Sono bastate le poche note di “I Can Go With You” ad attirare finalmente l’attenzione di pubblico e critica sul cantautore Sam Burton: il fascino genuinamente retrò della ballata psych-folk in stile Fred Neil/
Tim Buckley ha avuto lo stesso impatto emotivo di uno tsunami e non è sembrato vero a molti di poter riassaporare il gusto malinconico e armonicamente sapido di un’epopea folk dalla ricca valenza culturale e antropica.
In verità il rischio dell’emulazione fine a se stessa era pericolosamente dietro l’angolo, ma Burton ha coltivato con cura i dettagli di un disco che cattura con originali intuizioni e sincero candore la magia di una stagione musicale che sembra stranamente lontana.
Sarà quella lieve bruma che carezza gli accordi di chitarra e la voce di Burton, i cui deliziosi gorgheggi rimandano senza incertezze o timore ad antichi poeti cantori come
Tim Hardin,
Phil Ochs e i due già citati Fred Neil e Tim Buckley; sarà l’ariosa distribuzione degli strumenti e i rilassati
midtempo di gran parte delle canzoni; ma quello che “I Can Go With You” rivela è un talento non comune.
Sam Burton è approdato a questo esordio su Tompkins Square dopo una ricca gavetta, documentata da innumerevoli cassette autoprodotte che ne hanno alimentato il mito tra i primi strenui fan. Sono canzoni ricche di stati emotivi e di felici intuizioni armoniche, quelle del musicista di Salt Lake City. Il suo esordio è una preziosa raccolta in cui avventurose poesie folk-pop come “Why Should You Take Me There” si alternano al tono noir e da perfetto
crooner della languida “Further From The Known”, un brano che rimodella le atmosfere
dream-pop sperimentate con la band The Circulars.
E’ un album caratterizzato da una forte connessione spirituale e psichica: il
cosmic-folk di “Illusion” sembra provenire da una lontana galassia, ed è un’autentica
trance folk-psych-dreamy il raffinato e gentile tocco barocco di “I Am No Moon”, due tracce apparentemente in contrasto con la limpida fluidità lirica di “Wave Goodbye” e il cupo minimalismo poetico di “Can It Carry Me”.
Il produttore Jarvis Taveniere (
Woods,
Purple Mountains) dissemina in ogni traccia preziosi dettagli che donano a ogni episodio il fascino dell’unicità: regala leggerezza all’ingenua melanconia di “Stagnant Pool“, echi lontani e struggente abbandono alla ieratica “Tomorrow Is An Ending” e innovative tonalità country-western alla romantica ballata alla Jimmy Webb “She Says That She Knows”, punta di diamante di un disco che guadagna senza incertezze un posto di rilievo nello scenario cantautorale contemporaneo.