Brìghde Chaimbeul - Sunwise

2025 (Tak:til)
drone-music, folk
L’ineffabile fascino di quel che appartiene al passato, alla tradizione, è spesso ingannevole, depistante: basta imbracciare una chitarra acustica per sentirsi figli dei più illuminati cantautori folk e country, una chitarra amplificata al limite della distorsione per ergersi a nuovi ribelli rock, un sax in free-form per guardarsi allo specchio sperando di vedere Miles Davis, ma ancor più subdolo e mendace è il ricorso a strumenti non proprio tipici, un theremin, un flauto, un harmonium, strumenti poco usuali ma decisamente cool. Quello che però un buon rocker non tirerebbe mai fuori dal cassetto dei propri sogni è una cornamusa.
Circondati da sagre in odor di folclore culinario e in trepida attesa delle dolenti liturgie natalizie, accogliamo il nuovo album di Brìghde Chaimbeul come un manufatto alieno, un disco dove protagonista è proprio il suono di una piccola cornamusa a soffietto, la Scottish smallpipe, ma dove nulla è come ti aspetti.

Quei pochi temerari che seguono le gesta, e le recensioni qui su OndaRock, della giovane musicista scozzese hanno già familiarizzato con il suo originale amalgama di tradizione e innovazione, e “Sunwise” ha tutte le carte in regola per sorprendere.
I primi nove minuti dell’album, “Dùsgadh/Waking”, non lasciano dubbi sul poco convenzionale approccio della Chaimbeul con il proprio strumento: su un substrato quasi paesaggistico/favolistico, forgiato con ipnotici droni sonori, l’artista intarsia delicati virtuosismi pregni di armonia e spiritualità, creando un ponte immaginario tra i Popul Vuh e Séamus Ennis. In questa visione cosmica e fuori dal tempo si incastra perfettamente l’ardita fuga del sax di Colin Stetson, che dialoga prima con la cornamusa, poi con la voce di Brìghde Chaimbeul (“A Chailleach”).

Al di là delle interessanti premesse culturali - “Sunwise” rimanda alla rito gaelico che per favorire salute e prosperità viene celebrato camminando in senso orario lungo il percorso del Sole - nonché quelle puramente concettuali - il riferimento alla musica di Terry Riley e al minimalismo – il nuovo album dell’artista scozzese è oltremodo singolare, imprevedibile.
Tra suggestivi field recording (“Kindle The Fire”), testi in gaelico (“She Went Astray", basata su un canto del 1930) e innovative scale armoniche che stemperano il richiamo alla tradizione folk (“Bog an Lochan”), Brìghde Chaimbeul mette a nudo l’ambiguità dell’antica mitologia con una delle pagine più inquietanti e straordinarie del folk contemporaneo, di nome "Duan": un susseguirsi di discordanze ritmiche, suoni polifonici di cornamuse e filastrocche, un canto propiziatorio che le parole recitate dal padre di Brìghde, il poeta Aonghas Phadraig Caimbeu, elevano a pura spiritualità pagana.
Al minimalismo quasi certosino che distingue “Sunwise” fa da contraltare l’esaltante e chiassoso virtuosismo di “Sguabag/The Sweeper”, un balzo nel passato che pian piano viene eroso da cacofonie e polifonie che ne alterano la natura e la proiettano nel futuro.

Il nuovo album di Brìghde Chaimbeul è un ulteriore passo verso l'innovazione. Aspro e cupo, è simile al suono tagliente del vento gelido sulla pelle bruciata dal sole, un gioco di contrasti che rinnova la musica folk e ne esalta la scarna bellezza.




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