Sono passati oltre quattro anni tra il debutto dei bresciani Ovlov e questo loro secondo disco. In questo periodo ci sono stati il cambio del batterista e soprattutto l’incontro artistico con Andy Rourke, l’ex-bassista degli Smiths. Grazie al fatto che la sua compagna è proprio di Brescia e amica della band, Rourke ha partecipato attivamente alla produzione di questo disco, suonando anche in un paio di brani e recitando nel videoclip del singolo di lancio “Delicious”. Un altro ospite di rilievo è Xabier Iriondo in “Fall Down”.
Di solito, quando ci si mette tutto questo tempo a realizzare un album e si lavora con personalità così forti e importanti, non si mantengono le coordinate stilistiche di quanto fatto in precedenza, ma si percorrono strade nuove. Gli Ovlov non sfuggono a questa regola e passano qui dall’indie-rock immediato e adrenalinico del debutto a una proposta caratterizzata da melodie più sfuggenti, un suono meno spigoloso e un’attitudine decisamente wave. Queste caratteristiche erano comunque presenti anche in alcuni brani del disco precedente, però qui vengono estremizzate e estese a tutto il lavoro. Basterebbe anche solo osservare quanto sono diverse le copertine dei due album per capire le differenze.
L’idea che traspare dall’ascolto di questi 10 brani è che si sia voluto puntare sulle suggestioni date dall’integrazione tra le melodie, il suono e il timbro vocale. Detto della scarsa immediatezza dal lato melodico e della mancanza di ruvidezza unita a tonalità cupe sotto l’aspetto sonoro, va rimarcata la presenza di numerosi spunti da entrambi questi punti di vista, tutti riconducibili alle caratteristiche di base sopra citate ma allo stesso tempo tali da dare a ogni canzone una propria identità.
La citata “Fall Down”, ad esempio, apre il disco alternando due distinte strutture, con la chitarra impazzita di Iriondo che prende il sopravvento verso la fine; “Again, I’m Blinded” punta dapprima su un crescendo costante di intensità prima ritmica e poi del suono nel suo complesso, per ricominciare però tutto da capo per altre due volte, la seconda delle quali con una melodia diversa; “Just Taking A While To Blossom” è invece incalzante fin dall’inizio e mette in primo piano la sezione ritmica e una melodia particolarmente concitata, con la chitarra meno incisiva ma importante nel dare colore con i propri arpeggi; “Sore” alterna una strofa tranquilla a un ritornello particolarmente catchy nonostante non sia altro che la ripetizione della parola che dà il titolo alla canzone.
Si potrebbe continuare così per tutte le altre tracce, ma l’importante è mettere in evidenza proprio questa capacità di costruire ogni canzone con attenzione e facendo sì che ciò che si sprigiona dall’unione dei singoli elementi sia ogni volta il vero valore aggiunto. Si parlava poi del timbro vocale, sicuramente meno vario rispetto agli altri aspetti descritti. Esso, infatti, si mantiene sempre formalmente poco incisivo e su tonalità abbastanza acute, e queste caratteristiche, alla prova dell’ascolto, lo rendono ogni volta adatto ad aumentare ulteriormente l’efficacia del risultato finale, anche perché c’è comunque tra una canzone e l’altra la giusta differenza di sfumature espressive.
Questo è un disco di assoluto spessore e che merita massima considerazione. Gli Ovlov ci hanno messo tanto per tornare ma l’hanno fatto nel migliore dei modi e ora si meriterebbero un salto in avanti anche in termini di notorietà.