Quando Riccardo Cocciante travalica il decennio e raggiunge gli anni Ottanta, è un autore che ha chiaramente voglia di cambiare – stilisticamente parlando – direzione. Il disco che lo conduce a sondare nuovi territori è senza dubbio “Cervo a primavera” (1980). Dopo anni di grande espressionismo intimista, col suo modo particolare di esternare l’emotività nella produzione degli anni Settanta, si assapora infatti in lui una nuova maniera di scrivere e ambientare la propria musica.
I motivi sono fondamentalmente due: il primo è inerente a un bisogno per il nostro di esplorare nuovi generi ed entrare con atteggiamento trasparente più a contatto con il rock moderno e le sue contaminazioni. Il secondo, invece, ha a che fare con la rottura con il paroliere Marco Luberti e con l’inizio della nuova collaborazione con Mogol. Quest’ultimo, infatti, con i suoi testi dona a Cocciante la possibilità di ampliare gli spazi sonori delle sue composizioni, rendendole più ariose, più malleabili e quindi in grado di essere meno facilmente – da un punto di vista estetico – inquadrabili.
Il lavoro che da quel momento inizia sarà allora fatto da un crescendo di sperimentazioni pop portate avanti nei dischi seguenti (“Cocciante”, “Sincerità” e “Il mare dei papaveri”) grazie anche al supporto di arrangiatori come Paul Buckmaster e James Newton Howard, che, interagendo con il maestro, gli permettono di cesellare un sound estremamente evoluto e dal respiro internazionale. Quando arriva il 1987, è dunque il turno di un’altra grande collaborazione: quella con Geoff Westley. L’inglese è subito capace di comprendere le intenzioni di Cocciante, mettendo al suo servizio quella innata abilità nel saper manipolare sia le nuove strumentazioni elettroniche sia quelle acustiche. Si porta dietro una serie di turnisti dalla raffinata sensibilità e dal convincente eclettismo (come Phil Palmer e Stuart Elliot) e decide che anche il suo pianoforte potrà avere un ruolo importante in quel disco che sarà appunto intitolato “La grande avventura”. Un disco che si configura come il più cosmico ed ecospirituale di Cocciante, un disco che si espande e si contrae alla velocità della luce, che prende vie inattese, dove i brani si dilatano, confluiscono uno nell’altro e si richiamano vicendevolmente. Un disco che dà l’impressione che il maestro sia giunto a un punto di dissolvimento del sé: l’uomo si fa materia sonora, trascende e diventa un tutt’uno con la natura che permea il racconto di questa grande avventura. E ogni singola canzone rappresenta perfettamente questo rinnovamento e questa necessità di astrazione e slancio verso un flusso sonoro avvolgente e liberatorio.
La prima in scaletta è “Il mio nome è Riccardo”: parte nebulosa, ammantata da una dose di mistero grazie all’uso di synth e piano elettrico che avanzano in una progressione in minore. Quando si apre cristallina, il dubbio sembra dissolversi: una chitarra pacata, contrapponendosi a un’altra elettrica e distorta, spiana il percorso finale verso una risoluzione che in qualche modo rasserena. Infatti, nel dubbio di “Oggi ho te, domani chissà, è quasi una lama d’acciaio che va, che va nel cuore”, la certezza resta comunque sia una: io sono, io esisto, “Il mio nome è Riccardo”, anche se non so dire di più.
La seconda, “Un desiderio di vita indicibile”, è probabilmente una delle canzoni più stilose di tutta la carriera di Cocciante. Le sue tipiche evoluzioni vocali e i suoi saliscendi melodici vengono allestiti e poi corazzati dagli arrangiamenti elettronici e minimalisti di Westley. Il desiderio di vita indicibile si manifesta poi brillantemente nell’irruzione del sax di Jamie Talbot, sorretto dal piano elettrico e dalle programmazioni con il Fairlight. La dimensione totalmente esistenzialista si solidifica benissimo nel testo di Mogol: “Che grande confusione, dentro questa vita mia, la logica per tanti suona come una follia, ma io mi sono scritto un nuovo detto: ci credo, e quindi sia”. Questo grande pezzo poi si riversa, in un flusso continuo, nel brano successivo, “La canzone di Francesco”, che cerca di ritrovare una connessione con il passato stilistico di Cocciante. È infatti una ballata liquida, romantica, sensuale, che costruisce un pathos naturalistico, che fa immergere la voce del maestro in una dimensione idilliaca e metafisica allo stesso tempo. Il basso di Andy Pask ha qui un ruolo di rifinitura non indifferente: la costruzione di quel groove alla Pastorius, sospeso e ondivago, è infatti tutto merito suo.
“Cuori di Gesù” ha invece un testo di Lucio Dalla e si sente. Cocciante sembra provare a trasformare leggermente la sua espressività, ad adattarla al tono direzionato delle parole di Dalla. La cosa funziona e Westley cerca di dare il massimo respiro al ritornello che collide con le strofe, più sincopate e organizzate chiaramente per dare appunto lo slancio necessario al brano.
