Avevamo lasciato Rancore a esplorare una realtà alternativa in “Xenoverso” (2022) e lo ritroviamo assai più divertente in questo nuovo “Tarek da colorare”, album dinamico che azzanna e tiene alto il ritmo dall’inizio alla fine.
Uno dei momenti migliori è l’iniziale “Fanfole”, dove il virtuosismo lirico-metrico è finalmente messo al servizio di un gusto per l’assurdo e il nonsense che non a caso sfrutta un campionamento di Valerio Lundini. Ma sotto la superficie di un brano pieno di termini più o meno senza significato, si cela una cannonata che bersaglia il linguaggio incomprensibile della politica, con il suo messaggio inconsistente e confusionario. È un Rancore arrembante, che si dichiara spazientito, esasperato nella successiva “Basta!”, una specie di hit crossover, un rap-rock orchestrale, che nega se stessa, una “Fuori dal tunnel” contemporanea che chiede una pausa dalla frenetica macchina dell’intrattenimento, dei clic, della musica usa e getta.
Non arretra di un passo neanche la successiva “Fiori del male”, che fa seguire a una prima strofa densissima un inaspettato ritornello techno che muta in un rap-metal, deliziosamente spiazzante nel rovesciare Gianni Rodari:
Per fare l’albero (Del male) ci vuole il seme (Del male)
Per fare il seme (Del male) ci vuole il frutto (Del male)
Per fare il frutto ci vuole il fiore (Del male)
Per fare tutto ci vuole un fiore
Si prende un po’ di respiro nel racconto cittadino e urbano di “Roma non può” e “Scale mobili”, più amare e comunque ansiogene. Si torna a mostrare i muscoli nella frenetica “Neminem”, sulla propria identità di rapper diverso da tutti gli altri:
Puoi chiedere a Schrödinger
Se questo è un röpper e ti risponderà: sì, no
Io non sono nessuno, non sono nessuno
E mai lo sarò, e mai lo sarò
Non vedo più un treno ma sono il più rapper
Lo canto in latinorum e poi mi fate il coro
Nessuno, sono ne-mi-nemNessuno, sono ne-mi-nem
La dolente “Involucri”, un dramma relazionale raccontato con chirurgica abilità narrativa, anticipa l’ipereccitata “Nuovo singolo”, altra hit che nega se stessa montata su un beat frenetico e futuristico. Il divorzio è al centro della dolente “Divinità”, mentre “Codex Seraphinianus” sfoggia nuovamente il suo talento come liricista, abile nei giochi di parole e nelle citazioni più disparate. A chiudere il ritratto nazionale “L’Italia è l’unico paese che”, sulla bestemmia e le altre ipocrisie nostrane.
“Tarek da colorare” incanala l’estro vivace di Rancore in un album che rappresenta il suo modo di fare musica senza eccedere nel cervellotico, come accaduto in altre occasioni. All’importanza del messaggio e del racconto si unisce un sano pizzico di sarcasmo e di amara autoironia, a partire dal titolo e dalla copertina. Se i ritornelli sono ancora, e troppo spesso, le sezioni meno memorabili dei brani, le strofe sono dense di idee, pensieri, riflessioni che appaiono particolarmente preziose in un contesto dominato da discografie sostanzialmente senza messaggio. Spogliato della veste di concept-album un po’ farraginoso che fu “Xenoverso”, e quindi senza spiegoni ma con più (atipiche) hit, Rancore trova la quadratura della seconda parte della sua carriera. Probabilmente, uno degli album rap italiani dell’anno.