Rilassata, divertita e finanche più
skinny del normale: così abbiamo ritrovato Mariah Carey durante l'esibizione di "
The Distance" allo show di Jimmy Fallon qualche giorno fa, ed è stato indubbiamente un piccolo tuffo al cuore. Non ci avrebbe scommesso nessuno, e invece il 2018 di Mariah si sta concludendo su un inaspettato levare che - per una volta - non riguarda solo la stagione natalizia per la quale è ormai diventata un poster.
Chi ha seguito i continui saliscendi del suo ultimo ventennio di vita sa bene che il principale problema di Mariah è sempre stato solo uno: se stessa. Grandi successi, insormontabili record discografici e quei maledetti diciotto numeri uno in classifica si sono progressivamente trasformati in altrettante pietre al collo, una montagna di numeri per noi irrilevanti ma che a lei hanno impedito di mantenere uno sguardo oggettivo sulla propria carriera, spingendola quindi verso quella pericolosissima dinamica secondo cui una cosa è valida solo quando apprezzata dal Grande Pubblico. Ripetitività della formula per rincorrere il successo, rifrullo delle mode e l'
ageism rampante dell'industria han fatto il resto, relegando una delle voci più rinomate della storia dell'r&b verso una paradossale semi-pensione. Il tutto a nemmeno cinquant'anni compiuti.
Ed è per questo che l'esibizione di cui sopra e l'ascolto dell'intero "Caution" fanno specie, perché finalmente ritroviamo una Mariah che guarda alla contemporaneità senza annaspare e nel frattempo si prende pure una quieta rivincita. Certamente l'
assist offertole da Drake su "
Scorpion" giusto qualche mese fa deve averla scossa dal torpore, ma era comunque solo questione di tempo. Basta infatti un rapido sguardo all'odierno panorama
mainstream anglofono per notare come pop, r&b e hip-hop si siano ormai innestati l'uno sull'altro in maniera quasi indissolubile, e in questo il passato di Mariah è più rilevante oggi che non ai tempi. Era il '95 quando lei rompeva la tradizione di bambolina dalla voce d'oro e invitava Ol' Dirty Bastard a prendere parte alla
versione remix della sua bianchissima
hit spaccaclassifiche "Fantasy", e da lì in poi il suo curioso e versatile stile meticcio è arrivato a toccare tutti gli angoli della musica nera, dal jazz al gospel all'hip-hop, illustrando la via a questo contemporaneo esperanto da classifica.
Non che "Caution" sia una rivoluzione francese; la scrittura in
midtempo e l'interpretazione vocale giocata sui continui cambi di registro - peculiare "firma" da lei coniata grosso modo ai tempi di "Emancipation" - rimangono spesso invariate anche qui - vedasi il trittico "One Mo' Gen", "8th Grade" e "Stay Long Love You", o l'altro pur piacevole singolo "With You", tutti pezzi che scorrono nella media del prevedibile senza mai un vero scossone.
Ma la nuova veste sonora che avvolge il lavoro è più fresca e moderna che mai, zeppa di vellutate partiture elettroniche e di sinuosi
beat co-prodotti con uno squadrone di giovani e vecchie leve da
Timbaland a
Skrillex. Ritrovati sia il senso dell'ironia che una penna sempre affilatissima quando si tratta di analizzare i perché e i percome dei problemi sentimentali, Mariah infila una serie di suadenti e maturi pezzi r&b. Che sia il morbido ma sardonico singolo di lancio "GTFO" (pezzo il cui
refrain ha già riscosso un enorme successo tra i fruitori di
meme), le vaporose tastiere della
title track, o l'irresistibile accoppiata "The Distance" e "A No No", quel suo vecchio spirito da verace newyorkese con la lingua svelta e il fanculo sempre pronto torna finalmente a fare capolino.
Certo, la Mariah di oggi è anche una donna matura e madre di due gemelli, nelle retrovie del suo elastico
songwriting si agitano sentimenti quali malinconia, nostalgia, solitudine e ansia. C'è quindi un pezzo che sulle prime scorre quasi in silenzio ma che con gli ascolti si rivela la vera anima dell'intero progetto: "Giving Me Life", imperscrutabile traccia
alt-urban-soul di oltre sei minuti, condita dalla presenza di Slick Rick e la co-produzione di
Blood Orange - quest'ultimo in particolare innesta filamenti di chitarra e sax su un finale di fumi e nebbia da pomeriggio autunnale passato in solitudine sulla sponda dell'Hudson River. Menzione di riguardo anche per il delicato bozzetto pianistico di "Portrait" messo in chiusura, altro momento intimo e senza fronzoli, interpretato con navigata semplicità - la voce di Mariah oggi non osa più arrampicarsi sui vertiginosi acuti del passato, ma l'età le ha fatto guadagnare di timbrica e di carattere, e questo pezzo ne è una buona riprova.
Non saranno certo "Caution" e i suoi singoli a riportare la Carey ai grandi numeri degli anni 90, vuoi per l'età dell'autrice, vuoi per un contenuto musicale sicuramente troppo maturo e umbratile per farsi spazio tra la
trap e i culoni
reggaeton del momento. Con sole dieci canzoni in scaletta per meno di quaranta minuti di durata, il disco è già penalizzato a prescindere dalle regole dello
streaming, ma pur nella sua uniformità sonora ci guadagna in fruibilità e qualità media, che poi è quello che conta.
Con "Caution" Mariah sembra voler aprire una nuova fase, come se avesse ritrovato il bandolo della matassa dopo i tumulti di salute, le voci di alcolismo e il crollo del suo ultimo matrimonio - tutti episodi che avevano portato al
denialism del precedente "
Chanteuse". Forse, insomma, Mariah ha finalmente capito che non ha più bisogno di essere la numero uno per mantenersi rilevante, che una carriera lunga e ricca come la sua è già un traguardo che pochissime altre nella storia possono vantare e che con quel classico natalizio in saccoccia continuerà comunque a sfamare tutti i Carey fino alla sesta generazione. Riuscirà ad accontentarsi? "Caution" per ora le sta facendo guadagnare favori critici inusitati per i suoi standard, e se non ha esattamente fatto sfracelli in classifica, speriamo qualcuno le ricordi che fare grandi numeri col quindicesimo album di studio in trent'anni di carriera non è proprio un'aspettativa reale - quelli al massimo sono miracoli da
Cher e
Tina Turner.