“Canzone indiana” e “Indocina” sono legate a un filo, come una suite in due parti di oltre dodici minuti. Immerse in un’atmosfera evidentemente orientaleggiante, la prima è il principio dell’avventura, cerca di mostrare l’ambientazione con il sitar elettrico di Phil Palmer che, insieme al sax soprano di Howard J. Davidson, accompagna le acque sulle quali scorre. Le parole di Mogol aumentano le suggestioni e amplificano anche l’elemento spirituale: “Questa canzone indiana è un profumo da seguire per capir di più, una brezza che ci spinge su, con il naso nel cielo […] Un desiderio profondo che nasce, di entrare in altre dimensioni in cui il respiro sia umano, perché non è sano chiuderci in noi”. Cocciante, da parte sua, è in piena trascendenza vocale e interpretativa, totalmente immerso nella performance che gestisce con sopraffino eclettismo.
“Indocina” prosegue con la calma placida che la canzone precedente le ha donato, ma poi esplode in un fulmine agitato e tropicale, che appare di colpo grazie a un riff di chitarra elettrica distorto. Il testo di Enrico Ruggeri aiuta Cocciante a ricordare il suo passato vietnamita e la storia sofferente del paese: “Vento caldo che porti via, tra gli eserciti della follia, tu raccontami di come sia l’Indocina, l’Indocina. Susy Lynn ho letto la tua storia, immagini lontane, foto sbiadite, tra le vene delle strade ferite d’Indocina, d’Indocina”. Da un punto di vista estetico e sonoro più generale, il pezzo riesce a collocare la sua faccia più evocativa e folcloristica perfettamente accanto a quella moderna e futuristica, di nuovo grazie a un grande arrangiamento da parte di Westley.
“Il vero amore” instaura un mood plumbeo che procede geometrico e trasforma il pezzo in ballad cibernetica. Il sax di Talbot e la tromba di Guy Parker dialogano con gli innesti sintetici di Westley, con una processione a discesa e scalata che richiama la nuvola che si dirada del testo di Mogol. “Scene di primavera con mia madre” è invece puro intimismo bucolico alla Cocciante. Suoni dalla natura, immersioni liquide, vocalità in espansione con modulazioni e intervalli inattesi. Tutto è serafico fino all’ingresso dell’elettrica di Palmer e della batteria ovattata e ruvida di Stewart Elliott. Un brano con il quale Cocciante si connette al ricordo e al tempo che scorre via.
“Il funambolo” è un pezzo di transizione, assemblato per il gran finale, con un testo però particolarmente ispirato da parte di Ruggeri. Grandi immagini e grandi metafore, accompagnate dal pianoforte brillante di Westley. E infine, eccolo, il capitolo conclusivo di questo viaggio: “La grande avventura”. Un brano di quasi sette minuti e mezzo, che porta all’ennesima potenza il connubio tra l’elemento moderno e futuristico e quello naturalistico e bucolico/esotico. I suoni sono immersi in una matassa fatta di archi sintetici e fiati soffusi, dove il pianoforte cibernetico e limpido di Westley sottolinea i momenti più ricchi di pathos. Cocciante recita il suo dramma sereno fino all’ingresso della batteria, dei riff incrociati della chitarra elettrica e dei fiati rinnovati da una ripulitura modello Vangelis. A quel punto il canto del maestro si trasforma e trova un vigore che lo conduce in uno stretto passaggio techno soul di straordinaria intensità: “E nel saltar vorrei la tua mano perché avrei meno paura insieme a te”. Liberazione totale e completa. La grande avventura è cominciata, la chitarra elettrica di Palmer condurrà il nostro protagonista a destinazione. La voce di Cocciante si libra nell’aria e si perde in una luce sonora accecante.
“La grande avventura” è in definitiva un disco straordinario (probabilmente il migliore di tutta la discografia di Riccardo Cocciante), quello che ci fa intravedere più nettamente l’apice di una capacità di rinnovamento e di dialogo con autori e collaboratori che aiutavano l’artista a stare sempre al passo con i tempi, permettendogli però di mantenere anche quel suo approccio più classico e, per certi versi, tradizionale (nell’accezione più sana che è possibile dare a questo concetto). Questo album è in un certo senso un contenitore di tutte le energie spese da Cocciante negli anni Ottanta, un amplificatore di ricerche e sperimentazioni puramente pop che mostrano lo sforzo finale di un grande autore. Dopo questo lavoro, infatti, lascerà l’Europa per trasferirsi alcuni anni negli Stati Uniti: “La routine mi stava schiacciando: un disco, poi un altro, poi un altro ancora. A un certo punto mi sono sentito arido”. Questa pausa necessaria lo porterà lentamente verso altre direzioni artistiche, ma “La grande avventura” resterà un monumento, un’immagine e un simbolo di una stagione splendida e irripetibile.
07/06/2026