Il primo elemento di riflessione del nuovo album di
Mega Bog è la copertina, un richiamo all'opera di Gustave Courbet "L'origine del mondo". Ed è racchiusa nel titolo dell'album, "End Of Everything" (la fine di tutto), la chiave di lettura di questo nuovo capitolo dell'artista americana. Erin Birgy persiste nell’inviare segnali fuorvianti: le sue geniali, sgrammaticate e sfuggenti composizioni questa volta si spacciano per modelli synth-pop, confidando in un fascino effimero e fugace.
“End Of Everything” non aspira a essere una delle vette della già ricca produzione a nome Mega Bog. Le astrazioni e le distorsioni dell’eccellente “Life And Another” sono sfumate verso un prorompente spirito pop che disgrega le geometrie jazz e bossa nova del passato per un approccio più schietto.
Le swinganti semplificazioni armoniche di “Cactus People” lasciano lievemente interdetti, gli intrecci di tastiere e synth hanno molto in comune con i primi vagiti dei
Duran Duran. Anche la conferma del batterista dei
Big Thief, James Krivchenia, come co-produttore ha un che di precario e indefinito.
La brillante folgorazione creativa di “The Clown” rimette però tutto subito in discussione, le sinuose trame elettro-pop, il turbinio
goth-
wave della voce di Erin Birgy e la sfrontatezza sonora del brano sono una delle perle pop dell’anno in corso.
Anche il passo decisamente più dance di “Love Is” (scritta da Austin Jackson dei Dragons) brilla di un’insana luce euro-dance, di aliena sensualità e carnalità da
dancefloor. A completarne la seducente e maliziosa ingenuità ci pensa il buon
Westerman, uno degli ospiti dell’album. La teatralità di “Don’t Doom Me, Now”, con un’interpretazione degna di
Debbie Harry in stato di
trip, centra un’altra pagina di
perfect-pop, ma nello stesso tempo il brano mostra le prime crepe e un senso di noia si affaccia minando il prosieguo dell’album.
Il cambio d’atmosfera inaugurato da “All And Everything” riafferma il disagio emotivo e il trauma interiore dell’autrice e cantante americana: sobrietà e pessimismo prendono possesso dell’immaginario lirico e le canzoni crollano sotto il peso delle parole e dei suoni sempre più cupi, nonostante un estatico urlo provi a ridestare l’attenzione. Decisamente più convincente il crescendo di “Anthropocene”, che si veste di sognanti fughe di synth, e degli strazianti interventi del sax, ripristinando quell’irreale magia dei precedenti album.
Dopotutto, quel che ha reso unica la musica di Mega Bog è la sagace imperfezione di ritmi e melodie che si incastrano con geometrie non sempre prevedibili, tirando in ballo tempi di bossa nova, strappi chitarristici art-rock e gigionerie vocali da opera lirica con un candore che stupisce ("Complete Book Of Roses"). “End Of Everything” è nello stesso tempo l’album più facile e più difficile di Mega Bog: è come un viaggio sulle montagne russe in cui non c’è certezza di arrivare a fine corsa. Un disco che della stranezza e della malsana seduzione fa un uso avveniristico e avventuroso, catturando solo nel finale (la
title track) quella superbia e magniloquenza necessaria a indurre a una leggera riconsiderazione.
Mai come in questo caso i testi assumono una valenza nella valutazione dell’album: il brulicare di sentimenti di rabbia, resilienza e indifferenza è alla base della scelta di abbandonare la chitarra in virtù di una sferzata di tastiere, sintetizzatori e svolazzi pop, ma l’effetto coldwave di “End Of Everything” convince solo in parte, tirando in ballo somiglianze con i
Future Islands e gli
Atlas Sounds che non convincono fino in fondo. Ciononostante, i Mega Bog restano un riferimento importante per l’art-pop contemporaneo.