Manu Dibango – O Boso

Manu Dibango

Manu Dibango – O Boso

1972 (London Records)
afro-jazz. makossa

di Francesco Inglima

 

Ci sono dischi che diventano famosi e dischi che cambiano il modo in cui la musica circola nel mondo. “O Boso” appartiene alla seconda categoria. Pubblicato nel 1972 dal sassofonista camerunense Manu Dibango, l’album contiene “Soul Makossa”, uno dei brani africani più influenti di sempre: un groove ipnotico che attraversa funk, jazz e tradizione camerunense e che, quasi per caso, finì per conquistare le radio americane, scalare le classifiche e diventare una delle matrici della nascente disco-music. Il celebre ritornello “ma-ma-ko, ma-ma-sa, ma-ma-ku-sa” – uno dei frammenti vocali più citati della storia della musica pop – verrà campionato e rielaborato per decenni, da Michael Jackson a Rihanna, passando per una lunga genealogia di produzioni dance e hip-hop. Ma ridurre “O Boso” alla sola title track significherebbe ignorare il resto di un album che racconta molto di più: la modernizzazione della musica camerunense, l’incontro tra Africa e diaspora nera e la nascita di un linguaggio globale che ancora oggi continua a risuonare.

 

La genesi

 

All’inizio degli anni Settanta, nel momento in cui prendeva forma il progetto che avrebbe portato a “O Boso”, Manu Dibango era già una figura cosmopolita della musica africana. Nato a Douala nel 1933, crebbe in un ambiente protestante dove entrò presto in contatto con il canto corale della chiesa, una delle sue prime esperienze musicali. Ancora adolescente fu mandato a studiare in Francia e negli anni Cinquanta scoprì il jazz americano, frequentando i locali parigini, dove imparò a suonare pianoforte e sassofono e rimase profondamente colpito da musicisti come Louis Armstrong.
Il suo percorso professionale prese forma poco dopo a Bruxelles, dove entrò nella band del cantante congolese Joseph Kabasele, leader degli African Jazz e figura centrale nello sviluppo della rumba africana moderna. In quell’ambiente Dibango imparò a intrecciare armonie occidentali e poliritmie africane, sviluppando un linguaggio musicale profondamente transnazionale. Era allo stesso tempo un musicista radicato nella tradizione africana e un jazzista moderno, capace di muoversi con naturalezza tra soul, funk, jazz e musica caraibica.

 

Il punto di partenza di “Soul Makossa” fu la makossa, il principale stile urbano della sua città natale, Douala. Il termine, nella lingua duala, significa letteralmente “danza” o “movimento del corpo”. Nato tra gli anni Cinquanta e Sessanta nelle aree portuali della città, il genere rifletteva gli intensi scambi culturali dell’Atlantico nero: marinai, radio e circuiti commerciali portavano sulla costa camerunense influenze musicali provenienti da tutta l’Africa occidentale e dai Caraibi. La makossa mescolava così ritmi locali con l’highlife ghanese, la rumba congolese e vari stili afro-cubani, trasformandosi progressivamente in una musica da ballo urbana arricchita da chitarre elettriche, fiati e strutture orchestrali moderne. Il contributo di Dibango fu quello di spingere ulteriormente questa evoluzione, innestando nella makossa una forte componente di soul e funk americano e trasformandola in un linguaggio musicale dal respiro internazionale.
L’occasione per fissare su disco questa sintesi arrivò nel 1972, quando il Camerun ospitò l’ottava edizione della Coppa d’Africa. Dibango fu incaricato di registrare un inno ufficiale per il torneo, pubblicato su 45 giri con il titolo “Hymne de la 8e Coupe d’Afrique des Nations”. Sul lato B del singolo il sassofonista decise di inserire un brano più libero e sperimentale: “Soul Makossa”. Il singolo ebbe inizialmente una diffusione limitata e, dopo la sconfitta del Camerun nel torneo, molte copie furono addirittura distrutte in un clima di frustrazione nazionale.

