Black Keys

Brothers

2010 (Nonesuch) | blues-rock, soul, funk

" Ora le ho viste tutte! Questi mutanti strampalati se la prendono con me per via di un qualche robot - e poi partono verso il tramonto in una Rolls Royce... Mentre io me ne sto qui, fradicio, con i sintomi di un raffreddore estivo! Certi supereroi hanno tutte le fortune!"
Peter Parker


Saranno le atmosfere notturne, metropolitane, sarà l'incedere comunque baldanzoso delle ballate d'"amor perduto" che popolano questo "Brothers", ma c'è qualcosa dello spirito fumettistico nel sesto disco dei Black Keys, del "sublime perdente" che si trasforma, la notte, in salvatore del mondo. Dopo l'ennesima battaglia con la propria nemesi, l'Uomo Ragno scruta dall'alto il sole che infiamma i grattacieli della città, ignara di tutto; rannicchiato nell'ombra, pensa a un amore inaccessibile.
Difficile dire se Stan Lee (o chi per lui) apprezzi i due di Akron ma, se mai gli capitasse di incontrarli per strada, di vederli aggirarsi per qualche drugstore malandato, siamo pronti a scommettere che non perderebbe tempo a buttar giù un soggetto per un nuovo fumetto. Dan Auerbach e Patrick Carney hanno il physique du rôle dei supereroi: barbuto e brevilineo il primo, smilzo, spigoloso il secondo. Con questo "Brothers" i due consacrano la loro ormai decennale intesa, con un disco che li vede salpare definitivamente verso un nuovo modo di fare musica, anche all'interno dei Black Keys stessi.

"Rispettare il passato, pur essendo nel presente", queste le parole d'ordine di Patrick Carney. Va da sé che in questo nuovo lavoro vengano capitalizzate le esperienze accumulate nei due anni passati: dapprima con la collaborazione con Danger Mouse nel disco precedente dei Black Keys, "Attack And Release", poi con la pubblicazione solista sia di Auerbach che di Carney (da ricordare, in particolare, il buon "Keep It Hid" del primo) e ancora con l'esperimento, anch'esso riuscito, di contaminazione con la scena rap, a nome Blakroc.
Ingredienti da miscelare e sovrapporre con la dovuta cura alla ricetta più classica dei Nostri, che hanno però ormai deciso di allontanarsi dal garage-blues immediato e adrenalinico della prima parte della loro carriera, consapevoli che mantenere la forza d'urto di un "Thickfreakness", dopo tutti questi anni, comincia a diventare complicato.

Un processo già iniziato in "Attack And Release" che si compie in questo "Brothers", in cui Danger Mouse si limita a far la parte della guest star, producendo solamente il singolo di lancio ("Tighten Up"). Sembra quasi consapevole che è la band stessa ad aver ormai metabolizzato certe atmosfere torbidamente fumose, tanto da saperle riprodurre in totale autonomia per il resto del disco. Ecco così apparire il cupo groove di "The Only One", di "Too Afraid To Love You", di "The Go Getter" a consacrare, insieme allo spiazzante falsetto dell'iniziale "Everlasting Light", la passione di Patrick e Dan per la black music.
Quest'ultima è qui "esplorata" in ogni direzione, prima di tutto confrontandosi con il soul ("The Only One", "These Days") e il funk (la stessa "Tighten Up", "Sinister Kid"), aggiungendo poi suggestioni rhythm'n blues e hip-hop, come nel torvo battito di "Too Afraid Too Love You".

Sono cambiamenti di rotta e nuove sensazioni che vanno ravvisati ma che, tutto sommato, possono passare non visti in un album generoso (quindici tracce) come "Brothers". Sembra sia stato determinante, in questo senso, il disco solista di Auerbach, "Keep It Hid": determinante nell'arrotondare il suono, nell'amalgamare le varie influenze in risultati del tutto personali, nel riuscire a mettere insieme una band al completo (in "Brothers" le linee di chitarra a sovrapporsi sono anche tre) con naturalezza.
I Black Keys rischiano forse di scontentare alcuni fan di lunga data, che spulceranno (senza successo) il disco alla ricerca di una nuova "Just Got To Be" o, almeno, di una "Strange Times" Ma i pezzi più blues-rock di "Brothers" (strategicamente collocati a inizio disco: "Next Girl", "Howlin' For You", "She's Long Gone") sacrificano parte della propria carica per un calore in realtà più profondo e duraturo. Un calore che trasuda nel languore hard-rock del riff  di "Black Mud", che dipana l'accusa, prevedibile, di essere diventati ruffiani e modaioli.

"Brothers" racconta insomma di una conversione, forse anche dolorosa ma ormai necessaria, da agguerriti araldi della nuova ondata garage-rock degli anni passati (in parallelo cromatico, sbiadito da tempo e forse mai del tutto calzante, coi White Stripes di Jack White) a navigati artigiani della musica indipendente americana, capaci di fondere insieme riferimenti e sonorità in un pastiche comunque vivido e passionale. Sarà stato di particolare ispirazione l'ambiente di registrazione, il mitico Muscle Shoals Sound Studio, in Alabama, da cui passarono un po' tutti, dai Rolling Stones a Bob Dylan. Un luogo sperduto, un pugno di prefabbricati in mezzo alla campagna, dove l'unica cosa da fare è andare in studio a registrare.
Qualcosa della magia di questo posto deve essere trapelata, se si presta attenzione alla riproposizione di "Never Give You Up" di Jerry Butler, classico soul degli anni 60. E' il voto finale di Auerbach, quello di non mollare nonostante tutto, di vegliare in disparte, come Peter Parker con Mary Jane...

In ossequio all'ultima, simpatica modalità espressiva dei Black Keys, non rimane che dire: questa è una recensione di "Brothers", l'ultimo disco dei Black Keys. "Brothers" è un bel disco.

(30/04/2010)



  • Tracklist
  1. Everlasting Light
  2. Next Girl
  3. Tighten Up
  4. Howlin' For You
  5. She's Long Gone
  6. Black Mud
  7. The Only One
  8. Too Afraid To Love
  9. Ten Cent Pistol
  10. Sinister Kid
  11. The Go Getter
  12. I'm Not The One
  13. Unknown Brother
  14. Never Gonna Give You Up
  15. These Days
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