Ci risiamo: proprio nell’epoca in cui nessuno sembra più preoccuparsi della morte di Dio, ogni disciplina artistica rivela nuovi aneliti verso un immaginario sacro o sacrale, rimettendo in discussione il rapporto tra un mondo massimamente caotico e il sovrastante “ignoto”, tra immanenza e trascendenza.
Ma specialmente nel catalogo Subtext, sin dagli inizi, questa tensione si è sempre espressa nelle singolari voci di una sperimentazione elettronica tormentata, in forme talvolta dirompenti a livello sonoro (Roly Porter, Paul Jebanasam, Fis), talaltra ritualistiche e contemplative in spirito (Ellen Arkbro, Cevdet Erek, l’ultimo Joshua Sabin).
L’ambizioso ed esteso secondo lavoro firmato PYUR – la tedesca Sophie Schnell – sembra declinare a suo modo il processo di collassamento spazio-temporale attuato (con altri mezzi e obiettivi) dall’altra esordiente di quest’anno, UCC Harlo, che in “United” si appropriava di stilemi e suggestioni barocche per sfibrarle ed esplorare le armonie nascoste nel loro simulacro digitale.
Dopo “Epoch Sinus” (Hotflush, 2016), l’evocativo e debordante “Oratorio For The Underworld” chiama a raccolta i fantasmi della musica corale antica, le fanfare apocalittiche delle avanguardie fin de siècle e le trance elettroniche del nostro presente, convogliandole in un turbinio inarrestabile di piani sonori che collidono e si fagocitano a vicenda.
Quasi tutto lo scibile sonoro sembra poter trovare spazio nella densità di queste undici tracce: stralci di polifonie rinascimentali (“Flowers And Silvers”), voci suadenti e distorsioni di elementi acustici alla Andy Stott (“Towers Of Nebula”), sguardi dal bordo del precipizio e accelerazioni atomiche (“Delphos”), gravose pulsazioni dubstep disarticolate a piacimento (“Rose Born”) e sinistri pedinamenti reznoriani (“Cheperer”). Un “requiem senza requie” per le molteplici – ma solo in apparenza inconciliabili – spinte creative che attraversano la storia del sacro e del profano, frutto di un provante esercizio di “archeologia interiore” col quale, nei due anni di gestazione, Schell ha svuotato e amalgamato ogni risorsa a disposizione nel proprio maelstrom creativo.
“Oratorio For The Underworld” si distingue come uno degli ascolti più eclettici, complessi e impegnativi usciti dalla prestigiosa fucina di James Ginzburg. Sebbene rimanga prematuro parlare di rivelazione, dati gli esiti ancora poco rifiniti e “mirati”, non si può non elogiare l’ampiezza prospettica e la viscerale entità degli sforzi di PYUR, forieri di un potenziale che probabilmente non tarderà a inverarsi.
La versione digitale disponibile su Bandcamp include sette tracce aggiuntive, ulteriore saggio di un corpus davvero vasto e onnicomprensivo, difficile da sintetizzare nei classici formati long playing.