I chicagoani Indian sono da sempre fedeli a un verbo
sludge-metal che, tra alti e bassi, si è trascinato fino alle soglie di questo secondo capitolo rilasciato dalla Relapse Records. “From All Purity” è un’opera che consente al chitarrista e
vocalist Dylan O'Toole e al suo clan di proseguire un discorso di contaminazione già intrapreso nel precedente “Guiltless”, perfezionando una formula fatta di rocciose e dilanianti scariche metalliche (la cui potenza è accentuata da un deciso impianto
doom) e feroci estremismi
noisecore.
Tuttavia, laddove “Guiltless” cercava una sintesi tra
heavyness e formato-canzone (!), “From All Purity” sceglie la strada di una monolitica devastazione, facendo leva sulla tonitruante sezione ritmica costituita dal batterista Bill Bumgardner e dal bassista Ron DeFries, sulle ragnatele
power-electronics di Sean Patton e, soprattutto, sulla voce di O’Toole, il cui timbro si è fatto più disumano (tra
Steve Austin e
Alan Dubin), sia per riecheggiare a dovere la carica poderosa di una musica che avanza a colpi di nichilistico tormento, sia per dare sfogo a tratti di pura alienazione mentale, come nel caso della pestifera manipolazione di “Clarify”.
Ritrovarsi all'improvviso nel bel mezzo dell’iniziale “Rape” significa dover fare i conti con un martellamento titanico che va sillabando una rabbia putrida, in un tripudio di dissonanze,
feedback sibilanti e scudisciate tetragone che suggeriscono mostruosi amplessi
Godflesh-
Ulcerate, naturalmente senza l’impalcatura
death-metal che contraddistingue la fase più recente dei secondi. La solennità dell’insieme mira a stendere e a ipnotizzare l’ascoltatore, bombardandone la psiche con un’arte della ripetizione che trasfigura le pagine più annichilenti di “
Sadness Will Prevail” in un formato meno labirintico ma più ottundente, attraversato da serpentine lisergiche che aprono squarci incandescenti nella muraglia di elettricità (“The Impetus Bleeds”).
L’impatto di “Directional” e di “Disambiguation” è, se possibile, ancora più colossale e atmosferico, un buco nero di disperazione terminale. Tuttavia, è la seconda parte di “Rhetoric Of No” che esorta alla più cupa rassegnazione, imbastendo un rovinoso rallentando-dilatazione degno degli
Esoteric. Più che un disco, un vero e proprio atto terroristico nei confronti delle nostre orecchie...