I primi tre album delle Spires That In The Sunset Rise sono un qualcosa di allucinante.
Si, perché queste quatto ragazze di stanza a Chicago suonano una sorta di free folk spettrale, psichedelico, tribale, tra Comus, Sun City Girls e Jan Dukes De Grey, e corredato dalle atmosfere da incubo di
Current 93. Provate a immergervi nelle spirali soffocanti di “Four Winds The Walker” o “This Is Fire”, e vi sembrerà di vivere un’esperienza d’ascolto a dir poco straniante. Un
cul de sac angosciante da
trip andato a male.
Allora, quando ho ascoltato per la prima volta questo “Curse The Traced Bird”, sono rimasto abbastanza sorpreso, e anche sì, un po’ deluso. Mi è sembrato un album troppo sfilacciato, privo di quella coerenza stilistica che aveva caratterizzato i precedenti episodi. Poi, invece, è cresciuto in modo graduale, sorretto da canzoni di un certo spessore, bastanti a se stesse, e indipendenti quindi da una valutazione di contesto. Ecco, è questa la principale differenza rispetto ai predecessori: in “Curse The Traced Bird” mi pare che le Spires abbiano prestato molta attenzione alla composizione, sacrificando magari anche un po’ di coesione interna, e rendendo il tutto più fruibile (ma non per questo meno tenebroso e disturbante). Insomma, c’è la solita malattia, ma qui inoculata in una forma meno sgraziata.
Così il cupo salmodiare di “Black Heart” in apertura o le epilessi stregonesche di “Underscore” ricordano la
Nico di “The Marble Index”, senza, per l’appunto, perdere in termini di concisione, mentre “Java Pop” e “Party Favors” sono tra i
gamelan più acidi mi sia capitato di ascoltare da qualche tempo a questa parte. Ed è interessante osservare come le singole porzioni di suono siano perfettamente equilibrate nel cercare l’effetto desiderato. Ne è un esempio la bellissima “Red Fall” le parti di violoncello e i tocchetti di chitarra in sottofondo riescono ad affrescare una cacofonia progressiva di grande intensità visionaria. Da sottolineare infine la chiusura claustrofobica di “Pouring Mind”, che si riallaccia agli spasmi scomposti di “Black Heart”… perché la spirale non ha fine.
Mi raccomando, non lasciate il disco in l
oop, potreste uscirne con qualche dubbio in più sulla vostra sanità mentale.