Un vero album da vecchio lupo di mare, questo di
Auerbach. Se uno fosse un giovane cantautore frustrato, rischierebbe quasi di arrabbiarsi con se stesso per non riuscire a non farsi piacere questi pezzi sfacciatamente disimpegnati e altrettanto sfacciatamente derivativi, come se si trattasse di una "one man tribute band". Ma non di quelle
tribute band che sbarcano il lunario suonando "Wonderwall" mentre la gente vomita negli angoli in locali semivuoti. Dan Auerbach è ormai una specie di sceicco, di quelli che possono permettersi di comprare calciatori come se fossero ombrelli su Amazon. "Waiting For A Song" è esplicitamente un
excursus per la musica "di" Auerbach, che quest'ultimo ha i mezzi, di qualsiasi tipo (anche artistici e tecnici personali, beninteso), di replicare nei minimi dettagli, come se un Elon Musk si mettesse in testa di ricostruire la piazza del Palio nel parco di una delle sue
mansion.
Lo strapotere prima di tutto economico di un disco come questo, sfacciatamente evidente nel
sound a dire il vero superlativo (non che sia una novità per Auerbach), è in effetti ancora più evidente in un mondo contemporaneo in cui sono rimasti in pochi i rocker a potersi permettere uno studio di registrazione come si deve, per non parlare di produttori, turnisti, strumenti ecc.
"Waiting For A Song" dispiega così tutta la potenza di fuoco di una calligrafia difficilmente superabile nel mondo attuale; Auerbach lo sa bene, e per questo sembra quasi trattenere la scrittura dei brani in secondo piano, se non addirittura fermandosi a un passo dal plagio (già l'iniziale
title track, col suo stile Nashville restaurato, è emblematica dell'attitudine del disco su questo piano).
Per tutto l'album, che affronta vari decenni (50/60/70 in particolare, ovviamente) in una festa a tema, si avverte lo spirito di un disco libertario come "
All Things Must Pass" ("Stand By My Girl" è un altro di quei mezzi plagi di cui si parlava), ma in cui la libertà artistica non cela chissà quale impianto filosofico, ma un più semplice "l'ho fatto perché potevo".
Accettare questo significa apprezzare un disco che, mettiamoci il cuore in pace, non può esistere oggi in molte altre forme. Il mestiere che trasuda da arrangiamenti Nashville-iani (ma pompati con
layer su
layer come se appunto ci fosse
Phil Spector alla produzione) come quello di "Shine On Me" (con
Mark Knopfler alla chitarra) è quello che è: ributtante quanto irresistibile. Come in una nuova stagione di "
House Of Cards", che magari non dice niente, di nuovo o di vero, bisogna prima di tutto chinare il capo alla tecnica e al lavoro che sta dietro a un album come "Waiting For A Song". Anche questo, anzi forse soprattutto questo, è il dono che un artista può fare al suo pubblico. Unico vero appunto che non sia un mugugno è trovare brani autoreferenziali come "Undertow", già precotto per una prevedibile interpretazione "infuocata" dal Jimmy Fallon di turno, con i suoi
hook soul-blues e i suoi 4/4
Roots-iani. E poi sì, l'assoluta tipizzazione melodica dei brani (clamorosa anche "Malibu Man"), difetto che in realtà si è sclerotizzato in Auerbach almeno dal pur esplosivo "
Brothers". Per il resto, mettetelo su senza rimorsi per i vostri viaggi estivi: un grande falso d'autore.