Purple Mountains

Purple Mountains

2019 (Drag City) | songwriter, alt-folk

Quale altro rimedio che l’irrimediabile sopportato insieme,
insieme con te?
(Fabrice Hadjadj, “Giobbe”)
Dieci anni di silenzio e David Berman si ripresenta così, senza girarci troppo intorno: “I mean, things have not been going well/ This time I think I finally fucked myself”. Niente autocommiserazione, però: lo dice con un’irresistibile leggerezza, sul profumo agreste di “That’s Just The Way That I Feel”. Perché ci sono quelli che fanno di tutto per apparire più giovani, più in forma, più performanti. E poi c’è lui, l’ex-leader dei Silver Jews. Che non ha paura di dire le cose come stanno, anche se significa ammettere che la vita, a volte, semplicemente va per il verso sbagliato.
Correva l’anno 2009, quando Berman ha improvvisamente annunciato la fine dei Silver Jews. Tutto sembrava funzionare bene: un disco uscito da poco (“Lookout Mountain, Lookout Sea”), i primi tour della carriera, la presenza al suo fianco sul palco della moglie Cassie. La band appariva più stabile che mai. E forse proprio per questo non poteva andare avanti: “Mi sono sentito come uno di quei monaci buddisti che si cospargono di benzina”, ricorda. Era l’inizio della sua sparizione.

“You see, the life I live is sickening/ I spent a decade playing chicken with oblivion”, intona Berman con il suo inconfondibile baritono, e intanto il pianoforte prende un’andatura candidamente honky-tonk. Un decennio di oblio, appunto. Dopo il concerto di addio dei Silver Jews (nientemeno che in una caverna del Tennessee), Berman si è ritirato dal mondo. L’intenzione era quella di fare i conti una volta per tutte con l’ingombrante figura del padre, famigerato lobbista dal simpatico nomignolo di “Dr. Evil”… Si dice che la Hbo gli abbia offerto un assegno con parecchi zeri per i diritti sulla sua storia, ma che Berman li abbia mandati a quel paese.
A convincerlo per la prima volta a riprendere in mano la chitarra è stata la morte della madre: “La vibrazione del legno contro il mio petto è stata come una forma di meditazione”. La canzone che ne è nata, “I Loved Being My Mother’s Son”, è un’elegia semplice e commossa, sfiorata appena dal tocco della melodica. Qualcosa si era rimesso in movimento. E Berman ha capito che era tempo di cercare dei nuovi compagni di viaggio.

È stato così che, un bel giorno, Jeremy Earl dei Woods si è visto arrivare un’e-mail firmata David Berman: reduce da qualche tentativo a vuoto (tra cui il naufragio di una collaborazione con Dan Auerbach), gli proponeva di raggiungerlo in uno studio di registrazione a Chicago. Mai scelta fu più azzeccata: il country-folk un po’ sghembo dei Woods si presta a meraviglia ad accompagnare le canzoni di Berman, tracciando una linea ideale che arriva dritta ai Silver Jews più ruspanti di “Bright Flight”. Mancava solo un nuovo moniker, e l’ispirazione gliel’hanno data i versi della classicissima “America The Beautiful”: Purple Mountains.
La sensazione, però, è subito quella di ritrovarsi a casa, tra filastrocche che si stampano all’istante nella memoria (“Storyline Fever”) e giochi di prestigio da consumato funambolo (“enjoy” che fa rima con “Schadenfreude”…). La nuova incarnazione di Berman, insomma, non fa rimpiangere per nulla il passato. Anzi, le sue montagne purpuree vanno a piazzarsi direttamente accanto alle pagine migliori della discografia targata Silver Jews.

“All My Happiness Is Gone”, proclama sin dal titolo il singolo chiamato a tenere a battesimo il nuovo progetto, mentre il mellotron lambisce malinconicamente l’orizzonte. C’è una ferita che percorre tutto il disco, ed è quella della fine del matrimonio tra David e Cassie. Lui la racconta con una nudità così disarmante da mettere quasi in imbarazzo: la distanza, la solitudine, ma più di tutto quella sensazione che toglie il respiro, il rimpianto di essersi lasciati sfuggire la felicità tra le dita.
Forse è proprio questa schiettezza, quest’attitudine alla confessione a segnare maggiormente il confine con i vecchi Silver Jews: apri il diario e vedi svolgersi davanti ai tuoi occhi il film di un inesorabile distacco (lui sempre più ripiegato su sé stesso, lei sempre più lontana da casa). Non con la deriva colloquiale del tardo Kozelek, ma con un fatalismo sarcastico più affine all’ironia di Warren Zevon, dal senso di impotenza di “Darkness And Cold” (“The light of my life is going out tonight/ Without a flicker of regret”) fino ai Tindersticks in gita a Nashville di “She’s Making Friends, I’m Turning Stranger”.

“Stranger”, ecco la parola chiave che ritorna lungo il disco: scoprirsi estranei, radicalmente estranei agli altri. Può sembrare solo una vena di misantropia, come tra i guizzi di pedal steel di “Maybe I’m The Only One For Me”. Ma la verità è che è qualcosa di più universale, qualcosa che ha a che vedere con la nostra stessa precarietà. Il cupo recitativo di “Nights That Won’t Happen” cattura l’attimo dell’allineamento astrale tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e la traiettoria del nostro passaggio terreno si dipana come un’autostrada solitaria nel cuore della notte: “This world is like a roadside inn and we’re the guests inside/ And death is a black camel that kneels down so we can ride”.
Al bancone del bar di un centro commerciale, Berman prende le parti di Giobbe, chiamando Dio stesso a rendere conto del suo silenzio: “How long can a world go on under such a subtle God?/ How long can a world go on with no new word from God?”. Fa capolino una tromba, a vestire i chiaroscuri di “Margaritas At The Mall” con i colori di una scena di Hopper. Aspettando un cenno dall’alto, uno sguardo, una mano a cui stringersi. O almeno un altro margarita, nel frattempo.

(23/07/2019)

  • Tracklist
  1. That’s Just The Way That I Feel
  2. All My Happiness Is Gone
  3. Darkness And Cold
  4. Snow Is Falling In Manhattan
  5. Margaritas At The Mall
  6. She’s Making Friends, I’m Turning Stranger
  7. I Loved Being My Mother’s Son
  8. Nights That Won’t Happen
  9. Storyline Fever
  10. Maybe I’m The Only One For Me




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