Un
riff granitico e un
refrain accattivante, un cantato spudorato e un’irriverenza
lo-fi e
psych-rock che permea l’intero progetto. Si apre così “Sick”, l’album ritrovato della band campana capeggiata da Rosario Memoli.
Tirato fuori dal cassetto dopo quindici anni d’oblio, il secondo lavoro dei Provincials sorprenderà senz’altro chi ha già perso l’appuntamento con il primo capitolo discografico targato 2011 (“Provolone”, disco a sua volta pubblicato dopo anni di quiescenza). Per chi ha invece intercettato la band del musicista salernitano, “Sick” è solo una conferma del talento di una formazione che è riuscita a sopravvivere all’indifferenza del mercato e ancora oggi può contare su tre quarti dei membri originali (Luciano Evangelista al basso e Mario Villani alla batteria, mentre il chitarrista Mirko Salvati non fa più parte del gruppo).
“Sick” è un meritevole esempio di dedizione e coerenza artistica, caratteristiche che in passato hanno demarcato il confine tra musica commerciale e cultura rock. L’indomito respiro creativo di Rosario Memoli è di quelli che in altre circostanze e realtà avrebbe ottenuto encomi e sostegno ben diversi da quelli decisamente più tiepidi, seppur positivi, ricevuti finora. Stiamo parlando di un disco nato con poche pretese, frutto di una personalità musicalmente onnivora che con un piglio abbastanza personale mette in campo canzoni che profumano di sapidi accordi
jangle-pop (“Ordinary Ways”) o di raffinatezze acustiche tipicamente
sixties (“Don’t Mind”) e che nello stesso tempo intercettano quanto accaduto nei fulgidi
anni 80 britannici (“Let Me Cry”) o nel revival pop-rock americano
anni 90 (“Next In Line”).
Le registrazioni del 2011, effettuate da Lucio Auciello e remixate da Francesco Tedesco, non risentono del tempo passato nascosto in chissà quale archivio, anzi brillano per qualità della scrittura e arrangiamento.
I Provincials si propongono come potenziale
alter-ego italiano ai
They Might Be Giants o alle riletture della storia del rock effettuate da gruppi come gli
Xtc (“Wake Up”): in più casi il piglio di Rosario Memoli mi ricorda Colin Moulding nel suo approccio agli
anni 60 e
70 senza un apparente filo conduttore.
“Sick” funge da buon auspicio per l’anno appena iniziato, un primo eccellente esempio di creatività e ostinazione che delizia l’ascoltatore mescolando surf e musica tribale (“Wasted Mind”), ska e psichedelia (“No Ability”), synth-pop e
punk (“Imminent Dullness”), passando indenni nelle maglie del rock-
blues (“Stars”) e del puro cazzeggio rock'n'roll (“Videmus”).
Insomma, in “Sick” c’è tutto il necessario per affrontare un anno di album fondamentali, di lunghe dissertazioni
post-rock, dell'ennesima band
post-post-punk, di
nu-jazz, di elettronica sperimentale e altre divagazioni intellettuali. I Provincials sono il miglior vaccino contro l’inutile chiacchiericcio della critica musicale, 40 minuti da vivere in pura sintonia con lo spirito più
popular della musica rock.