 

Il destino del brano cambiò quando alcune copie del disco arrivarono negli Stati Uniti. Il groove della canzone conquistò rapidamente la pista e il passaparola tra dj e collezionisti fece il resto: “Soul Makossa” cominciò a circolare nei club e nelle radio newyorkesi, generando una domanda sempre più forte.
Nel giro di pochi mesi le etichette americane furono costrette a ristampare il singolo, trasformando in un successo internazionale quello che era nato come un semplice lato B. La situazione discografica dell’album divenne però piuttosto complessa. Il nucleo originale del disco era infatti già stato pubblicato in Francia nel 1972 con il titolo “O Boso”, in un’edizione che non conteneva ancora “Soul Makossa”.
Quando il brano esplose nei club newyorkesi, le etichette decisero di rimaneggiare la tracklist dell’Lp per inserirvi il singolo di successo, modificando in alcuni casi anche l’ordine dei brani e la selezione finale della scaletta. Fu questa nuova versione internazionale – distribuita negli Stati Uniti dalla Atlantic e in Canada dalla London Records – a circolare con i titoli “O Boso (Soul Makossa)” o semplicemente “Soul Makossa”. Di fatto, quindi, il disco originale e quello che rese celebre Dibango nel mercato occidentale non coincidono perfettamente: il primo “O Boso” nacque senza la traccia più famosa, mentre la versione internazionale venne costruita successivamente.

 

La formazione

 

Il progetto si poggia su quello che sarebbe diventato il nucleo storico della musica di Dibango negli anni Settanta. Il bassista Manfred Long, anch’egli originario di Douala, costruisce con il suo stile fluido e nervoso una delle colonne portanti del disco. Accanto a lui il chitarrista congolese Jerry Malekani, collaboratore fedelissimo destinato a restare al fianco di Dibango per decenni: il suo wah-wah aggressivo e mobile è uno degli elementi distintivi di brani come “New Bell (Hard Pulsation)”. Pierre Zogo, alla chitarra acustica, e il percussionista Manu Rodanet contribuiscono a mantenere saldo il legame tra l’impianto urbano del disco e le radici camerunensi.
Attorno a questo nucleo africano Dibango coinvolse anche una serie di musicisti provenienti dalla scena jazz francese. I pianisti Georges Arvanitas e Patrice Galas aggiungono profondità armonica e raffinatezza agli arrangiamenti, in particolare nelle aperture più elaborate di “Dangwa (Three Points)”. Alla batteria troviamo Joby Jobs, musicista caraibico attivo nella scena parigina, mentre le percussioni di Freddy Mars rafforzano ulteriormente la densità poliritmica del disco.

 

Il brano

 

Da un punto di vista strettamente musicale, “Soul Makossa” è un vero capolavoro di ingegneria ritmica. Più che una canzone tradizionale, la traccia si presenta come una piccola architettura sonora progettata per massimizzare l’energia della pista da ballo.
Alla base del pezzo c’è un groove costruito su un ritmo makossa tradizionale, nel quale Dibango innesta una forte pulsazione soul e funk: una struttura che mantiene la circolarità ipnotica dei ritmi africani ma la incanala in una forma immediatamente accessibile al pubblico occidentale.
Il motore del brano è la sezione ritmica.La batteria e le percussioni stabiliscono un controtempo serrato, mentre il basso costruisce una linea ostinata che procede in modo elastico e incessante. Lo stesso Dibango raccontò di aver ottenuto quel particolare effetto raddoppiando sia la linea di contrabbasso sia la batteria durante la registrazione, una scelta legata anche all’impostazione del batterista mancino Joby Jobs. Il risultato è un groove denso e continuo, quasi magnetico, che sostiene l’intero brano e che anticipa in modo sorprendente molte delle soluzioni ritmiche che diventeranno centrali nella disco-music.
Su questo tappeto si innesta il sassofono di Dibango. Più che limitarsi a esporre il tema, lo strumento dialoga costantemente con il groove: alterna frasi brevi, riff incisivi e sezioni improvvisate. Il timbro caldo e leggermente ruvido del sassofono crea un punto di contatto tra il linguaggio del jazz afroamericano e la dimensione più rituale dei ritmi africani.

 

Un altro elemento fondamentale è la dimensione corale. I cori si sviluppano secondo la classica struttura call-and-response della musica africana, con brevi frasi che rispondono alla voce solista e rafforzano la spinta propulsiva del brano. Il celebre refrain “ma-ma-ko, ma-ma-sa, ma-ma-ku-sa” nasce dalla scomposizione della parola “makossa” e funziona più come una cellula ritmica che come una frase con un significato preciso. Paradossalmente, questa intuizione non fu accolta subito con entusiasmo. Lo stesso padre di Dibango prese in giro il figlio per quel canto balbettante, chiedendogli ironicamente perché non riuscisse semplicemente a pronunciare la parola “makossa” come tutti gli altri. Quella che sembrava un’imperfezione linguistica si rivelò invece il cuore del brano: la voce viene trattata quasi come uno strumento percussivo, trasformando la parola in un mantra capace di amplificare la dimensione danzante della traccia.
È proprio l’interazione tra questi elementi – il basso circolare, il controtempo della batteria, le incursioni del sassofono e il coro sincopato – a generare la forza irresistibile di “Soul Makossa”.

