Ascolti gli Institute, giovane
four-piece texano, e il pensiero va subito ai primi
Iceage: quei suoni a metà tra
Warsaw e
Crisis, il riuscito compromesso tra energia grezza e umori dark, la spontaneità di una rabbia adolescente: non sono pochi i tratti in comune con la band di Elias Bender Rønnenfelt.
La Sacred Bones, vera e propria
talent-scout del sottobosco, ha messo gli occhi su di loro dopo averli visti in azione nella natia Austin, stuzzicata anche dalla qualità delle loro prime registrazioni: un Ep e un 7" pubblicati dalle meno note (ma altrettanto "sul pezzo") Deranged Records (canadese, ha stampato gruppi come
White Lung ed
Eagulls, ma la lista è davvero sterminata) e Katorga Works (di Brooklyn).
"Salt" contiene cinque canzoni, tutte inedite: si parte in quarta con la
title track, un brano indubbiamente debitore del
sound dei
Joy Division, anche se questa sembra una loro versione alternativa, dove il quartetto di Manchester è fronteggiato da
John Lydon anziché da Ian Curtis. Una scarica di adrenalina deflagra dalla voce di Moses Brown: abrasiva, figlia del punk più sincero, sovrasta un
ensemble dove il basso è protagonista al pari della tagliente chitarra, qui accompagnati da un
drumming preciso, marziale.
I nostri pigiano quindi il piede sull'acceleratore con la formidabile "Nausea" – vera e propria "scheggia impazzita" che dura il tempo di un minuto – per poi rallentare nelle successive "Familiar Stranger" e "Immorality", nel segno del
positive-punk più plumbeo (ma sempre grintoso). Una trama oscura che culmina nelle ossessioni di "In Absence", il loro brano più lungo, a cui è affidato il compito di chiudere "Salt".
Cinque germogli di rivolta marchiati da una forte personalità, ma con le radici ben salde nei terreni "giusti". Gli Institute assestano dunque un nuovo colpo, confezionando un lavoro dalla breve durata ma molto incisivo: ora li attendiamo alla prova sulla lunga distanza, nella speranza che non perdano il "tiro" di queste prime composizioni.