I più attenti forse si erano accorti di Denitza Todorova già due anni addietro, quando per la rete cominciò a circolare il video di “Cash, Diamond Rings, Swimming Pools” e il nome di DENA (sovente ritrovabile in giro anche con tutte le lettere staccate, a mo' di sigla) stuzzicò gli appetiti di parecchi estimatori, alla ricerca di nuove sensazioni con cui appagare i propri impulsi pop. E di sostanza, su cui riversare il proprio entusiasmo, ne conteneva già parecchia quell'unico singolo: al netto di un video fin troppo autoindulgente nella propria estetica
urban-chic, ciò che veniva fuori sotto l'aspetto propriamente musicale, era una decisa attitudine all'eclettismo, alla ricombinazione mutante in un quadro finale che riuscisse a preservare tutta la sua comunicatività pop, che travalicasse i riferimenti di genere.
Con l'arrivo adesso del suo primo album, intitolato con un conciso “Flash”, la tendenza si fa ancora più evidente. Tendenza, peraltro, rilevabile sin dagli albori nel processo creativo della musicista bulgara, di stanza da anni a Berlino: dapprima coinvolta nel campo delle arti visive e della moda, e solo in un secondo momento avvicinatasi alla musica e al
freestyle, la Todorova possiede una concezione dell'arte e della
performance a 360 gradi, un senso del proprio lavoro che abbatte barriere e facili steccati e propone una miscela assolutamente indivisibile nelle proprie parti, con una versatilità e una sicurezza che tanti altri grandi eclettici hanno imparato a dominare con il tempo. E qui siamo soltanto all'inizio.
Rapper,
pop-artist,
performer a tutto tondo: vi viene in mente un nome? Sì, proprio lei,
Mathangi “Maya” Arulpragasam, è indubbiamente il punto di riferimento più vicino a quanto proposto da DENA nella mezz'ora e poco più di durata del suo esordio. E però non si tratta semplicemente di una risposta continentale alla più blasonata collega londinese, per quanto i punti di contatto siano tutt'altro che irrisori: decisamente meno politicizzata (anche se un qual sentore di immaginario stradaiolo c'è, testimoniato pure dal nome dato al suo stesso sito ufficiale), e piuttosto focalizzata nel descrivere i rapporti umani e le relazioni con la fama e il successo (come già la menzionata “Cash, Diamond Rings, Swimming Pools” si proponeva di fare, o lo stesso
flow in coda a “Front Row Girl” suggerisce), Denitza spinge su un impianto sonoro che mette da parte bizzarrie “etniche”, puntando invece su rimandi meno spiazzanti, ma amalgamati con grande sapienza.
In un certo senso però, il “colore” viene fuori anche in questo lavoro, il tocco folk contagia ogni singolo pezzo, grazie all'accento così marcatamente bulgaro dell'inglese della
rapper, che non si può fare a meno di notare, nonché di evidenziarne tutto il carico di sfumature e caratterizzazioni che riesce ad apportare. Meno convincente forse nel puro
flow (quello che apre e ritorna periodicamente in “Total Ignore”, per dire) piuttosto che nella commistione di rap e cantato (la signorina sa conferire al suo timbro anche interessanti venature soul, sulla scia di quanto mostrato di recente da personaggi quali
Azealia Banks), con il suo forte
background balcanico a farle da bastone di sostegno, DENA interpreta la propria passione per l'R&B anni 90, per la dance più irregolare e per l'hip-hop in un
mélange articolato e ballabile, nel quale il facile riferimento quasi scompare sotto la sua travolgente versatilità, sotto
refrain a cui manca davvero pochissimo (magari una produzione più rifinita) per riuscire a colpire il grande pubblico.
E nemmeno te ne accorgi, come vengano trasfigurati
dancehall e reggae e dati in pasto ai più avidi
pop-consumer, nello smagliante brano d'apertura “Thin Rope”; allo stesso modo, aromi dal Golfo del Messico increspano quasi senza far rumore gli spessi arrangiamenti di “You Wish”, ma fanno parte di un insieme ben più complesso, di un campionario stilistico che non risparmia colpi di scena. Si veda ad esempio il pizzicare in scia glitch della chitarra dell'amico
Erlend Øye (recente una
session in sua compagnia per Nme) in “Flashed”, come sulle sue pause e sul suo battito in asincrono si innesti alla grande il recitato della Todorova, cosciente e mai timorosa di aggredire, se necessario. Oppure eccola puntare su
beat più secchi e affilati, riuscendo a spiccare ugualmente il volo, proponendosi peraltro come modello alternativo di dj scuoti-masse (“Jetlag”, “Games”, che prende di peso il
sound del primo
Justin Timberlake e lo trascina in più nervose atmosfere mitteleuropee).
Insomma, ovunque si vada a parare, si finisce con il cadere sempre in piedi, con scatto felino viene dissolta ogni ambiguità. Cosa pretendere di più, da chi si presenta con un simile biglietto da visita?