Certe volte quella dannata sveglia non vuole saperne di suonare in tempo. E allora, Paolino Masvidal ne approfitta per sprofondare ancor di più in una fase
r.e.m. dai contorni psichedelici, in cui la deriva spirituale è sempre dietro l’angolo e piuttosto apprezzata. Così può accadere che, una volta desti, ci si senta predisposti ad abbracciare caritatevolmente il prossimo, a sentirsi parte di un
unicum cosmico propenso verso la liberazione degli aspetti più materiali della vita. Altroché cinismo! Dalla Florida siam partiti cavalcando l’arte del paradosso, verrebbe da dire a scrutare la poetica del leader silenzioso e ombroso, eppure sempre così apparentemente sereno, con quella faccia da giovane sacerdote non ancora incastrato nella burocrazia ecclesiastica. Vincoli da spezzare, priorità da aggiornare, pensieri, parole, opere e omissioni da ragionare, sviscerare, riconsiderare.
Sta di fatto che, a distanza di oltre 20 anni da quel "Focus", considerato a posteriori lavoro seminale ma in realtà ascoltato con poca attenzione, e un po’ di noia, all’interno dei circoli metal, l’agognata messa a fuoco non è ancora avvenuta e, a questo punto, potrebbe essere considerata una chimera, un’indecisione, una
boutade, un’incomprensione. Sia come sia, Masvidal è un onesto lavoratore, rapito dalla potenza di uno spartito, perennemente intento a miscelare una miriade di interessi un tempo giudicati inconciliabili, ma oggi considerati un normale
crossover di generi. Dopo aver provato a moltiplicare pani e pesci, cosa è rimasto nel paniere di Saint Paul? Poco, pochissimo metal, un’attitudine
progressive sempre preponderante, un approccio armonico (e un trasporto strumentale) di stampo sempre più jazzistico, una sorprendente inclinazione pop, godibile nei sognanti incastri vocali, memorie di certo
alternative rock anni 90 difficilmente catalogabile, tra Incubus e
Tool.
In "Love Devotion Surrender" duettavano sognanti McLaughlin e
Santana e il tempo sembra essersi fermato agli anni 70, quando, dal silenzioso
incipit, cresce progressivamente l’arpeggio di “True Hallucinations Speak” e vien subito da pensare che sia ancora tempo di Mahavishnu e di "Birds Of Fire". E poi, un susseguirsi di impennate e momenti di quiete, di accelerazioni e frenate, il tutto corroborato da cori
pure pop, sognanti, psichedelico
beatlesiani, curiosamente devoti a quell’altra religione americana per pochi adepti che furono i King’s X.
I compagni di gioco, i due Sean, Malone e Reinert, sono fuoriclasse del tribalismo sfacciato eppure vissuto con senso di misura ed estrema eleganza, fungono da motore ritmico ma suonano come delle mini-orchestre sinfoniche, come bande di ottoni, come
ensemble vocali di musica sacra. Di tanto in tanto rispunta la vena più aggressiva, quella sorta di treno instancabile e ossessivo, ma poi basta un sospiro del leader, come accade nella
title track, ed ecco manifestarsi, pacifiche e meditative, triadi
holdsworthiane e il basso di Malone, anch’esso riflessivo, fine dicitore e spalla rassicurante.
Forme infinite, canta rapito Masvidal, mostruosità apparenti e catene reali che ci opprimono, descritte con quella voce tipicamente cantilenante e infantile, con puntate aggressive smussate da armonizzazioni
methenyane e viceversa, stridori che paiono voci provenienti dalla natura, un caos irresistibile perfettamente incanalato in strutture che sembrano man mano ripulirsi e rarefarsi. Che i
Cynic mirino al trono dei fu
hippy? Sempre in ritardo, dannata sveglia! O sono gli altri ad andare troppo di fretta?