Ascoltando “EXPO” ci si convince che il cambiamento non è un vezzo estetico, ma una necessità strutturale. La band londinese Ulrika Spacek, partita dieci anni fa da coordinate neo-psichedeliche piuttosto ortodosse, qui non si limita ad aggiungere elettronica al proprio impianto chitarristico: riorganizza il processo creativo attorno a un’idea di collage radicale, costruendo una banca di campioni autoprodotti da cui ricavare vere e proprie ossature ritmiche e scheletri sonori.
Anche se non si tratta della prima rock band a flirtare con sampler e drum machine, il punto non è l’ibridazione in sé. È il modo in cui “EXPO” mette in scena la frizione tra analogico e digitale come tema e come metodo. Batterie reali stratificate a pattern programmati, chitarre modulate che sembrano sfilacciarsi in texture quasi sintetiche, inserti orchestrali che smussano una freddezza cercata e poi deliberatamente contraddetta. Se il disco precedente inseguiva un calore da nastro, qui la temperatura si abbassa: l’ambiente è più freddo, più riflettente, ma mai sterile.
L’apertura con “Intro” funziona come reset percettivo: rumori urbani, frammenti vocali, accenni percussivi che non vogliono impressionare ma predisporre. È una soglia, non un brano. Con “Picto” il materiale prende forma: groove nervosi, linee che si intrecciano senza risolversi completamente, una tensione controllata che diventa manifesto (strength in numbers non è solo una frase, è una dichiarazione di intenti collettiva in un’epoca iper-individualista).
Il paragone con i Radiohead dell’era “Kid A” o “In Rainbows” affiora quasi inevitabile in certi passaggi più ritmici e obliqui, così come l’ombra di un trip-hop attualizzato potrebbe far pensare a un “Dummy” filtrato attraverso una sensibilità più chitarristica.
Tuttavia, ridurre “EXPO” a un gioco di riferimenti sarebbe fuorviante. Se c’è un rischio, è piuttosto quello di avvicinarsi troppo a un certo falsetto yorkeiano in “Build A Box Then Break It”, episodio che resta comunque uno dei più immediati del lotto: parte da un beat ossessivo, quasi industriale, e si espande in una forma rock deformata, cinematica ma mai manierista.
La scrittura privilegia la struttura rispetto all’esplosione. Le dinamiche raramente deflagrano, poiché si piegano, cambiano densità e si riorganizzano. “Weights & Measures” gioca con tempi sghembi e suggestioni jazzate senza cadere nell’esercizio di stile, mentre “Square Root Of None” e “Showroom Party” riescono a sintetizzare al meglio le due anime del disco: art-rock chitarristico e pulsazione elettronica. È significativo che proprio “Square Root Of None”, più vicina al passato della band, risulti tra le più amate (segno che la transizione è reale e non indolore, nemmeno per chi ascolta).
Dal punto di vista tematico, “EXPO” è più estroverso rispetto ai lavori precedenti. Touring, paternità imminente, osservazione di un mondo sempre più filtrato da schermi. A tal proposito, i testi di Rhys Edwards si muovono tra isolamento e sovraesposizione, tra desiderio di comunità e claustrofobia digitale. L’era dell’individualità permanente è descritta come una stanza di specchi concavi: tutti in mostra, tutti deformati. Non c’è denuncia diretta, ma una sensazione di frattura costante, di realtà contemporanea percepita attraverso barriere fantasma.
“Incomplete Symphony”, in chiusura, smentisce il proprio titolo: il disco è tutt’altro che incompiuto. È forse il lavoro più coeso del gruppo, proprio perché riesce a tenere insieme ambizione sperimentale e disciplina editoriale. Nessuna deviazione appare gratuita, nessun linguaggio sembra esplorato a metà. Anche quando il suono si fa sfuggente o volutamente esoterico, la forma resta leggibile.
“EXPO” sicuramente non è un album che si concede al primo ascolto. Chiede attenzione, restituisce dettagli. È un disco coerente con il proprio titolo-manifesto: un’esposizione di materiali, ma anche un’esposizione di fragilità in un mondo iper-connesso eppure profondamente solo.
24/02/2026