 

Non solo “Soul Makossa”

 

Paradossalmente, il progetto originario di “O Boso” precede persino l’esplosione internazionale di “Soul Makossa”. Eppure, col passare degli anni, la forza del singolo ha finito per monopolizzare quasi completamente la memoria del disco. Ascoltato nella sua interezza, però, l’album rivela un organismo sonoro coeso e sfaccettato che esplora con grande naturalezza l’incontro tra jazz, poliritmia africana e funk.
Il viaggio si apre con “New Bell (Hard Pulsation)”, uno dei brani più energici. Qui la musica assume i tratti di un funk urbano filtrato attraverso una sensibilità africana. La linea di basso di Long oscilla in modo incessante e diventa il vero asse del brano, mentre la chitarra elettrica carica di effetti wah-wah e il sassofono di Dibango si rincorrono sopra una ritmica serrata e propulsiva. Il risultato è un groove teso e dinamico che ancora oggi conserva una sorprendente efficacia da pista da ballo.
Con “Nights In Zeralda” l’atmosfera cambia radicalmente. Il brano rallenta i tempi e si muove su un terreno più introspettivo, vicino al jazz modale. Il sassofono disegna linee sinuose su una base circolare e ipnotica, mostrando un lato più meditativo della scrittura di Dibango: la ripetizione non serve solo a sostenere la danza, ma diventa uno strumento di immersione sonora.
“Hibiscus” introduce invece una dimensione più melodica e sentimentale. Il brano parte come una ballata soul dal tono morbido e malinconico, ma nel corso della traccia emerge progressivamente un groove elegante e discreto che trasforma la composizione in una lenta costruzione emotiva. L’arrangiamento dimostra la capacità di Dibango di lavorare sulle sfumature dinamiche senza perdere il controllo del flusso ritmico.
Con “Dangwa (Three Points)” il disco torna a un clima più apertamente festoso. Dopo un’introduzione quasi barocca di pianoforte e sassofono, il brano si trasforma in una composizione fortemente influenzata dall’highlife dell’Africa occidentale. Le percussioni galoppanti e la voce di Dibango contribuiscono a creare un’atmosfera di celebrazione collettiva che richiama direttamente la dimensione comunitaria della musica africana.

 

La modernità emerge invece in “Wild Man In The City”, costruita su un battito funk serrato e inesorabile. Il brano traduce in linguaggio ritmico la tensione della vita metropolitana, fondendo il linguaggio del soul con la sensibilità africana e suggerendo una riflessione implicita sull’esperienza dell’Africa moderna e della diaspora.
La title track rappresenta uno dei momenti più poliritmici della scaletta. La stratificazione delle percussioni e l’intreccio serrato dei fiati costruiscono un muro sonoro trascinante, concepito chiaramente per la dimensione collettiva della danza. Dibango porta la makossa verso una dimensione quasi afrobeat, dimostrando quanto elastico e aperto potesse diventare questo linguaggio musicale.
Il disco si chiude con “Ngosso”, una breve coda acustica che abbandona la dimensione elettrica per tornare a un registro più intimo e radicato nella tradizione. Dopo l’esplorazione urbana e cosmopolita delle tracce precedenti, il brano riconnette simbolicamente l’intero viaggio musicale alle radici del Camerun.

 

L’eredità

 

