commuovere e inquietare. L’immensa indifferenza e crudeltà della natura è come tagliata dalla bisettrice dello spirito, che folle segue la sua rotta misteriosa e perturbante.
Netherworld, il progetto di Alessandro Tedeschi, ideatore e curatore dell’etichetta Glacial Movements, sembra, se non voler direttamente rispondere a questa domanda, almeno cercare di rappresentare il rapporto fra l’animo sconvolto e le grandezze glaciali imperscrutabili.
“The Hermit” è un’opera particolare, nata dalla rielaborazione di vecchi nastri deteriorati, incisi nei primi anni 2000; bozzetti di esperimenti elettroacustici, field recording, piccoli accenni strumentali, che il segno del tempo ha incupito, amplificandoli in una voce primordiale ed estatica. Il risultato è un’eco fantasma, enorme e minacciosa, avvolgente e totalizzante, che ci attrae nella sua maestosità e ci incanta con la forza brutale del cataclisma.
Dobbiamo guardare all’album come guarderemmo al percorso di quel pinguino. “Loneliness” è un cammino pesante e circospetto, retto dagli ondivaghi riverberi dei gong e dei colpi metallici.”The Hermit” ricalca le crepitanti contrazioni di una enormità in sofferenza, come fosse il lamento di un ghiacciaio là per fratturarsi e crollare sulla nostra meraviglia – una traccia di una spaventosa bellezza.
“Vastness” e soprattutto “Last Breath” arricchiscono le texture utilizzate nella traccia d’apertura con campionamenti stravolti e manipolati, voci inquietanti e intellegibili, rumori indistinguibili, che languono disperati, lugubri e subacquei.
“In The Blizzard” è invece docile e gelida, i pad soffiano un vento artico nel quale luccica la brina dei contrappunti elettronici; creano una distesa di neve fresca sotto la cui pesante coperta s’ausculta un beat quasi impercettibile. E se “Hidden Caves” porta verso l’interno di cupi anfratti rocciosi, e labirintici nelle sue risonanze d’ottone, “Melancholy” sembra condurci là dove il viaggio termina: sotto una cupola di ghiaccio perenne, alta e inaccessibile, indurita come un cielo indifferente; una porta sulla quale batte quella domanda “but why?” senza trovare altra risposta se non l’eco del proprio colpo.
È un lavoro notevole, che rispetto ai precedenti (come il cristallino “Alchemy Of Ice”,) non si ripiega su sé stesso e sulla propria solitudine interiore, ma si proietta verso l’esterno, “ai confini del mondo”, a farsi terrorizzare e sedurre dalle vastità vertiginose dell’esistenza naturale e del suo mistero sepolto sotto i ghiacci.
13/09/2026