Jessie Ware - Superbloom

2026 (Emi)
disco-boogie, pop-soul

Difficile trovare un’interprete che negli ultimi anni abbia incarnato l’immagine della disco-queen meglio di Jessie Ware. Immagine e spirito, immortalati in una sequenza di singoli, clip, collaborazioni e look che hanno trasportato l’intero corredo dell’epopea disco dritto negli anni Venti. Ma arriva il momento in cui la diva, vuoi per stanchezza, vuoi per altro, decide di ritirarsi dalle scene, almeno per un po’. Atto conclusivo di una trilogia dance che ha permesso alla londinese di esplorare con i suoi termini l’universo dei club, con “Superbloom” sposta indietro le lancette di un decennio e approda negli anni dove tutto è cominciato, in quei fiammeggianti anni Settanta dove Donna Summer, Gloria Gaynor e le Sister Sledge furoreggiavano da ambo i lati dell’Atlantico. Eppure, in questo luccicante giardino delle delizie, si assaporano prelibatezze che provengono da tutt’altri alberi.

Fioritura, alberi, piante e abbondanza: impossibile non andare con la mente verso altre oasi, verso quel “Come To My Garden” che ha reso leggendarie Minnie Riperton e la sua voce. È da qui che Ware è innanzitutto partita per disegnare i brani a descrizione del suo paradiso terrestre, dalle morbide e ricchissime orchestrazioni soul che hanno avvolto come un guanto l’ugola della chicagoana. Meno flautata e sicuramente dotata di maggiore dirompenza, la britannica torna a scoprire la sua dimensione dell’anima, quella che già stimolava uno dei suoi classici recenti (“Remember Where You Are”), che qui però prende più campo, sgomita per prendersi tutto lo spazio che può. A volte lo fa con tutta la grandiosità del caso (il rigoglio orchestrale della title track), a volte spinge più sui tratteggi emotivi della sua duttile vocalità (la morbidezza tutta sete e velluti di “Love You For”), rimane comunque il principale traino stilistico di un progetto che ne sfrutta tutto il potenziale, non disdegnando nemmeno qualche concessione a eccessi kitsch.

E in tutto questo la dance dove si inserisce? Soprattutto, come si inserisce? Quando si avvicina alla leggerezza dei momenti più sciolti lo fa con tutta l’efficacia e l’armonia del caso (si prenda il singolo di lancio “I Could Get Used To This”, un vibrante botta e risposta vocale tutto bassi cadenzati e groove felpati), risulta invece meno avvincente quanto punta sul lato sintetico, sui tratteggi boogie che spesso si sono potuti riscontrare nelle prove precedenti, specialmente “What’s Your Pleasure?“.
Non che ci sia niente di realmente sbagliato negli scintillii italo-disco di “Ride” o nell’erotismo electro di “Sauna”, ma in un progetto dai contorni stilistici ben più diurni e “floreali” il loro impatto giunge fin troppo carico, pregno di un’aggressività adatta a palcoscenici e piste diverse. È tutta una questione di bilanciamento, di quella compattezza che i precedenti capitoli avevano ben dimostrato di possedere, pur con tutta la varietà di elementi del caso. Poco male, anche con una conclusione della trilogia più opaca Jessie Ware dimostra tutto il suo savoir faire, la forza di un’espressività e di un carattere che sanno riscoprirsi più sereni, risolutamente romantici. Che sia già nascosto qui il futuro della cantante britannica?

Tracklist

  1. The Garden Prelude
  2. I Could Get Used To This
  3. Superbloom
  4. Automatic
  5. Chariots Of Love Interlude
  6. Sauna
  7. Mr. Valentine
  8. Love You For
  9. Ride
  10. Don't You Know Who I Am?
  11. 16 Summers
  12. No Consequences
  13. Mon amour




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