“Two Caves In” è il secondo Ep di Lauren Auder, un mini-album che è la chiave d’ingresso in uno degli universi sonori più intriganti del momento.
Cresciuto ascoltando hip-hop, infatuato della musica di Clams Casino e Main Attrakionz, fan di
Slowthai quando era ancora un emerito sconosciuto, in seguito attratto dalla neoclassica di
Tim Hecker, dotato di un timbro baritonale alla
Scott Walker, Lauren Auder cattura l’attenzione mediatica anche per l’estetica
gender fluid.
Gioielli, trucco e abiti femminili sono però espressione di una consapevolezza e di una maturità interiore, piuttosto che una provocazione. Un contrasto reso ancor più forte dalla profondità della musica del giovane musicista londinese.
Rap e hip-hop non sono però la cifra stilistica di “Two Caves In”, un album dagli imprevedibili risvolti culturali e creativi, a partire dal titolo ispirato al mito della caverna di Platone, per poi finire all’
humus sonoro dall’estetica barocca, ben lontana dalle prime esperienze di Auder come produttore di rapper francesi.
Ed è un tappeto d’archi lo strato sonoro sul quale Lauren Auder rivela quella perdita dell’innocenza che permette a un ragazzo di entrare nel mondo degli adulti, le
nuance baroque-pop di “June 14th” tradiscono anche un
refrain molto simile a “Video Games” di
Lana Del Rey, ma più che un plagio sembra un avviso sulle potenzialità future dell’artista.
Eleganze soul-noir (“Meek”), enigmatiche e inquietanti sonorità post-rock al seguito di un tripudio di fiati (“Laurels”), una scintillante progressione
trip-hop dai contorni melanconici (“The Shepherd”) e il fragore silenzioso alla
Philip Glass della suggestiva preghiera finale (“In God's Childlike Hands”) mettono in luce un autore dal piglio sicuro e ambizioso.
Nell’attesa di un album vero e proprio, “Two Caves In” anticipa una delle probabili sorprese della scena pop inglese. Un calderone in cui il nome di Lauren Auder è uno di quelli da segnare sul vostro taccuino. Restate sintonizzati.