Il successo di “Soul Makossa” fu un evento senza precedenti per la musica africana dell’epoca. Il brano entrò nelle classifiche statunitensi – raggiungendo il numero 35 della Billboard Hot 100 e il 21 della classifica Hot Soul Singles – e divenne uno dei primi singoli provenienti dal continente a ottenere una diffusione significativa nel circuito pop occidentale. Il disco ebbe risultati analoghi anche in altri paesi: arrivò al numero 26 in Australia, al 26 in Canada e al 17 in Francia, mentre l’album raggiunse il numero 48 nelle classifiche canadesi.
Il suo impatto più immediato si manifestò nella vita notturna newyorkese. Nei club underground della città, dj come David Mancuso iniziarono a suonare il raro disco d’importazione nelle feste del Loft, mentre la radio Wbls contribuì a diffonderlo a un pubblico sempre più vasto. Il celebre giornalista Vince Aletti, il primo a documentare l’emergente scena underground, ha sintetizzato la portata di quell’evento con una frase definitiva: “Non credo che vedremo mai un altro momento del genere: un disco che cambia la storia della musica dance”. Proprio per via di quella struttura ritmica perfetta, in cui la cassa in quattro quarti si sposa con poliritmie africane e un basso implacabile, “Soul Makossa” è retrospettivamente descritta da una certa critica musicale nientemeno che come “la prima canzone disco”.
Ancora più duratura fu la sua influenza sulla musica pop e hip-hop. Il celebre refrain “ma-ma-ko, ma-ma-sa, ma-ma-ku-sa” è diventato uno dei frammenti vocali più riconoscibili della storia della popular music. La sequenza venne ripresa nel 1982 da Michael Jackson nella coda di “Wanna Be Startin’ Somethin’”, brano d’apertura di “Thriller“. Dibango non ne era stato inizialmente informato e intentò una causa legale che si concluse fuori dai tribunali quando “Jackson ammise la responsabilità e pagò a Manu un milione di franchi francesi”.
Decenni dopo, il mantra riapparve anche nella hit mondiale “Don’t Stop The Music” di Rihanna, che campionava proprio la versione di Jackson. Dibango citò nuovamente in giudizio la popstar e le case discografiche, ma questa volta un giudice respinse la causa, notando che l’artista camerunense “aveva accettato un credito editoriale sulla canzone” in un precedente accordo, rinunciando di fatto al diritto di avanzare ulteriori pretese finanziarie per usi successivi del campionamento di Jackson.
Nel frattempo il brano continuava a vivere anche nella cultura hip-hop diventando probabilmente il pezzo africano più campionato di sempre: con oltre 125 utilizzi documentati, i break di batteria nitidi, i riff di sassofono e l’inconfondibile vocalità del brano sono stati vivisezionati e riutilizzati dai giganti del rap. Troviamo il suo Dna nel tessuto sonoro di innumerevoli capolavori: dai Public Enemy in “Can’t Truss It” agli A Tribe Called Quest in “Rhythm”, passando per Jay-Z (“Face Off”), Will Smith (“Gettin’ Jiggy Wit It”), Eminem (“Doe Ray Me”) e Kanye West (“Lost In The World”).

 

Il successo del singolo trasformò Dibango in uno dei primi grandi ambasciatori internazionali della musica africana contemporanea. Negli anni successivi il sassofonista continuò a sviluppare la sua visione musicale, esplorando l’incontro tra jazz, funk, reggae ed elettronica con un approccio sempre più cosmopolita.
Tra i momenti più significativi della sua carriera spiccano la partecipazione al grande festival Zaire 74 accanto a figure come James Brown e B.B. King, l’esperienza con il progetto salsa Fania All Stars in America Latina e una serie di album che continuarono a espandere i confini del suo linguaggio musicale. Dischi come “Gone Clear”, registrato in Giamaica con musicisti della scena reggae, “Electric Africa”, realizzato negli anni Ottanta con il produttore Bill Laswell e collaboratori come Herbie Hancock e Bernie Worrell, o il progetto pan-africano “Wakafrika”, che riuniva alcune delle voci più importanti del continente, testimoniano la sua costante ricerca di nuove contaminazioni. Nel 2004 Dibango collaborò anche con il nostro Enzo Avitabile nel piccolo gioiello “Salvamm’o munno”, album in cui sonorità mediterranee, spiritualità popolare e pulsazioni afro-funk si intrecciavano in modo sorprendentemente naturale.
Parallelamente Dibango contribuì anche allo sviluppo del cinema africano componendo colonne sonore per registi come Ousmane Sembène, mentre negli anni Duemila il suo ruolo di figura simbolica della musica africana gli valse il titolo di Artista per la Pace dell’Unesco.

 

Fino alla sua scomparsa nel marzo 2020, a 86 anni, Dibango rimase un musicista instancabile, capace di attraversare generazioni e contesti culturali diversi senza perdere la propria identità sonora. In retrospettiva, “O Boso” rappresenta molto più di un semplice successo discografico: è il momento in cui una musica urbana africana entrò stabilmente nel circuito globale della popular music.
La sua eredità risiede non solo nelle note suonate, ma in un approccio filosofico alla creazione musicale, che lui stesso ha magistralmente riassunto così: “Nella musica non c’è né passato né futuro, solo il presente. Devo comporre la musica del mio tempo, non la musica di ieri”. E componendo la musica del suo tempo, Manu Dibango ha finito, inavvertitamente, per scrivere quella del nostro.

Tracklist

  1. Soul Makossa
  2. New Bell (Hard Pulsation)
  3. Nights In Zeralda
  4. Hibiscus
  5. Dangwa (Three Points)
  6. Wild Man In The City
  7. O Boso
  8. Ngosso