Se teniamo per buona l’interpretazione di “Konoyo” come della mappa scomposta di un animo instabile, una lamentatio rivolta agli insanabili conflitti ideologici e morali della contemporaneità, la controparte “Anoyo” potrebbe costituirne l’antidoto, l’anelato rifugio al quale Tim Hecker voleva condurci sin dal principio.
Una malinconia ancor più accentuata permea questa organica e compiuta simbiosi tra world music e retro-futurismo, ove la concretezza dei suoni derivati dalla tradizione gagaku non è più il piatto di una bilancia fuor d’equilibrio bensì l’orizzonte salvifico, l’approdo di una necessaria fuga dalla follia dell’Occidente. Dal più dolente disincanto Hecker sortisce dunque un incantesimo che vorrebbe fermare il corso del tempo lungo il quale va progressivamente inverandosi il monito esistenziale del precedente album.
Benché permangano l’effetto di straniamento e la carica drammatica della recente presa di coscienza, “Anoyo” rende più semplice lasciarsi trasportare dalle sue atmosfere anziché perdersi nel tentativo di decodificarne il segreto linguaggio: l’anomalia esteriore di quel mondo replica in parte il nostro, ne acuisce i contorni in una forma cubica, una scatola misteriosa che fluttua nell’oscurità del cosmo, rifiutandosi di svelare per intero la propria natura.
I consolidati stilemi ambient del maestro canadese quasi si piegano alla preponderanza di un solenne ritualismo (“Is but a simulated blur”, “Not alone”), le scie acustiche dal moto inverso ammantano un paesaggio cristallizzato, opalescente, costretto in una quiete artificiosa e nondimeno confortante (“Step Away From Konoyo”).
Hecker non ha la forza di negare ciò che ha veduto, di scongiurare il destino scritto a chiare lettere di questa vita, ma come nella liturgia di “Virgins” plasma un proprio spazio sacro nel quale convivono tumulto e consolazione in egual misura, ricalcandone le familiari geometrie in attesa di un segno – o un sogno – che possa indicargli l’orizzonte venturo della sua sublime arte sonora.
10/05/2019
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